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Come albero   

  notiziario mensile parrocchiale

DICEMBRE 2008


CHIESA NELLE CASE E DELLE CASE

Riprendiamo il dialogo avviato su queste pagine il mese scorso: Chiesa dei crocicchi scrivevo e cioè una comunità non chiusa nelle quattro mura dell’edificio sacro ma una comunità aperta, come i crocicchi delle strade, nei luoghi della vita quotidiana, per incontrare tutti. E in queste settimane don Alberto, don Paolo e il sottoscritto davvero siamo stati per gran parte delle nostre giornate fuori, nelle strade, per entrare nelle vostre case.

È questa un’antica usanza ambrosiana: visitare le case e portare la benedizione in prossimità del Natale. La congiunzione, tutta ambrosiana, tra il Natale e la casa è davvero significativa. Nel Natale il Figlio di Dio prende casa tra le case degli uomini per condividere gioie e speranze, fatiche e sofferenze ed essere definitivamente il Dio con noi, l’Emmanuele. Confesso che mi emoziona, in questi giorni, ripetere in ogni casa, magari in cucina o in salotto o presso il letto di qualche malato la preghiera che cerco ogni volta di inventare su misura di quella casa: Tu, o Signore, hai voluto condividere la nostra condizione umana, sei nato come noi da una donna, Maria, hai lavorato con mani di uomo, sofferto e amato con un cuore d’uomo… benedici questa casa e quanti vi abitano, dona alla loro tavola il pane quotidiano… E se vi sono dei bambini la benedizione è invocata sui loro passi, sul loro domani; sugli studi o la ricerca di lavoro dei più grandi, sulle sofferenze dei malati, sulla solitudine di chi ha perduto la persona cara…

Davanti ad ogni porta è sempre una emozione nuova, a cominciare dal suono del campanello: soprattutto se invece del consueto suono parte la marcia trionfale dell’Aida!!! Nei brevi istanti che seguono mi domando: ci sarà qualcuno in casa? Mi accoglieranno? Molte volte una voce dall’interno avverte: un momento… arrivo… eccomi. Grazie di questi segnali di premura. Grazie per le porte che si spalancano, in taluni casi sono già aperte quando arrivo sul pianerottolo. Un plauso particolare ai Custodi che sono sempre premurosi nel guidare la visita. Qualche rarissima volta, le conto sulle dita di una mano, la porta non si apre e una voce, dall’interno, annuncia un rifiuto. E se il rifiuto è motivato dalla diversa fede, ebraica in particolare, confesso che davvero ne soffro. Ma forse tanti anni di disprezzo, - per quanti secoli il Venerdì Santo abbiamo pregato pro perfidis Judeis - spiegano tanta estraneità. Forse il tempo ci aiuterà a incontrarci, a riconoscerci nel grande abbraccio di Abramo. Molte porte restano chiuse perché i ritmi di lavoro, gli orari rendono arduo l’incontro. Ma anche qui quante felici eccezioni: chi chiede, il mattino, d’esser visitato subito per poi scappare al lavoro… chi telefona per avvertire dell’assenza… chi incarica il custode di aprire comunque la casa, chi delega il compito ad un parente… segni di una premurosa attenzione per la visita del sacerdote. Anche di questo ringrazio. Quando la porta si apre un volto, un sorriso ti accolgono, ti chiamano per nome: scopro di esser già conosciuto e amato. Una famiglia mi offre due tele che raffigurano paesaggi del villaggio natale di mia Madre… Non si può sostare a lungo né sedersi per un caffè ma c’è tempo per una confidenza, per condividere una pena: il genitore che ti accompagna sul pianerottolo lontano dalla figlioletta per dirti di pregare per il matrimonio in crisi… Quante persone anziane e malate, quasi tutte premurosamente accudite da personale che con una pessima dizione chiamiamo extracomunitari. Non appartengono alla Comunità europea ma sono uno dei sostegni delle nostre comunità familiari. Se domattina tornassero tutti ai loro lontani paesi, crollerebbe il fragile equilibrio di tante nostre famiglie. Dico con gratitudine, anche pensando agli ultimi anni di mia Madre: siano benedette queste presenze che si prendono cura dei nostri anziani. Badanti le chiamiamo, davvero una brutta parola.

Frammenti di vita, questa visita alle famiglie, lieta fatica. Ecco perché sono persuaso che questo nostro andare di casa in casa sia un momento importante del servizio che possiamo dare alla comunità. Certo la diminuzione del clero e il gran numero di famiglie pone talora problemi di difficile soluzione. Che fare? La fantasia si è sbizzarrita. In un passato non troppo lontano, quando a Milano esistevano parrocchie di trenta mila e più abitanti, si facevano le benedizioni ‘mercenarie’. Mi spiego: si chiamavano dalle diocesi vicine più ricche di clero preti disposti a visitare le nostre case: preti ‘mercenari’ lo dico con affetto e una punta di ironia. Altre parrocchie oggi scelgono di affidare ai diaconi, alle religiose la benedizione. Oppure praticano la benedizione ‘alter-nata’: oggi a me, un altro anno a te: quest’anno alcune vie, l’anno prossimo altre… oppure la benedizione ‘spalmata’ su molti mesi o la benedizione ‘su richiesta’: solo a chi ne fa esplicita richiesta. Infine la benedizione ‘fai da te’. Leggo sul notiziario di una parrocchia nel lecchese che il parroco raccoglie una sera i capifamiglia di un certo rione e affida loro una piccola ampolla con l’acqua benedetta, la formula della benedizione e li incarica di portare loro, nella loro casa, la benedizione. Insomma tanti tentativi per non lasciar cadere questa tradizione. Credo che questa tradizione vada custodita: è l’unica occasione di incontrare, potenzialmente, tutti: praticanti e no, vicini e lontani, tutti, anche chi ha preso le distanze per antichi dissidi e porta ancora i segni di una ferita. Sono lieto d’aver potuto condividere con rispetto in una famiglia una pena che dura da anni per passate incomprensioni e tentar di mostrare un volto meno arcigno di Chiesa.

