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Come albero   

  notiziario mensile parrocchiale

APRILE 2013


LA NOVITÀ DI DIO

La novità spesso ci fa paura, anche la novità che Dio ci porta, la novità che Dio ci chiede. Siamo come gli Apostoli del Vangelo: spesso preferiamo tenere le nostre sicurezze, fermarci ad una tomba, al pensiero verso un defunto, che alla fine vive solo nel ricordo della storia come i grandi personaggi del passato.
Abbiamo paura delle sorprese di Dio.
Cari fratelli e sorelle, nella nostra vita abbiamo paura delle sorprese di Dio!
Egli ci sorprende sempre! Il Signore è così.
Fratelli e sorelle, non chiudiamoci alla novità che Dio vuole portare nella nostra vita! Siamo spesso stanchi, delusi, tristi, sentiamo il peso dei nostri peccati, pensiamo di non farcela.
Non chiudiamoci in noi stessi, non perdiamo la fiducia, non rassegniamoci mai: non ci sono situazioni che Dio non possa cambiare, non c’è peccato che non possa perdonare se ci apriamo a Lui.

papa Francesco
omelia nella Veglia Pasquale 2013


PRIME PAROLE DI PAPA FRANCESCO

Poco più di un mese è trascorso dal 13 marzo quando, con voce malferma, l’anziano cardinale francese Tauran ha annunciato “gaudium magnum” e il nome, ai più sconosciuto, del nuovo papa.
Ed è stata subito simpatia.
Merito del sorprendente nome, Francesco, uno dei santi che dopo un millennio continuano a richiamare nei luoghi della sua vicenda terrena - Assisi - pellegrini da tutto il mondo, giovani in particolare. E poi il saluto semplice, non secondo il protocollo ecclesiastico che avrebbe voluto un devoto: Sia lodato Gesù Cristo…

Buona sera ha detto il nuovo papa e congedandosi qualche minuto dopo ha augurato: Buona notte e buon riposo.
Parole consuete sulla porta di casa o quando in casa ci si corica, ma nella cornice di san Pietro quel saluto stabiliva una immediata corrente di familiarità.
E sono gesti di familiarità quelli che, violando le norme di sicurezza, portano Francesco tra la gente a stringere mani, abbracciare e baciare bambini, malati e disabili. E ancora la scelta di non abitare nel Palazzo Apostolico ma nella più dimessa foresteria Santa Marta dove abitano altri ecclesiastici che lavorano in Vaticano. Uno stile di vita poco ‘pontificale’ ma che la gente, l’uomo della strada istintivamente comprende e apprezza. Sono tante le persone che in queste settimane mi manifestano la loro stima per questo papa. Confesso che in questi ultimi cinquant’anni due volte ho avuto la prova che davvero lo Spirito Santo guida la sua chiesa e in particolare i cardinali elettori.

Quando scelsero Giovanni XXIII. Doveva essere nelle intenzioni dei cardinali un “papa di transizione”, avanti negli anni, con un piede nella fossa, avrebbe guidato la chiesa per un breve periodo dopo il lungo pontificato di Pio XII.
Bergamasco, d’origine contadina, dall’aspetto rassicurante e pacifico, una transizione senza scossoni. E invece. L’evento più significativo per la vita della Chiesa in questo secolo - il Concilio - è opera del coraggio evangelico di papa Roncalli: davvero una straordinaria transizione la sua! E adesso, dopo le traumatiche dimissioni di papa Benedetto, provato anche da una congiuntura devastante per la Chiesa, la scelta di un uomo che ci sta tutti sorprendendo e che restituisce fascino ad una Chiesa malmenata da squallidi comportamenti.
Certo, c’è il rischio che questo stile di papa Francesco, come già è accaduto per Giovanni XXIII - il Papa “buono” -, ne faccia un “santino” una immaginetta pia e devota. Evitiamo questo rischio leggendo le sue parole.
Si tratta abitualmente di interventi piuttosto brevi, espressioni magari ripetute due volte che cominciano a disegnare un volto di Dio, una immagine di Chiesa, uno stile cristiano. Il Signore mai si stanca di perdonare…Siamo noi che ci stanchiamo di chiedere il perdono (17 marzo). Dio non condanna. Lui solo ama e salva (Via Crucis del venerdì santo). Dio ci aspetta sempre, Lui non è mai lontano e se torniamo a Lui è pronto ad abbracciarci (7 aprile).

Questo è il volto di Dio che papa Francesco vuole mostrarci, sconfiggendo tutte le immagini di Lui che generano solo paura e che giustamente tanti rifiutano. Ah come vorrei una chiesa povera e per i poveri (ai giornalisti il 16 marzo).
C’è in questo accorato auspicio il vissuto del vescovo Jorge Mario vicino alla sua gente e in particolare ai poveri del suo Paese. La Chiesa dei poveri che non pochi Padri avrebbero voluto come frutto maturo del concilio sarà certamente uno dei grandi obbiettivi di papa Francesco, seguace del ‘poverello di Assisi’. Il prendersi cura, il custodire chiede bontà, chiede di esser vissuto con tenerezza… Non dobbiamo avere timore della bontà, della tenerezza.
Il discorso inaugurale del pontificato, il “Discorso della Corona” che ci si aspetterebbe denso di programmi e strategie pastorali è invece nel segno della tenerezza. Davvero un bel segno. E per favore non lasciatevi rubare la speranza! Non lasciatevi rubare la speranza!( 24 marzo in piazza san Pietro, domenica delle Palme). Questa è una parola detta soprattutto ai giovani ma vale ad ogni età, vale per una Chiesa bimillenaria eppur chiamata ad esser segno di speranza per tutti. Infine una parola del Papa rivolta al Clero di Roma e che vale per quanti nella Chiesa esercitano un servizio.