Entrare nelle case e lì invocare la benedizione di Dio realizza la Chiesa nelle case, dentro le case. Ma più profondamente la casa non è solo la cornice esteriore di una preghiera. Per questo vorrei parlare non solo di chiesa nelle case ma di chiesa delle case, chiesa costruita dalla casa, dalla famiglia, dalle sue relazioni, dai suoi figli e dai suoi anziani, dalle sue fatiche e dalle sue speranze. Il vissuto della famiglia contribuisce a costruire la chiesa come comunità di credenti. E questo per una fondamentale ragione che provo a dire così: la qualità dei rapporti tra quest’uomo e questa donna che si sono donati reciprocamente in un vincolo irrevocabile di dedizione è il primo luogo in cui riconoscere e manifestare il volto stesso di Dio. Il primo modo che ogni figlio dell’uomo e della donna ha per apprendere chi Dio sia, apprendere il suo vero nome - Dio è Amore - questo luogo è la casa, la famiglia, la trama di relazioni che la costituiscono. Se i figli potranno ‘spiare’ i gesti di tenerezza, amore reciproco, paziente accoglienza, aiuto vicendevole dei loro genitori, allora arriveranno anche a comprendere che Dio è amore e che l’unico decisivo comandamento è «Amatevi come io vi ho amati». La casa è il primo luogo dove questa esperienza è possibile attraverso i gesti della vita quotidiana, quei gesti che più efficacemente plasmano il carattere e che quindi meglio educano.

In queste settimane davvero vivo una esperienza di chiesa nelle case e delle case e penso che questa era la condizione dei primi secoli cristiani quando non esistevano luoghi di culto cristiani e i discepoli di Gesù “spez-zavano il pane di casa in casa”. Solo dopo qualche secolo la comunità cristiana avrà i suoi edifici di culto ma credo sia bello che almeno in alcune occasioni chiesa e casa, tavolo da pranzo e altare si identifichino. Saremo così aiutati a superare quella distanza tra il nostro vivere quotidiano e il nostro cammino di fede. Chiesa dei crocicchi, chiesa nelle e delle case: continua la nostra ricerca di un volto di chiesa che sia aperta come lo sono i crocicchi e ospitale come le case.

don Giuseppe

 



DIO VIENE NELLA CITTÀ
omelia di don Giuseppe nella quarta domenica di Avvento
domenica 7 dicembre 2008
(Is 16, 1-5; 1Ts 3, 11-4, 2; Mc 11, 1-11)

L'evangelo di questa quarta domenica di Avvento è una vera e propria rappresentazione dell’Avvento, quasi una messa in scena del venire di Gesù in mezzo a noi. Quante volte questo verbo ritorna: «venne nella sua casa…» (Gv 1,11). E a Zaccheo: «oggi devo venire in casa tua» (Lc 19,5). E l'ultima parola della Rivelazione è: «Sì, verrò presto. Vieni Signore Gesù» ( Ap 22,20). Quante volte Gesù ha ripetuto questo verbo: «Io sono venuto a cercare e salvare ciò che era perduto». «Non sono venuto per i sani ma per i malati». «Sono venuto perché abbiano la vita».

Gesù viene nella città: l'Avvento che stiamo vivendo è anche per la città. Credo sia legittimo, anche se inconsueto, leggere l'Avvento del Signore come annuncio, parola di speranza non solo per la coscienza personale ma anche per la città, è quindi una venuta “politica” per la polis, la città. L’Avvento di Gesù è certamente, in primo luogo un fatto personale che coinvolge la mia coscienza in una relazione individuale: quante volte Gesù ha preso tempo per una sola persona, per un dialogo che nel caso di Nicodemo occupa una notte o per la Samaritana presso il pozzo nell’ora di mezzogiorno. Quante volte avrà sostato in dialogo con i suoi discepoli… Ma l’Avvento di Gesù è un fatto storico, collettivo, direi appunto politico nel senso stretto del termine: che riguarda anche la coscienza civile, i grandi problemi della città, del Paese, dell'intero pianeta. Non possiamo sottrarci alle responsabilità civili, politiche che scaturiscono dalla nostra fede. Per la festa del nostro patrono, sant’Ambrogio, l’arcivescovo, seguendo una tradizione di alcuni decenni, si è rivoltò alla città con un discorso che tocca alcuni tra i nodi più complessi del nostro vivere in questa città.

Ha detto il cardinale Tettamanzi:
«Intraprendiamo insieme, con determinazione, il cammino del dialogo. Lo ritengo urgente: la nostra Città ne ha un bisogno profondo, forse mai come oggi. Solo in un clima di dialogo autentico e vero, non con gli slogan e con i proclami estemporanei, potremo rinnovare la Città e iniziare così la costruzione della Milano del futuro. Nel dialogo e nell’incontro la Città mostrerà il suo volto più vero, più amabile e, in definitiva, il suo volto più autentico. È una Città, la nostra, da sempre chiamata all’incontro delle genti e all’incontro delle città: in questo si giocherà la sua identità e metterà in evidenza la sua anima… Il dialogo rafforza l’identità, la arricchisce, la rinnova e la proietta verso il futuro. La paura di indebolire o di perdere, nel dialogo, la nostra identità non è forse segno di un’identità già indebolita…? È venuto il tempo, ed è questo, di rinnovare e accrescere la disponibilità all’incontro e al dialogo, per scoprire e ricordarci “chi” veramente siamo […] Il dialogo è esercizio che riguarda e impegna anche la nostra Chiesa ambrosiana chiamata a donare la verità che salva: una verità che coincide con l’amore stesso di Dio e con la sua vita, una verità da comunicare con fedeltà limpida e forte, coraggiosa e gioiosa, ma che insieme deve saper proporre con bontà e mitezza. In una parola, una verità annunciata e testimoniata in dialogo».

Sappiamo che questa presa di posizione dell’Arcivescovo ha destato critiche: non è la prima volta eppure il nostro Vescovo si è mosso in coerenza con l’Evangelo. Non a caso l'ingresso di Gesù in Gerusalemme è presentato come quello del Re mansueto, portatore di pace. Il profeta Isaia annuncia che il Messia stabilirà il suo trono sulla mansuetudine per esercitare la giustizia. Gli evangelisti Matteo e Giovanni precisano che il puledro scelto da Gesù non è un cavallo, cavalcatura guerresca, ma un asino. E infatti questo Messia sopprimerà gli armamenti, i carri e i cavalli della guerra, spezzerà l'arco da guerra e annunzierà la pace a tutti i popoli. Il progetto di Dio, il dono della sua pace, ha infatti una dimensione sociale e politica ed esprime quegli atteggiamenti nuovi di un popolo che trasforma spade e lance in aratri e falci. È l'ideale concreto, storico di un’umanità che rinuncia alla guerra come mezzo di soluzione dei conflitti.

La venuta di Gesù nella sua città, Gerusalemme, sembra una grande festa di popolo. Eppure sappiamo che le acclamazioni festose presto si cambieranno in clamori ostili, anzi omicide. La prima venuta di Gesù nella città degli uomini non è segnata dall'accoglienza festosa. «Venne, infatti, nella sua casa e i suoi non lo accolsero» (Gv 1,11) e per lui «non c'era posto nell'albergo» (Lc 2,7). Indicazioni drammatiche di una chiusura ostile, di un rifiuto. Per questo leggiamo nella lettera agli Ebrei che «Gesù patì fuori della porta della città» (13,12). Perciò «anche noi dobbiamo uscire dalla città, portando il suo stesso obbrobrio, perché non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura» (ibid.). La città non ha veramente accolto, anzi ha buttato fuori il Giusto, non ne ha compreso la parola. Tra poche settimane, nell'incanto della notte santa, Gesù sarà accolto solo dai pastori, gente allora disprezzata e tenuta ai margini della città, mentre la città si coalizzerà per cancellarne la presenza. E al termine della sua vita il bambino di Betlemme sarà di nuovo escluso dalla città per essere inchiodato tra i malfattori. C'è in questo venire di Gesù nella città e in questa sua esclusione dalla città un messaggio per noi e il nostro stile di credenti dentro la città. Bisogna saper amare la città, entrare e stare in essa intensamente partecipi ma bisogna esser pronti ad uscire dalla città: non per diventare estranei ma per essere fedeli al Vangelo fino all'intransigenza.

In Gesù Dio viene, viene nella città che non lo accoglierà perché chiusa alla parola della pace. Eppure c'è un Avvento anche per la città.



Si può avere paura di Dio?
di p. Adalberto Piovano

Riportiamo alcuni stralci dell’incontro con p. Adalberto per la Cattedra dei non credenti, tenuta nella nostra parrocchia lo scorso giovedì 13 novembre.

Si può avere paura di Dio? Un interrogativo che, da una parte, può lasciare disorientato un credente e, dall’altra, può diventare un punto di partenza per riflettere sulla qualità della propria relazione con Dio. Infatti, come credenti, facciamo fatica ad accostare il mondo che è generato in noi dalla paura con quella relazione filiale che dà spessore al nostro modo di rapportarsi con Dio. Come mettere assieme le parole di Gesù, “quando pregate dite: Padre”, e quel senso di paura che abita un cuore servile, incapace di affetto, di amicizia, di fiducia? Ma d’altra parte, se onestamente ci mettiamo di fronte al nostro modo di relazionarsi con Dio, ci accorgiamo che, in vari modi, una certa paura di Dio non è totalmente assente. Quante volte appare in noi (nel nostro immaginario religioso, nella nostra preghiera, nel nostro cammino di fede) un volto di Dio che incute terrore, che evoca il giudizio o la punizione, che ci condiziona e ci spinge a compiere comportamenti e scelte dettate dalla paura? La paura ci fa fuggire davanti al volto di Dio; ci nascondiamo terrorizzati dal suo giudizio o ci limitiamo a restituire a Lui il dovuto, convinti che almeno possiamo evitare, in questo modo, di incappare nella sua ira.
Mi pare di intravedere qui due modalità ambigue di rapportarsi a Dio. La prima, giustificata da un volto di Dio che ci appare vicino e accessibile in ogni momento (il volto del Padre, un volto che certamente è quello che Gesù ci ha rivelato), rischia di eliminare ogni distanza tra noi e Dio; anzi, questo volto di Dio “a portata di mano”, che facilmente riduciamo a quello di una amico “alla pari” e con il quale intessiamo una relazione ‘fusionale’, è facilmente integrabile nella nostra vita e, di conseguenza, non ci crea nessuna paura. Non crea imprevisti. La seconda modalità di rapportarsi a Dio crea in noi una sorta di terrore, di panico: è un Dio imprevedibile, non riusciamo a relazionarsi bene con Lui, non sappiamo come potrà reagire. Lo immaginiamo sempre pronto a punire, a travolgerci con la sua potenza; lo percepiamo geloso della sua alterità, soffocante. Di questo Dio ci sentiamo servi e con lui non possiamo far altro che comportarci come servi. Davanti a lui non possiamo fare altro che stare in silenzio: ma non nello stupore, ma nella paura. «Tu sei terribile, chi ti resiste quando si scatena la tua ira? Dal cielo fai udire la sentenza, sbigottita la terra tace…» canta il salmo 75.
Se questi due modi di rapportarci con Dio non sono corretti, allora è possibile mettersi di fronte a Dio con fiducia, gioia e libertà e nello stesso tempo riconoscerne l’alterità e la grandezza? In qualche modo possiamo domandarci: possiamo fare stare assieme vicinanza e distanza, affetto e rispetto? Dio può essere nello stesso tempo il Padre che è nei cieli e il Terribile a cui nessuno resiste? Per dare una risposta positiva a questi interrogativi è necessario percorrere un itinerario alla luce di un atteggiamento fondamentale per l’uomo biblico, un atteggiamento che dà qualità alla sua relazione con Dio. Si tratta del “timore di Dio”.
Dobbiamo anzitutto ammettere che, nel nostro contesto culturale e religioso, non si prova alcuna familiarità con questa espressione del mondo spirituale biblico. E quando mai si sente parlare del ‘timore di Dio’ nella predicazione oppure si sottolinea questo atteggiamento all’interno di un itinerario spirituale? Tra l’altro il termine ‘timore’ è pressoché scomparso dal linguaggio normale; si è operata una semplicistica identificazione tra ‘paura’ e ‘timore’. E poiché il termine ’paura’ evoca una realtà negativa, una situazione che blocca e minaccia la nostra esistenza, così anche il termine ‘timore’ riceve in ogni caso una connotazione negativa. Ma è davvero così?
Se stiamo attenti alla sfumatura tra i due termini, nella nostra lingua, già ci rendiamo conto che paura e timore, sono due atteggiamenti diversi. Se tutti e due richiamano una certa reazione di fronte ad una realtà che ci sovrasta, che è più grande di noi, che potrebbe minacciarci, se tutti e due sottolineano la nostra fragilità di fronte all’imprevisto, la paura richiama tuttavia qualcosa di estremamente negativo, qualcosa che ci spinge a fuggire di fronte a una realtà che ci è ignota e che sentiamo pericolosa per noi. Il timore, invece, lascia trasparire una reazione piena di stupore, di rispetto attraverso la quale si riconosce la grandezza di una realtà che sentiamo superiore a noi. E proprio a partire ad questa prospettiva dobbiamo ricuperare questo atteggiamento soprattutto nella nostra vita di fede.