Una parola che sento vincolante per me: Siate pastori con l’odore delle pecore. Forte e sano è l’odore dell’ovile: possa davvero impregnare i nostri abiti ecclesiastici, anzi la nostra pelle, la nostra umanità. Negli ultimi giorni papa Francesco ha compiuto una scelta che forse non ha colpito l’immaginario della gente. Ha scelto otto cardinali provenienti da tutto il mondo perché lo affianchino con il loro consiglio. Sembra che papa Francesco non ami l’isolamento, di qui il desiderio di condividere la cura della chiesa, condividere il servizio proprio del pontefice: Uno dei titoli del vescovo di Roma è Pontefice, colui che costruisce ponti con Dio e tra gli uomini. Le mie stesse origini mi spingono a lavorare per edificare ponti, così che ognuno possa trovare nell’altro non un nemico, non un concorrente, ma un fratello da accogliere e abbracciare (22 marzo).
Questa è una parola che evoca le comuni origini nostre e di papa Bergoglio, cognome piemontese. Impariamo dal nuovo Pontefice ad edificare ponti, a stringere legami, a creare vincoli solidali.
Così si abbattono i muri e le barriere. Un programma ‘pontificale’ ma anche ‘parrocchiale’.

don Giuseppe

 


IO SONO LA LUCE
omelia di don Giuseppe nella III domenica dopo Pasqua
domenica 14 aprile 2013
(At 28,16-28; Rm 1,1-16b; Gv 8,12-19)

 
 


RIFORMA LITURGICA,
RIFORMA DELLA CHIESA


Riportiamo il testo dell’intervento del prof. Andrea Grillo, docente di liturgia, per la nostra Cattedra del Concilio lo scorso 13 marzo. Il testo non è stato rivisto dall’autore.

Il mio compito questa sera è quello di parlarvi della Riforma liturgica voluta dal Concilio Vaticano II, un evento in cui la chiesa fa un atto di grande umiltà: lasciarsi rieducare dalla sua tradizione.

Inizio con due citazioni: una di Paolo VI del 1965, quando alcune riforme vengono anticipate anche se in modo non completo e non del tutto organico: si comincia a rivolgere gli altari verso l’assemblea, a non usare più il latino ma le lingue parlate, si rinnova la liturgia della Parola. Io che sono nato nel 1961 non ho alcun ricordo del latino in chiesa. Quando sta per cominciare questa nuova avventura per la Chiesa, Paolo VI dice: «Per comprendere questo progresso religioso (la Riforma liturgica) e per goderne i frutti sperati dovremo tutti modificare la mentalità abituale formatasi circa la cerimonia sacra e la pratica religiosa, specialmente quando crediamo che la cerimonia sia una semplice esecuzione di riti esteriori e che la pratica non esiga altro che una passiva e distratta assistenza. Bisogna rendersi conto che una nuova pedagogia spirituale è nata col Concilio: è la sua grande novità; e noi non dobbiamo esitare a farci dapprima discepoli e poi sostenitori della scuola di preghiera che sta per cominciare. Può darsi che le riforme tocchino abitudini care, e fors’anche rispettabili; può darsi che le riforme esigano qualche sforzo sulle prime non gradito; ma dobbiamo essere docili e avere fiducia: il piano religioso e spirituale, che ci è aperto davanti dalla nuova Costituzione liturgica, è stupendo, per profondità e autenticità di dottrina, per razionalità di logica cristiana, per purezza e per ricchezza di elementi cultuali ed artistici, per rispondenza all’indole e ai bisogni dell’uomo moderno». E la seconda citazione: «Il Concilio Vaticano II è … la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel XX secolo e una sicura bussola per orientarci nel cammino del secolo che si apre». Così Giovanni Paolo II (Novo Millennio Ineunte, 2001).