Dalla paura al timore

Nella nostra esistenza, nelle relazioni con gli altri, nei momenti di scelta, nella nostra cammino di fede, nel nostro mondo interiore, non possiamo non imbatterci nella paura. Ciascuno reagisce diversamente quando scopre la presenza di questo atteggiamento nella sua vita. Ci rendiamo conto che non tutte la paure hanno lo stesso peso; alcune sono profondamente condizionate da tutto un mondo inconscio che ci sfugge; altre sono strutturali alla natura umana (la paura della morte); altre invece sono proiezioni, fantasmi, illusioni. Ma alcune sono reali. Come discernere tutto questo? Come liberaci da tutte queste paure? All’interno del nostro modo di relazionarci con Dio, è possibile intravedere un cammino che ci porta ad una libertà dalle tante paure che incontriamo nella nostra vita? Proviamo a fare un percorso a partire da alcuni testi delle Scrittura.
Il primo è il salmo 91, un salmo che solitamente viene pregato alla sera. Inizia con questa stupende parole: «Tu che abiti al riparo dell’Altissimo e dimori all’ombra dell’Onnipotente, di’ al Signore: “Mio rifugio e mia fortezza, mio Dio in cui confido”». Colui che prega viene invitato a ripetere, dentro di lui ma rivolto al Signore, questa parola piena di fiducia, una parola che dà sicurezza, che libera da ogni paura: il Dio in cui confido è mio rifugio e mia fortezza. Questa parola diventa fonte di sicurezza: per chi ha fatto dell’Altissimo la sua dimora, allora il luogo del riposo, la tenda, la propria casa, il cammino, tutto è custodito. Nessun pericolo, in qualunque momento del giorno o della notte, può causare spavento o terrore. C’è qualcuno che veglia con la sua fedeltà, perché la sua fedeltà è scudo e corazza. E, sorprendentemente, alla fine del salmo Dio entra in scena e prende la parola. È quasi una risposta interiore alla invocazione iniziale: «lo salverò perché a me si è affidato; lo esalterò perché ha conosciuto il mio nome. Mi invocherà e gli darò risposta; presso di lui sarò nella sventura…». Allora, alla luce di questo salmo, possiamo dire che per colui che riconosce il nome di Dio (che è l’Altissimo, l’Onnipotente, il rifugio ecc…) e ad esso si affida, non c’è più nulla da temere; anche se la propria vita è come una città assediata, c’è qualcuno che la difende, c’è qualcuno che dentro di noi prende la parola e caccia ogni paura, rassicurandoci della sua fedeltà.
Ma c’è una parola di Gesù che ci indica un vero percorso interiore per discernere la paure, la loro reale portata e la libertà da esse. Si tratta del testo di Mt 10, 26-31 (cf Lc 12, 4-7). Parlando della testimonianza del discepolo e della reazione che può incontrare nel mondo, per tre volte Gesù usa l’imperativo: non abbiate paura (vv. 26. 28. 31). È come un invito ad un discernimento: ci sono paure che attaccano e soffocano la nostra vita, paure che sembrano reali e che di fatto hanno un poter su di noi. Ma qual è la loro vera portata? In fondo, nella prospettiva del discepoli, possono veramente minacciare la vita? Non bisogna aver paura di testimoniare apertamente la parola udita in segreto, anche se questo può essere fonte di difficoltà e contraddizioni; non bisogna aver paura di chi può uccidere il corpo, ma non ha potere di raggiungere il cuore della vita; non bisogna aver paura di ciò che può capitare, perché la propria esistenza è custodita, anzi ogni capello del capo è contato. Ma cos’è che caccia tutte queste paure e che permette di comprendere che esse non hanno reale potere sulla nostra vita? «Temete piuttosto Colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna»(v.28). Il timore di Dio caccia tutte queste paure, rendendole piccole e innocue: l’unico che ha ‘il diritto’ di essere veramente temuto è il Signore, perché è l’unico che ha un vero potere sulla vita dell’uomo. Temere Dio perché si riconosce che da lui dipende tutta la nostra vita significa affidarsi a Lui; ma questo è proprio ciò che ci libera da ogni paura e trasforma il nostro timore in un luogo di pace.
Vorrei aggiungere ancora un terzo testo: è il discorso di Luca 21, 8-36. […] Il credente non è esente dalla paure: la paura dell’incertezza del momento, della incapacità a leggere gli eventi, la paura della morte. Ma è chiamato ad attraversare queste paure tenendo sempre fisso lo sguardo su Colui che deve venire, nella vigilanza e nel discernimento (due atteggiamenti che nascono dal timore: state bene attenti è l’imperativo che ritorna). E inoltre Gesù indica anche un percorso che permette di attraversare questa paure disseminate nella storia. Esso è caratterizzato anzitutto dalla pazienza: con la vostra pazienza possederete la vostra vita. La pazienza nelle prove (che possono creare quelle paure che ci provocano a fuggire) è custodita dal timore di Dio: ci si affida a lui perché si riconosce che lui ha tutto in mano. Poi, alla venuta del Figlio dell’uomo, l’attesa ha termine: levate il capo perché la vostra liberazione è vicina. Si guarda con coraggio e con fiducia la storia, i suoi eventi e le nostre paure. E infine si può comparire davanti al Figlio dell’uomo. Chi ha temuto Dio e ha così attraversato la storia cercando di conservare fisso lo sguardo su di Lui, non ha più paura: può stare ritto, nella piena libertà, davanti a colui che ha atteso. Chi teme Dio, può esser sicuro di comparire davanti a Lui nella piena fiducia.
Dalla paura al timore di Dio e, nel timore di Dio, essere liberi da ogni paura: ecco il percorso a cui ci educa la Scrittura. Non si tratta dunque di eliminare dalla nostra vita le paure, perché in esse infatti si rivela cos’è veramente l’uomo in tutta la sua limitatezza. Solo in Dio non c’è paura, perché in Lui “non c’è esperienza di reale pericolo, poiché Egli è portatore di una pienezza di vita eterna ed incorruttibile”. Lui solo, dunque, può liberare l’uomo dalla paura di morire, lui solo può dire all’uomo “non temere!”. Riconoscere questo è ciò che permette il passaggio dalla paura al timore. «La paura riconosce Dio nella sua ‘potenza’, ma il superamento della paura che diventa timore riconosce Dio nella sua ‘potenza che salva”. E così “liberato dalla paura, l’uomo si apre all’ultima certezza di una presenza che salva: il signore è mia luce e mia salvezza di chi avrò paura? Il Signore è il baluardo della mia vita, di chi avrò timore? (Sal 27, 1)”».

Perché il timore di Dio?

Si potrebbe fare ancora un passo nell’approfondimento e nella riscoperta di questo atteggiamento essenziale nella nostra relazione con Dio, a partire da una ulteriore domanda. Ma perché questa insistenza sul timore di Dio nella Scrittura? Il timore di Dio è solo una terapia, un antidoto alla paura o significa qualcosa di più? Anzitutto per rispondere a questa domanda ci lasciamo guidare dal pensiero di un mistico ebraico, Rabbi Löw di Praga (sec. XVI). Esso potrebbe essere sintetizzato in questa espressione: senza timore, nessuna creazione. Cosa significa? Nella sua riflessione, Rabbi Löw «ricordava che Dio, secondo la tradizione talmudica, creò il mondo con un unico scopo: il timore del Signore. E “che Dio può tutto. Una cosa gli è impossibile: il timore di Dio”. Questo dipende dall’uomo e solo da lui! Ebbene, se Dio ha creato il mondo e ha dovuto operare una contrazione di sé affinché ci fosse spazio per l’altro da sé, allora è di vitale importanza che l’uomo tema Dio in un rapporto di reciprocità. Se l’uomo non acquisisce questo timore, allora ben presto non ci sarà più alcun mondo, alcun uomo, alcun Dio» (STANDAERT, Spiritualità, pp. 327-328). Senza rispetto dell’alterità di Dio, non c’è relazione. E quando l’alterità minaccia, crea paura, si tende ad assorbirla e ad eliminarla. E proprio qui sta la tentazione dell’uomo, quella tentazione che distrugge il suo rapporto con Dio, con gli altri e con tutto il creato. L’uomo, nella sua libertà, può sognare di eliminare le distanze, di ‘essere come Dio’, di occupare tutti gli spazi, anche quelli che sono di Dio. Questo è il rischio che Dio ha assunto con la creazione. Solo il timore mantiene intatte queste distanze, questi spazi e in questo modo, permette la relazione. In questa prospettiva si potrebbe rileggere il racconto di Gen 3. In fondo che cos’è la suggestione diabolica “diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male”, se non l’illusione di eliminare la distanza tra Dio e l’uomo? E in fondo, il tentatore gioca proprio sulla sensazione della alterità/distanza tra uomo e Dio come qualcosa di minaccioso. Dio ha qualcosa che l’uomo non ha; può ciò che l’uomo non può. E Dio è geloso di queste prerogative. E così l’uomo si sente insicuro, ha paura. Bisogna essere ‘come Dio’ per eliminare ciò che minaccia la vita dell’uomo. Ma così non c’è più relazione con Dio. Il risultato finale di questa amara illusione suggerita dal tentatore, è paradossale. Quando Dio si avvicina e cerca l’uomo, l’uomo fugge e si nasconde: “ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo e mi sono nascosto”. Solo Dio può accorciare le distanze che lo separano dall’uomo; e questo è un dono.
Ma, infine, vorrei sottolineare un ultimo aspetto che ci fa comprendere l’importanza del timore di Dio. Ed è la sua relazione con l’amore. Noi facciamo fatica a mettere assieme queste due realtà. Chi ama veramente, non teme più. Non ce lo ricorda lo stesso Giovanni quando dice: «Nell’amore non c’è timore; al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore» (1Gv 4, 18)? Dunque, temere Dio o amare Dio?
Penso che la via giusta non porta a contrapporre queste due realtà. La Scrittura e la tradizione spirituale ce lo insegnano. Ma anche l’esperienza più semplice, come quella dei bambini. Un bambino riconosce nel suo papà l’uomo più forte di tutti e quando è vicino a suo papà non ha paura di nulla. Il riconoscere il papà come il più forte di tutto è appunto il timore, e stare vicino a lui senza avere paura, fidarsi totalmente di lui, è l’amore. […]
«Chi ha imparato a temere il Signore – commenta B. Standaert – acquista a poco a poco il senso di Dio. La sua esistenza non è più pensabile senza questa virtù. Essa caratterizza anche l’amore per Dio: un amore che si accompagna al timore non è contraddittorio… La vita di santità di coloro che sia avvicinano di più a Dio non è pensabile senza il rispetto, la deferenza, il timore” (Spiritualità, p. 325).

Vorrei concludere con queste parole di Tommaso More. È una sorta di preghiera che nasce da un momento di sconforto e di paura, ma che sfocia in uno sguardo pieno di fiducia verso Colui che può salvarci da ogni angoscia. «Anche se dovessi camminare in valle oscura – dice il salmo 23 – non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza”. E così, all’uomo che prova paura e angoscia, More immagina che Gesù rivolga queste parole: “Fatti coraggio, tu che sei così debole; per quanto ti senta stanco, triste, impaurito, e assillato dal terrore di crudeli tormenti, fatti coraggio; perché anch’io che sono il vincitore del mondo, al pensiero della amarissima e dolorosa passione che mi stringeva da presso, mi sono sentito ancora più stanco, triste, impaurito e piegato d’intima angoscia. I forti possono trovare mille intrepidi martiri di cui seguire con gioia l’esempio: ma tu, debole pecorella spaurita, pensa che ti basterà camminare dietro a me, che sono il tuo pastore e il tuo condottiero. Vedi: io cammino innanzi a te per questa via che ti fa tanta paura; aggrappati all’orlo della mia veste e da lì attingerai la forza che tratterrà il tuo sangue dal disperdersi in vani timori, e terrà saldo il tuo animo al pensiero che stai camminando sulle mie orme. Fedele alle mie promesse, io non permetterò che tu sia tentato al di sopra delle tue forze, ma con la tentazione ti darò anche la capacità di resistervi. Fatti coraggio, e nel segno della mia croce, disperdi come vani spettri la paura, la tristezza ,la stanchezza e l’angoscia. Riprendi intrepido il cammino, e attraversa tutte le avversità con fiduciosa fermezza: nel combattimento io sarò al tuo fianco e avrai la vittoria…» (Nell’orto degli Ulivi, 34-35)