Quanti dicono che i problemi cominciano con il Concilio dimostrano di non conoscere la storia della Chiesa. Infatti, gran parte dei problemi liturgici nascono esattamente nella prima metà dell’800. È una lunga storia, è importante capire che il Concilio la affronta e vi risponde già con il discorso inaugurale. Se celebriamo il Concilio ma dimentichiamo il discorso inaugurale di Giovanni XXIII, non capiamo il senso di tutti i documenti. In altre parole li leggiamo come se fossero semplicemente in continuità con quanto c’era prima. Certo nessuno comincia da zero, ma la continuità del Concilio con il passato rappresenta anche una grande discontinuità.
L’11 dicembre 1962 nel Discorso di apertura Giovanni XXIII fa una affermazione diventata giustamente famosa: «Altra è la sostanza dell’antica dottrina del depositum fidei, ed altra è la formulazione del suo rivestimento».
Tornare alla “sostanza dell’antica dottrina” vuol dire fare un atto magisteriale che racconta per la prima volta nella storia della Chiesa che cos’è la liturgia, che cos’è l’ascolto della parola, che cos’è la chiesa, quale il suo rapporto con il mondo. Un magistero così non c’era mai stato. Certo, questo approccio è in continuità con il passato, non è un’altra chiesa quella che parla con Giovanni XXIII, ma è una chiesa che per essere ancora se stessa deve esprimersi non con il linguaggio dogmatico ma con altri registri. Questo è un passaggio che stentiamo a capire a 50 di anni di distanza. Altro che continuità! Per custodire la continuità con il passato bisogna cambiare, l’unica forma di autentica continuità è quella che impone di cambiare. Un esempio: in tutti i documenti del Concilio di Trento la parola più usata è “anatema sit”, formula classica di condanna, di scomunica. Nei documenti del Vaticano II non compare neppure una volta. Possiamo parlare di continuità, ma a prezzo di un grande cambiamento di linguaggio e non solo.

Torniamo a 100 ani fa. Che cosa accadeva 100 anni fa, per esempio nella chiesa di Parigi? Ce lo racconta Bernard Botte, preside dell’Istituto liturgico di Parigi. Ha scritto un preziosissimo libro sul movimento liturgico che comincia proprio così: «Quando io ero ragazzo a Parigi nel 1903 la comunione la potevi fare quando volevi: prima o dopo la messa, mai al momento della comunione”.
La liturgia vissuta dal giovane Botte, che corrisponde a quella dell’Italia degli anni ‘50, considerava l’atto di comunione un atto del singolo, pensato in una separazione radicale rispetto alla celebrazione.
Un’altra testimonianza interessante è quella di padre Cesare Falletti, monaco, priore di una comunità in Piemonte. Ricorda una mattina in cui con la madre e la sorella vanno a messa. La madre si accosta per ricevere la comunione, ma il prete la ignora e conclude la messa. Al termine la mamma si reca in sacrestia e chiede spiegazioni al prete che risponde: quella non era una messa da comunione. Allora la signora Falletti, non contenta, ribatte che a Roma tutte le messe sono da comunione e il prete risponde: “Certo signora, a Roma non c’è più religione!”
Che durante ogni messa si preveda la distribuzione della comunione sarebbe segno che non c’è più religione! Era questo un modo per prendere le distanze da Lutero che sosteneva che la presenza reale era solo nella comunione.
È questa la ragione per cui nella nostra tradizione ricevere la comunione durante la Messa al momento della comunione per 450 anni è stato un problema, perche nella versione originale del rito di Pio V, che qualcuno oggi vorrebbe rimettere in vigore, non era previsto rito di comunione per il popolo durante la messa, ma solo al termine . E questa prassi è stata in vigore dal sedicesimo secolo fino agli anni della mia fanciullezza quando facevo il chierichetto… Qualche cosa di analogo succede oggi quando arriva la televisione in una chiesa per trasmettere una messa. 15 o 20 persone fanno la comunione, poi i tempi televisivi stringono e quindi finita la ripresa della Messa tutti gli altri fanno la comunione. Questo è il retaggio di una comprensione del celebrare molto diversa da quella che abbiamo imparato grazie al Concilio.

Ora entriamo nel cuore del documento conciliare. Molto è stato ripreso dall’Enciclica di Pio XII Mediator Dei del 1947 che per certi versi è la grande anticipazione del discorso conciliare. Il Concilio ha elaborato più facilmente il documento liturgico rispetto agli altri, perché aveva alle spalle il contributo del testo di Pio XII, autorevole parola che aveva capito la necessità di ripensare il tema liturgico. Lo stesso Papa aveva introdotto la riforma della Veglia pasquale, della celebrazione della settimana santa e sulla musica sacra aveva scritto cose che anticipavano il Concilio.
Il cuore del documento di PioXII è però ancora vecchio, vi troviamo una teoria del partecipare che è ancora medievale. Che cosa voleva dire, per questo documento del 1947, partecipare alla liturgia? Avere nell’animo gli stessi sentimenti di Cristo crocifisso. Peccato che una definizione così, certamente apprezzabile, sia solo interiore. I gesti, i riti liturgici sono cerimonie, il senso del partecipare è solo interiore. Questo permette a questo documento di proporre una forma di partecipazione medievale che abbiamo ereditato per inerzia e che ritroviamo anche oggi. Se quello che conta dell’atto rituale è “avere nell’ animo gli stessi sentimenti di Cristo crocifisso” il prete vi arriva attraverso i riti che compie, ma i fedeli che stanno nel primo banco della chiesa ci arrivano attraverso il rosario, quelli del secondo banco attraverso la novena a sant’Antonio, quelli del terzo con la devozione della Divina Misericordia… Questo era il regime di non celebrazione fino al Concilio.
Non c’era partecipazione attiva, il concetto nuovo che il Concilio introduce è che i riti cristiani hanno bisogno di partecipazione attiva. L’idea che mentre il prete dice messa tu fedele, contemporaneamente, fai altro, dici il rosario, ti confessi, leggi un libro devoto, è normale fino agli anni 60. Il concilio fa un’operazione elementare ma rivoluzionaria. Dice che i riti sono il linguaggio di tutti.
Tutti celebrano l’eucarestia, uno la presiede, uno proclama la parola, uno guida il canto, uno serve all’altare, uno porta i doni, ma tutti celebrano il rito. Questa è un’altra prospettiva, perché rende strutturalmente unitaria l’esperienza liturgica. Partecipazione attiva non vuol dire che ognuno fa una cosa diversa, ma che tutti compiono la stessa azione, ognuno al suo livello di ministerialità ma tutti partecipano della medesima celebrazione.
Al Concilio quando i 2400 vescovi si riunivano in san Pietro, cominciavano con la celebrazione eucaristica ma che non era una concelebrazione; ognuno aveva già celebrato per conto proprio. Quando si riunivano, un vescovo celebrava la messa, tutti gli altri dicevano il breviario o facevano altro. E questi uomini che erano il frutto di questa chiesa hanno avuto la forza di capire che quello che facevano non poteva più continuare e che bisognava introdurre una grande discontinuità per essere nella continuità della tradizione. Questo è il vero motivo per cui si è fatta la riforma liturgica.
La grande novità del messale romano nella versione pre-conciliare è l’affermazione che la messa comincia quando il prete si è preparato; nella versione post-conciliare invece la messa comincia quando il prete si è preparato e l’assemblea si è radunata. La messa prima era pensata anzitutto senza popolo e in essa la Parola di Dio aveva un posto di fatto marginale. Il Concilio ci chiede, invece, di riempirla di parola biblica, meglio, di fare della parola biblica un luogo sacramentale. In ogni atto rituale c’è una dimensione di parola, c’è la parola di Dio da ascoltare che diventa atto di preghiera. A questo non eravamo abituati, perché per i cattolici non vi era familiarità con la parola di Dio che doveva esser tenuta a distanza di sicurezza. Ancora, il Concilio lavora sulla valorizzazione del segno ma secondo una logica diversa, quella della ricchezza con cui ti conduce al significato. Da questo punto di vista, la comunione sotto le due specie è il caso classico, perché il cattolico è abituato a dire che è sufficiente il pane perché in esso è contenuto tutto il corpo e tutto il sangue del Signore. È vero, ma il gesto nella sua pienezza è condividere l’unico pane spezzato e l’unico calice. Rispettare il gesto nella sua pienezza vuol dire arrivare al significato – corpo e sangue di Cristo - passando attraverso un gesto più ricco e quindi meglio significativo. Pensiamo alla comunione sotto la sola specie del pane, come siamo abituati. Siamo stati abilissimi nel fare in modo che i segni non parlino più. Usiamo le particole, ma una cosa perfettamente tonda può essere un frammento di un unico pane spezzato per esser condiviso? Una cosa perfettamente tonda è l’imitazione in miniatura dell’intero, non è un frammento, è l’intero in miniatura. È la perfetta forma segnica per esprimere una comunione che è individualistica, per cui ognuno ha il suo! Non c’è nessuna frazione da fare, hai già tutti i frammenti, perfettamente tondi, tutti pronti.

La liturgia non è solo una questione interiore, ma una cosa corporea. La liturgia ha una esteriorità che non solo è insuperabile, ma che parla all’interiorità attraverso l’esteriorità. E questo prendersi cura dell’esteriorità diventa un compito decisivo, ma non di una esteriorità cerimoniale, ma di una esteriorità che parla all’interiorità. Se avessimo davvero capito che anche con il nostro corpo celebriamo il rito dell’eucarestia, al momento della comunione non vivremmo la distribuzione della comunione come se fossimo alla posta, cioè in coda. Non è la distribuzione di un bene, ma è una processione e ogni persona, comunitariamente, va verso il Signore.
La riforma liturgica l’abbiamo fatta da 50 anni, perché il Concilio è del 1962, ma la riforma entra pienamente in vigore dagli anni 70. Da almeno due generazioni viviamo una nuova realtà e la viviamo molto con la testa e molto poco con il corpo. Il corpo è ancora nell’inerzia del passato. Siamo ancora lontani da quella celebrazione che uno studioso di liturgia, CrispinoValenziano chiama “l’anello della sposa”: due perle (liturgia eucaristica e della parola) e tre anelli (processione all’ingresso, all’offertorio e alla comunione). Finchè fare la comunione non diventa processione di comunione e non un atto di devozione privata siamo molto lontani dallo spirito della Riforma liturgica. Abbiamo una riforma liturgica che ci ha dato gli strumenti ma la fase di recezione è appena cominciata.