 




LE PAURE NELLA NOSTRA SOCIETÀ

Gad Lerner

Riportiamo alcuni stralci dell’incontro con il giornalista per la Cattedra dei non credenti, tenuta nella nostra parrocchia giovedì 4 dicembre scorso.

Se vogliamo tentare di comprendere questo diffuso bisogno di sicurezza dobbiamo chiederci quale ne sia l’origine: se derivi, cioè, da fattori esterni, oggettivi, dalla società che intorno a noi sarebbe davvero diventata più pericolosa di prima, oppure se questo senso profondo di insicurezza nasce da un nostro disagio di vivere; dobbiamo chiederci quanto è il mondo esterno che ci minaccia e quanto siamo noi fragili, meno capaci di sopportare il rischio, l’incognita del futuro e la tutela della nostra famiglia e del nostro benessere. Solo partendo da questa domanda possiamo, secondo me, comprendere questo diffuso bisogno di sicurezza. E a quanti dicono: “in passato si viveva più sicuri”, rispondo: “I nostri ‘vecchi’ hanno vissuto epoche terribili di rischi, c’erano la guerra, le deportazioni, malattie che falciavano le famiglie”. E non credo sia vero quel che si ripete: ma allora si viveva con la porta aperta! I resoconti dei grandi viaggiatori del '700-'800, raccontano di città piene di mendicanti e di prostitute che non davano affatto senso di sicurezza. Certo c’erano anche allora i privilegiati che avevano le guardie alla porta del palazzo. Non credo che il passato del nostro paese fosse un passato con la porta della casa aperta.

Questo senso di insicurezza è certamente alimentato dai mass media che hanno un forte istinto di marketing. Noi ce ne accorgiamo quando tocchiamo la carne viva del nostro pubblico: è fortissima la tentazione di giocare con le paure della gente. Quando nella mia trasmissione difendo i rom subito ricevo lettere di questo tenore: Ma perché difende i rom? e intendono dire: Ma perché difende i delinquenti, una persona per bene come lei cosa c’entra con questa gente? Vuole forse dimostrare di essere più buono, più generoso di noi difendendo quella gente lì? Sono sicuro che i miei colleghi che incentivano il pregiudizio e fanno i titoloni sul pericolo proveniente dai campi Rom hanno successo, corrispondono all’aspettativa di un consumatore di notizie che cerca lì anche la favola: l'orco cattivo, la caverna vicina alla porta di casa tua che ti fa paura. Queste baracche sono luoghi spaventosi e comunque se da quei luoghi arriva un assassino come è successo a Roma a Tor di Quinto, se un abitante di quella baraccopoli compie un delitto ci viene naturale non solo deprecare l'omicida ma la sua specie, tutti quelli come lui. Per cercare di attribuire un senso a quel gesto criminale dobbiamo dire che appartiene a una cultura, ad un’indole propria di persone assolutamente diverse da noi. È come se noi sentissimo il bisogno di separarci dal male: il male sarebbe così qualche cosa di esterno, di estraneo alla nostra consuetudine. E viviamo con grandissimo imbarazzo tutti i delitti che pure riempiono giornali e televisioni e in cui si racconta di un male che è dentro le nostre famiglie.

La società delle merci, la società benestante e globalizzata in cui siamo sempre più frantumati ci rende sempre più soli come individui e incoraggia a vivere la ricerca del benessere, la cura del corpo, la sicurezza economica ciascuno per se stesso o al massimo in un nucleo familiare molto ristretto e in questo ambito la sicurezza diventa un affare tuo di protezione personale, di sistemi di allarmi, diventa una privatizzazione del bisogno di sicurezza. Bisogna riconoscere che è molto redditizio cavalcare questi problemi.

Sono persuaso, e lo dico contro l’interesse della mia professione, che là dove l’allarme sicurezza si ripercuote in forme di ostilità verso le fasce marginali della nostra popolazione, temo che sia già una battaglia persa quando se ne parla. Se si parla di Rom in TV e nei giornali vince chi grida più forte. Chi invece opera per l’integrazione di queste persone ha bisogno di silenzio perché non è espellendo o sgomberando che si risolve il problema. Il problema lo affronti gradualmente, lentamente con l’integrazione: che vuol dire obbligo scolastico, educazione sessuale, educazione ad un rapporto corretto con le donne all'interno di questi campi, emersione del lavoro nero per gli uomini, politiche abitative; tutti interventi che richiedono molto tempo e che vanno incontro a periodici insuccessi. I volontari che lavorano lì non hanno bisogno di pubblicità, non hanno bisogno che i giornali parlino di loro. Così come le maestre elementari che impiegano anni a integrare questi bambini nelle classi.