Concludo indicando le grandi sfide che, a mio avviso, abbiamo di fronte, in campo liturgico. La sfida più appariscente, ma minore, è quella costituita da tutti coloro che hanno ripetuto che la riforma liturgica in realtà non è necessaria. Si può andare avanti anche senza.
Nel Motu proprio del 2007 Benedetto XVI dice che il rito in uso prima della riforma conciliare non è stato mai abrogato e che quindi continua a valere. Come se il Concilio non avesse parlato. Studiando la storia ho scoperto che mons. Lefebvre, tenace avversario della Riforma liturgica e di altri decisivi pronunciamenti conciliari, già negli anni 60-70 teorizzava questa posizione dicendo apertamente: La Chiesa fa la riforma liturgica, ma chi vuole continui a usare i riti di prima. Singolare la posizione del cardinale Giuseppe Siri, arcivescovo di Genova che, nel 1951 quando Pio XII introduce la riforma della veglia pasquale, scrive una lunga lettera al papa in cui non si dice convinto di questa riforma per due motivi: il primo, perchè il sabato santo i preti cominciano a pensare alla celebrazione della sera e non stanno più nel confessionale, e quindi i fedeli non fanno il precetto pasquale; il secondo: la veglia portata alle ore notturne è contro natura, perché la notte è fatta per dormire. Così ha detto il card. Siri.
Ma anche noi finiamo per dare ragione a Siri e ai nostri parrocchiani, mettendo la veglia alle 18-19 così che alle 21.30 i fedeli possono già essere a letto! Nel Motu proprio di Benedetto XVI si legge che ogni sacerdote quando celebra senza assemblea può usare il rito che vuole senza chiedere nessuna autorizzazione. Si tratta, a mio avviso, di un principio aberrante nella chiesa, perché subordina all’arbitrio del soggetto il rito che celebri. È paradossale l’idea di una riforma che non è necessaria. Opinione condivisa da Siri, Lefebvre e dal Motu proprio. In modi diversi, con delle attenuazioni, vuol dire negare la necessità della riforma.
Qual è invece la vera sfida per il cuore della chiesa?
Non l’idea che la riforma non sia necessaria, ma l’idea che la riforma sia sufficiente. Non è vero che basta avere sull’altare il messale di PaoloVI! No, il messale è lo strumento perché il rito cominci ad elaborare linguaggi, forme della carità, spiritualità, forme della fede e le elabori con linguaggi verbali e non verbali, con la potenza della musica, con la capacità del movimento, con la capacità di gestire il tempo e lo spazio, perché è questo il modo con cui la liturgia parla. Una recezione minimalistica della riforma liturgica è la vera sfida oggi. Il fatto che papa Francesco come primo gesto chieda alla piazza, che lui chiama comunità diocesana di Roma, di pregare Dio per lui e si curvi davanti alla preghiera che il popolo rivolge a Dio, dal punto di vista rituale, a me sembra un atto sorprendente, esattamente come il fatto che in quel medesimo contesto inviti ad un atto di devozione popolare come la recita di un pater-ave-gloria. Normalmente un papa quando dice “preghiamo” parte con il latino. No, lì è partito con un Padre nostro e poi si è reso conto che non lo sapeva dire bene in italiano, gli veniva in spagnolo, per cui il cerimoniere ha fatto da suggeritore. Questo a me sembra il cambiamento di forma non solo verbale ma corporea, di atteggiamento, che è il frutto di questa consapevolezza: la riforma liturgica si recepisce accettando logiche diverse della devozione, del pregare, del celebrare, dove i linguaggi non verbali contano quanto, se non più, di quelli verbali.

E per concludere vorrei citare due piccole cose.
La prima è tornare all’idea che il servizio alla tradizione voluto dal Concilio si realizza mediante un legittimo progresso. La nostra debolezza negli ultimi anni è stata quella di pensare che tradizione e progresso non siano compatibili. O scegli la tradizione e ti tiene anche quella che sana non è; o entri nel progresso e perdi la tradizione.
Invece il Concilio sa che ci sono cose sane che non sono nella tradizione. Facciamo l’esempio delle lingue parlate. Tradurre dal latino alle lingue parlate non è una concessione a quanti non sanno il latino, ma vuol dire accettare che il mistero pasquale si possa celebrare in ogni lingua, accettare che questo passaggio dal latino alle lingue parlate non sia perdere in chiarezza e profondità. Riconosciamolo: i Padri conciliari hanno avuto il coraggio di dire cose che noi sussurriamo appena: il latino non è la lingua di Pentecoste, anzi è una delle lingue di Babele. Certo, con una lunga esperienza di preghiera, ma è una lingua di Babele, con i suoi punti ciechi e i suoi fraintendimenti. Ci sono cose che il latino dice e che in italiano non si riesce a tradurre, ma cose che in italiano vengono espresse meglio e questo vale per tutte le altre lingue. Non è che il latino dica in pienezza mentre se usi una lingua africana ne perdi il 90%. Questa è miseria antropologica. Negli ultimi tempi le revisioni dei testi liturgici nelle singole lingue sono state fatte tutte a Roma e a volte da parte di esperti improvvisati! E poi ti tocca fare catechesi per spiegare che una certa parola tradotta in un certo modo perché più simile al latino, non vuol dire quello che vuol dire nella tua lingua.

Concludo: siamo a cinquant’anni dal Concilio, una bella distanza, ma sono solo due generazioni. Mentre le riforme diventano forti dopo tre, quattro generazioni. A cinquant’anni dal Concilio possiamo ripete le parole che il teologo Karl Rahner ha scritto a Concilio appena chiuso nel 1965: “Il Concilio ha posto un inizio per l’aggiornamento, per il rinnovamento, e anche per la penitenza e per la conversione sempre necessarie. Questo è molto. Ma è solo l’inizio dell’inizio. Tutto, quasi tutto è ancora lettera, dalla quale possono scaturire spirito e vita, servizio, fede e speranza, ma non scaturiranno da sé. La Chiesa ha riconosciuto di avere un compito, ma questo compito deve essere ancora assolto. E la Chiesa, questa è una affermazione fondamentale di Spirito e fuoco, siamo tutti noi”.



CATTEDRA DEL CONCILIO
nell’Anno della Fede
nella memoria del card. Martini

23 maggio 2013 ore 21
IL PRIMATO DELLA PAROLA DI DIO


padre Silvano Fausti
gesuita


LA CARITAS DELL'ORATORIO:
LE SUORE DI BOUAR

ICaro don Paolo e carissimi Fratelli – Sorelle,
con tanta gioia abbiamo saputo che in questa Quaresima volete camminare con noi al passo della preghiera, della carità e della solidarietà, condividendo almeno nel cuore e nel desiderio questa splendida avventura missionaria che la fantasia del Signore ci sta facendo vivere da 24 anni. La nostra è una piccola Fratenità di clarisse composta da 5 sorelle italiane partite nel 1989 dal monastero di Chiavari e da 4 sorelle africane (tre centrafricane e una congolese). In verità questo monastero è stato fondato 51 anni fa da un gruppo di Sorelle Clarisse francesi che però si sono ritirate a causa dell’avanzamento di età e della mancanza di nuove forze, al momento del nostro arrivo a Bouar. […] Quindi ormai da tanti anni facciamo parte integrante di questo popolo in cammino verso una cresciata spirituale e uno sviluppo materiale che fa tanta fatica ad iniziare. In più le numerose ribellioni e i vari colpi di stato che si sono succeduti hanno indebolito ulteriormente la già poche forze di queste persone costrette a vivere nella povertà e, spesso, nella miseria e nell’ignoranza. […]
Quando si pensa che la Repubblica Centrafricana è uno dei paesi più ricchi di miniere d’oro e di diamanti del mondo, mentre gli abitanti fanno tanta fatica a vivere.... si capisce quanto pesino sulla nostra gente gli interessi delle potenze mondiali e a quale grande sfruttamento devono pagare il prezzo della loro vita.
Essendo un monastero di clausura noi non siamo direttamente coinvolte nelle opere di evangelizzazione e di sviluppo in cui, invece, i nostri fratelli missionari sono completamente immersi, ma nella nostra vita e nella nostra preghiera portiamo il respiro della Speranza perché la forza di chi lavora e lotta per il sorgere di una nuova, luminosa alba portatrice di pace e di giustizia, non venga mai soffocata o spenta dalle difficoltà, dagli insuccessi, dagli inevitabili ostacoli che queste nostre Sorelle, che questi nostri Fratelli missionari incontrano nel dono quotidiano della loro vita.
In missione ci conosciamo tutti e ci sentiamo fratelli. La gioia di uno di noi diventa la gioia di tutti e la sofferenza che colpisce qualcuno tra noi diventa motivo di dolore per tutti. Questa giovane Chiesa cresce prendendo coscienza pian piano della grande chiamata del Signore di essere sale, di essere luce. I giovani che abbiamo accolto anni fa nelle nostre case di formazione sono oggi sacerdoti, religiosi e religiose che agiscono da protagonisti nel campo dell’evangelizzazione dei loro propri fratelli, portando nel cuore le loro ferite, ma anche le loro speranze, le loro attese, il grido del loro Amore per tutti nel desiderio di veder ripartire una nuova vita. […]