Dobbiamo avere un intervento intransigente, severo sul linguaggio. Credo che abbiamo concesso una licenza inaccettabile al linguaggio del disprezzo, dell’ostilità e della inconciliabilità tra noi e loro. Titoli di giornali impressionanti: se li paragonassimo con quelli degli anni trenta sugli Ebrei troveremmo analogie terribili. Quando si dà per scontato che un intero popolo è pericoloso, che sono insopportabili, l’analogia è impressionante. Le cronache dei nostri giornali hanno tutte dei titoli ‘etnici’: c’è sempre la nazionalità di quello che ha commesso un reato, cosa che sarebbe assolutamente vietata sui giornali statunitensi. Le società nate dalla mescolanza di molteplici appartenenze etniche si sono date degli anticorpi. Il codice deontologico del New York Times vieta espressamente il richiamo dell’origine etica nei titoli degli articoli se non nei casi rarissimi in cui il riferimento etnico è essenziale per comprendere la notizia di cui si parla. Ma è considerata un’eccezione rarissima. Noi abbiamo una licenza di sparlare, di esasperare le differenze. Combattere questo degrado del linguaggio lo considero un mio impegno professionale perché sono convinto che poi dalle parole si passa ai fatti. Quando tu definisci un popolo per sua stessa natura colpevole, come già è avvenuto in passato, il passo successivo è l’azione violenta contro questo popolo. Ed è l'imbarbarimento di noi stessi. Se ci abituiamo a ragionare così facciamo un passo indietro di un secolo nella nostra civiltà e per i nostri figli l'azione violenta contro il diverso diventerà ovvia. Questo impegno per un rigoroso controllo del linguaggio è improba perché i giornali, anche quelli cosiddetti progressisti, hanno ormai questo tipo di titolazione per non perdere copie. È difficilissimo, ma su questo bisognerebbe far battaglia.

 



UN DIO PICCOLO CHE SI PUÒ PRENDERE NELLE BRACCIA
di Jean-Paul Sartre

Per predisporci al Natale non stupitevi se vi proponiamo le parole di un filosofo francese contemporaneo Jean-Paul Sartre tratte dal suo Racconto di Natale per cristiani e non credenti (C. Marinotti Edizioni Milano 2003). Scritto nel Campo di prigionia di Treviri, dove Sartre è internato dai Tedeschi a seguito della disfatta francese, questo lavoro teatrale messo in scena dagli stessi prigionieri nel Natale 1940 rispecchia un sofferto sentimento cristiano tanto più singolare in un uomo che non rinnegò mai il suo ateismo. Le parole di questo ‘non credente’, meglio di tanti discorsi ‘devoti’ possono destare in noi lo stupore del Natale:

Un Dio trasformarsi in uomo! Che racconto da balia! Non vedo ciò che potrebbe tentarlo nella nostra condizione umana. Gli Dei stanno in cielo tutti occupati a gioire di se stessi. E se capitasse loro di scendere tra noi, sarebbe sotto qualche forma brillante e fugace, come una nube purpurea o un lampo. Un Dio si trasformerebbe in uomo? L’Onnipotente in mezzo alla sua gloria, contemplerebbe quei pidocchi che brulicano sulla vecchia crosta della terra e la sporcano con i loro escrementi e direbbe: voglio essere uno di quei parassiti? Lasciatemi ridere. Un Dio assoggettarsi a nascere, a rimanere nove mesi come una fragola di sangue? Arriveranno i pastori alle prime ore della notte poiché le donne che sono con loro ritarderanno il loro cammino… Ebbene che vadano dunque a ridere e a gridare sotto le stelle e a svegliare Betlemme addormentata. Le baionette romane non tarderanno a picchiare loro le natiche e a raffreddare il loro sangue…

Se un Dio si fosse fatto uomo, per me, gli vorrei bene ad esclusione di tutti gli altri, e ci sarebbe come un legame di sangue tra lui e me e non avrei abbastanza della mia vita per provargli la mia riconoscenza. Ma quale Dio sarebbe abbastanza folle per ciò? Non il nostro certamente, si è sempre mostrato piuttosto distaccato… Un Dio-Uomo, un Dio fatto della nostra umile carne, un Dio che accetterebbe di conoscere quel gusto di sale che c’è in fondo alle nostre bocche quando il mondo intero ci abbandona, un Dio che accetterebbe in anticipo di soffrire ciò che soffro oggi… Andiamo è una follia… Ma siccome oggi è Natale, avete il diritto di esigere che vi si mostri il Presepe. Eccolo… La Vergine è pallida e guarda il bambino. Ciò che bisognerebbe dipingere sul suo volto è uno stupore ansioso che non è apparso che una volta su un viso umano. Poiché il Cristo è il suo bambino, la carne della sua carne, e il frutto del suo ventre. L’ha portato nove mesi e gli darà il seno e il suo latte diventerà il sangue di Dio. E in certi momenti la tentazione è così forte che dimentica che è Dio. Lo stringe tra le sue braccia e dice: piccolo mio!… Lo guarda e pensa: “Questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. È fatta di me, ha i miei occhi e questa forma della sua bocca è la forma della mia. Mi rassomiglia. È Dio e mi assomiglia. E nessuna donna ha avuto dalla sorte il suo Dio per lei sola. Un Dio piccolo che si può prendere nelle braccia e coprire di baci, un Dio caldo che sorride e respira, un Dio che si può toccare e che vive. Ed è in quei momenti che dipingerei Maria, se fossi pittore, e cercherei di rendere l’espressione di tenera audacia e di timidezza con cui protende il dito per toccare la dolce piccola pelle di questo bambino-Dio di cui sente sulle ginocchia il peso tiepido e che le sorride.

Questo è tutto su Gesù e sulla Vergine Maria. E Giuseppe? Giuseppe non lo dipingerei. Non mostrerei che un’ombra in fondo al pagliaio e due occhi brillanti. Poiché non so cosa dire di Giuseppe e Giuseppe non sa che dire di se stesso. Adora ed è felice di adorare e si sente un po’ in esilio. Credo che soffra senza confessarlo. Soffre perché vede quanto la donna che ama assomigli a Dio, quanto già sia vicino a Dio. Poiché Dio è scoppiato come una bomba nell’intimità di questa famiglia. Giuseppe e Maria sono separati per sempre da questo incendio di luce. E tutta la vita di Giuseppe, immagino, sarà per imparare ad accettare…



Relazione della parrocchia di san Giovanni in Laterano
in occasione della visita pastorale dell’Arcivescovo
il 25 novembre 2008

Riportiamo l’intervento che un portavoce del Consiglio Pastorale ha letto la sera di martedì 25 novembre, in occasione dell’incontro dell’Arcivescovo con tutti i Consigli pastorali del decanato. Questo incontro aveva lo scopo di presentare sinteticamente le singole parrocchie al Cardinale, perché potesse rendersi conto più da vicino della realtà del nostro decanato di Città Studi.