Carissimi Amici, Fratelli, Sorelle,
tramite le nostre sorelle di Leivi abbiamo saputo della vostra solidarietà nell’affetto e nella preghiera al momento di sofferenza che il nostro Paese e la nostra comunità sta attraversando. Il potere ormai è stato preso dal gruppo di ribelli che si chiamano Seleka, cioè Alleanza. Ma sembra che la rivoluzione, la guerra, la violenza, le rivendicazioni inizino adesso…Le truppe della Seleka stanno arrivando in tutte le città e i villaggi del Paese e anche se ci dicono che vengono ormai nella pace le loro divise mimetizzate, i loro fucili in spalla, i loro cannoni sulle jeeps non sono rassicuranti.
Molte delle nostre famiglie che abitano a Bangui, la Capitale e tanti dei nostri conoscenti e amici hanno avuto la visita dei Seleka nelle loro case, sono scappati con i bambini, e non sono più potuti tornare perché le case sono state saccheggiate e persino i muri presi a colpi di machette, rovinati, distrutti. Durante la notte si sdraiano in terra per evitare le pallottole vaganti e cercano il riposo tra uno sparo e l’altro, con l’angoscia nel cuore.
Anche noi siamo “sfollate” dai frati Cappuccini che hanno un grande convento a 5 km dal nostro monastero. Siamo arrivate alla sera della domenica delle Palme, il 24 marzo…Come una volta Santa Chiara che in quella stessa notte scappava da casa sua per essere accolta nella fraternità dei frati alla Porziuncola… Quando siamo arrivate abbiamo trovato là anche tutte le suore della nostra missione a Bouar, tutte rifugiate dai frati per essere più al sicuro. Ma nella stessa notte sono venuti dei militari dell’ex governo e con un grosso fucile hanno sparato sulla serratura del cancello dei frati per venire a fare dei saccheggi. Noi ci siamo svegliate tutte e, terrorizzate, pensavamo che fossero quelli della Seleka. Sappiamo che sono mulsulmani e che i cristiani sono la loro prima preda. Le donne, poi, sono le più esposte al pericolo dei loro sorpusi sessuali. Dopo quei colpi però non sentivamo più niente. C’erano i lampi, i tuoni e un grande temporale si stava preparando. Non c’era elettricità, quindi nessuna di noi si è mossa, ma siamo rimaste nelle nostre celle vestite di tutto punto e col rosario in mano a…tremare come foglie… Miracolosamente il cancello ha tenuto e quei ladri di serenità e di riposo se ne sono andati! Il giorno dopo i frati ci hanno ringraziato perché dicevano: «qui ci sono le clarisse e quindi nessuno può farci del male!». Che Fede!!!! Siamo tornate in monastero ieri pomeriggio 28 marzo, perché ci hanno detto che la città di Bouar è abbastanza tranquilla, ma durante la notte il nostro parroco ha organizzato un gruppo di giovani scouts per proteggere il quartiere. Veramente sono ragazzi molto giovani che potrebbero solo usare il fischietto per allontanare i militari o i ribelli che vengono con le armi pesanti… ma noi ci fidiamo di Colui al quale hanno presentato solo due pani e pochi pesciolini e che ha potuto sfamare una moltitudine!
In questi momenti sentiamo la Fede rifluire nella nostra vita, non abbiamo che il Signore che ci protegge. Sentiamo forte questo dono che non è solo per noi, ma che con la sua forza raggiunge anche tutti i nostri fratelli, sorelle centrafricane che vivono questo Venerdì Santo della storia del Paese e che gridano al Signore invocando il dono della Pace, della riconciliazione, del diritto a una vita serena, degna di uomini e donne fatti a immagine di Dio. Carissimi vi ringraziamo delle vostre offerte, delle vostre preghiere, della vostra vicinanza che ci fa bene, che rinvigorisce il coraggio, che rafforza la catena d’oro della Comunione e della Speranza umana e cristiana, e che ci dice che l’alba di luce di questo triste giorno ESISTE e che non tarderà a visitarci.
Grazie perché nel cuore di questo Venerdì Santo VOI siete già la nostra Pasqua!! Un caro abbraccio con tutto il cuore,

le vostre Sorelle Clarisse di Bouar.


Tutti i giovedì dalle ore 8.00 alle ore 8.15
in oratorio
Preghiera Mariana
per tutti bambini delle scuole elementari

Tutti i giovedì alle ore 20.45
in chiesa
Preghiamo insieme il rosario

Mercoledì 8 maggio ore 21.00
in chiesa

Meditazione Musicale
Maria splendor gratiae
Ensemble Vocale Harmonia Cordis
diretto da Giuditta Comerci


PELLEGRINAGGIO A ROMA
PER LA CONSEGNA DEL PALLIO
A MONS. CARLO REDAELLI
28 giugno – 1° luglio

Cari Amici di San Giovanni in Laterano,
a fine giugno sarò a Roma per la consegna del Pallio da parte di Papa Francesco.
La Diocesi di Gorizia ha organizzato un pellegrinaggio.
Per gli amici di Milano propongo il programma che allego.
Ricordo che a Roma sta diventando quasi impossibile trovare ospitalità; occorre quindi provvedere celermente a prenotare.

Don Carlo

Sabato 29 giugno ore 9: a S. Pietro S. Messa con consegna del pallio (occorre avere apposito pass e presentarsi almeno un’ora prima)
Domenica 30 giugno al mattino: incontro con don Carlo con programma da definire;
Domenica 30 giugno: ore 17 celebrazione S. Messa a S. Cecilia in Trastevere con i pellegrini di Gorizia
Lunedì 1° luglio: ore 11 udienza con il Papa in Sala Nervi (occorre avere apposito pass e presentarsi almeno un’ora prima)

Per prenotare i pass rivolgersi a Barbara presso la Curia di Gorizia lunedì-venerdì dalle 9 alle 12 (tel. 048.1597617)

Per l’ospitalità a Roma sono ancora disponibili alcune camere presso la Casa La Salle, Via Aurelia, 472 (vicino alla metropolitana Cornelia) – tel. 06.666981 – booking@casalasall.it - www.casalasalle.it - Pernottamento e prima colazione 54 euro in camera singola



Anche quest’anno abbiamo la possibilità di destinare la quota del 5x1000 dell’imposta sul reddito delle persone fisiche a “sostegno del volontariato, delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale, delle associazioni di promozione sociale, delle associazioni o fondazioni”.
Segnaliamo tre realtà presenti sul territorio del nostro Decanato:

La Tenda, uno spazio per e con gli anziani
via Donatello n. 27 - telefono 02 39 43 02 51 -
email: latenda@fondazioneaquilone.org
codice fiscale 97167240155 (Fondazione Aquilone)

L’Associazione CasAmica Onlus, offre ospitalità alle persone malate e ai loro familiari che vengono da tutta Italia per curarsi negli ospedali di Milano
via Saldini n. 26 - tel 02 76 11 47 20 - www.casamica.it
codice fiscale 97111240152

Centro Francescano Maria della Passione - Mensa dei poveri, offre una mensa, un servizio di docce e guardaroba, una scuola di italiano e un centro di ascolto.
Via Ponzio 75 - tel. 02 70 60 07 63 - www.centromariadellapassione.org
codice fiscale 02746190582

 



BILANCIO 2012

Il bilancio 2012 della Parrocchia si chiude con un disavanzo di 30.452,18 euro che corrisponde allo sbilancio della gestione corrente.

RICAVI    
Offerte celebrazioni liturgiche
111.483,00
Eucarestia festiva e feriale
77.184,00
Altre celebrazioni (battesimi, cresime, matrimoni, funerali, offerte SS. Messe)
34.299,00
Altre offerte
73711,00
Benedizioni natalizie
43.869,00
Ulivo pasquale
3.400,00
Cera votiva
26.502,00
Offerte straordinarie per la chiesa
6.975,00
Entrate e raccolte attività diverse parrocchiali
9.180,00
Attività caritative parrocchiali
7.845,00
Stampa cattolica e Il Segno
1.080,00
Contributi notiziario Come Albero
50,00
Vendita libri don Angelo
100,00
Attività formative e culturali
105,00
Altre entrate
41.173,32
Rimborso assicurazione
3.708,00
Utilizzo spazi parrocchiali
8.765,00
Interessi attivi su cc bancario
633,91
Rendite da titoli
21.155,06
Viaggio Fatima
1.638,19
Raccolte Speciali per terremoto Emilia
3.000,00
Entrate varie
2.273,16
Utilizzo fondi
38.563,00
TOTALE RICAVI
281.145,32
COSTI
Remunerazioni e compensi
116.248,63
Sacerdoti
35.340,00
Dipendenti
42.022,00
Oneri previdenziali e ritenute fiscali dipendenti
28.506,05
Ritenute fiscali varie
410,00
Stanziamento TFR
4.963,20
Consulenze / Collaborazioni
5.007,38
Materiale per il culto (Fiori, fogli S. Messe, cera)
18.376,86
Contributi diocesani
5.229,34
Attività parrocchiali
64.420,65
Caritative parrocchiali
38.063.00
Libri omaggio
3.035,40
Stampa cattolica e Il Segno
1.733.50
Attività formative e culturali
3.389,70
Raccolta speciale per terremoto Emilia
3.000,00
Gestione oratorio
4.609,09
Attività varie
10.589,66
Spese di gestione
57.010,77
Assicurazione
10.018,70
Acqua, luce e gas
7.799,50
Telefono
1.717,81
Servizi comunali (Tarsu e IMU)
5.771,53
Riscaldamento
18.316,92
Materiale e spese pulizia
837,75
Posteggio autosilo
8.683,00
Cancelleria, fotocopie
2.744,59
Carburante e bollo pulmino
1.129,00
IRAP
1.528,20
Manutenzione ordinaria
35.131,63
Immobili (ferramenta, colorificio, ...)
19.310,16
Impianti, macchinari, mobili
15.712,57
Varie
108,90
Acquisti di macchinari
3.194,40
Spese bancarie
1.011,72
Stanziamento fondi
7.845,00
TOTALE COSTI
311.597,50
RISULTATO DI ESERCIZIO
Totale ricavi
281.145,32
Totale costi
-311.597,50
DISAVANZO ESERCIZIO 2011
30.452,118
 
 

STATO PATRIMONIALE 2012

ATTIVO
719.026,78
PASSIVO
749.478,96
Cassa
6.510,74
Fornitori
5.000,00
Cassa oratorio
4.350,00
Fondo per organo
92.025,31
Banca Credito Artigiano
21.723,33
Fondo per manutenzione
372.330,68
Banca Intesa San Paolo
220.618,19
Fondo per carità anziani
120.726,00
Banca Credito Artigiano (oratorio)
20.476,25
Fondo per carità parrocchiale
18.339,42
Titoli
419.527,38
Fondo TFR
52.341,15
Crediti
7.566,50
Debiti
32.401,64
Patrimonio netto Parrocchia
9.316,73
Patrimonio netto oratorio
29.435,34
Disavanzo di esercizio
30.452,18
 

 


 

Nella Comunità parrocchiale:

 

ha ricevuto il battesimo

LORENZO SIANO
ALESSANDRO DE MAIO
MARIO VITTORIO NEGLIA
GIULIANA LOMBARDI
ANNA MARTA MASCARDI

abbiamo affidato ai cieli nuovi e alla terra nuova

MARTA TARTUFOLI (a. 93)
AMINA DE GIROLAMO (a. 77)
EMMA BASSINI (a. 42)

ARTURO BRONZINI (a. 96)
ANNA MARISA TAVECCHIO (a. 81)
MILENA RICCARDA BOLLARDI (a. 71)

 


 


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