Caro Arcivescovo,
siamo contenti di poterLa incontrare in un momento molto importante per la nostra comunità parrocchiale. È per noi questo un momento di passaggio dato che abbiamo da poco accolto il nuovo parroco don Giuseppe Grampa che dopo oltre vent’anni ha sostituito don Angelo Casati. Il nostro Consiglio Pastorale si sta impegnando a fare memoria del cammino percorso finora e dello stile della nostra comunità e dall’altro desidera lasciarsi interrogare dal suo nuovo parroco per essere testimone del Vangelo.

Avremmo molte cose da dirLe, Eminenza, ma non è questo il momento né di fare un elenco delle nostre attività, né di metterci in vetrina e nemmeno di esporre problematiche che ci stanno a cuore come comunità parrocchiale. Desideriamo in pochi minuti raccontare un cammino e lo stile che abbiamo cercato di mantenere, fra alti e bassi, con le nostre limitate forze e capacità.

Partiamo da un’immagine: san Giovanni in Laterano desidera essere “Come albero”, come quell’albero che nel Vangelo offre riposo agli uccelli del cielo; quell’albero che è nato da un seme piccolo, ma che può diventare grande anche nel silenzio, nel nascondimento.

Siamo consapevoli che una parrocchia può essere un seme importante in un territorio, ma che non può fare tutto. Desideriamo fare fino in fondo la nostra parte con i nostri carismi, convinti come siamo che a Milano esistono tante iniziative, progetti, capacità al servizio della Grazia di Dio e del Regno che viene e che affrontano altre problematiche e che servono il Vangelo in modo diverso dal nostro.

Siamo “Come albero” dunque e questo albero da una parte è ravvivato dalla linfa vitale della Parola di Dio, dall’altra è reso rigoglioso dalle relazioni che la comunità vive.

La Parola e le Relazioni sono dunque i cardini, i pilastri del nostro essere parrocchia a Milano oggi.

I sacerdoti della nostra comunità ci hanno abituato a una predicazione a partire dalla Parola, ci hanno aiutato a fondare le nostre decisioni e le nostre attività sulla terra solida del Vangelo. Per questo si sono moltiplicate le occasioni in cui è stata offerta una lectio sui testi biblici e si analizza la figura di Gesù, soprattutto il Gesù uomo, come ci ha invitato a fare il priore del monastero di Bose Enzo Bianchi.

Una Scrittura solo letta e non vissuta però potrebbe diventare uno sterile esercizio intellettuale se non è incarnato nella vita. Il centro, ci ha insegnato Gesù, sta nell’amore verso il prossimo che parte innanzitutto dal riconoscimento del suo essere persona, volto, Figlio di Dio. La nostra società oggi con i suoi ritmi frenetici rende spesso difficili le relazioni, mettendo in crisi anche istituzioni fondamentali come quella famigliare. Per questo siamo convinti che la nostra comunità parrocchiale debba investire su quelle attività che rinsaldino i legami, che contrastino la solitudine, che amplino l’orizzonte oltre ogni individualismo per ideare iniziative, strategie di solidarietà e condivisione. Le attività dell’oratorio allora coinvolgono le famiglie e le accompagnano nel loro difficile ruolo educativo e nel cammino di fede. Agli anziani vengono offerti settimanali momenti di condivisione e incontro, oltre a un vero e proprio spazio chiamato “La Tenda”, per dare consulenza, offrire supporto o semplicemente per offrire un orecchio attento. Questo e altro, ma non siamo qui a fare elenchi autocelebrativi.

Parola e Relazione: traiamo questi due pilastri dalla testimonianza dai nostri pastori, in particolare da Lei Eminenza e dal suo predecessore il cardinal Carlo Maria Martini, e abbiamo nel Concilio Vaticano II un fulgido esempio della Chiesa a cui aspiriamo.

Proprio il Concilio ci invita ad essere chiesa che ascolta, atteggiamento indispensabile sia per accostarsi alle Scritture sia per entrare in relazione con i fratelli e le sorelle. Desideriamo ascoltare le parrocchie, in particolare quelle del nostro decanato, che condividono il territorio in cui siamo radicati. Cerchiamo di scorgere i cambiamenti del contesto sociale che modificano valori e relazioni e ci invitano a rileggere e rinarrare la nostra storia come Popolo e le convinzioni che ci accomunano. Abbiamo gustato la voce di coloro, per dirla con lo scrittore Erri De Luca, che non riescono a “dare del tu” a Dio, ma che durante gli incontri della Cattedra dei non credenti parrocchiale ci hanno mostrato saggezza e sensibilità, anche in merito alla fede. Ci manteniamo in ascolto di coloro che professano altre fedi per seguire il desiderio di Gesù che tutti coloro che lo amano siano uniti in una cosa sola.

Cerchiamo quindi di essere sempre in ricerca, attenti a scorgere i segni dei tempi, iniziando dalla nostra realtà locale, ma aprendo gli orizzonti agli scenari sociali e politici che oggi ci interrogano con nuove prospettive, reiterate forme di violazione della dignità umana e nuove sfide che vengono dalla scienza, dai cambiamenti economici, dai mutati equilibri del Creato.

Ci auguriamo che si riproponga quell’immagine di Chiesa, come Popolo di Dio, che più di 40 anni fa aveva dato grandi speranze e segnato un cambiamento epocale. Noi ci impegniamo a vivere come i padri conciliari avevano auspicato, coscienti dei nostri molti limiti, ma con la voglia di vivere una fede che si riversa nella strade che apre le proprie case, che condivide le gioie e le speranze, i turbamenti e le angosce di ogni uomo e donna del nostro tempo.

La ringraziamo, Eminenza, perché in questi anni è stato un testimone coraggioso e buono, e non ci ha mai fatto mancare il suo sorriso, anche dopo un rimprovero. Da lei abbiamo avuto numerosi segni di attenzione verso i problemi e i talenti della diocesi e ha pronunciato parole forti anche fuori dal coro.

Le siamo vicini e la sentiamo vicino.
Grazie

Il Consiglio Pastorale di san Giovanni in Laterano




Nella Comunità parrocchiale:

hanno ricevuto il Battesimo

SOGIULIA ISIDE FERRADINI
ANDREA MORONI
ELISABETTA ANNA KALINIC
ELEONORA GIULIA KALINIC
VIRGINIA ELENA KALINIC
GIOVANNI BRANCHI
RICCARDO CECCHIN
CHIARA GIACCHETTI
GAIA OLIVETO



abbiamo affidato ai cieli nuovi e alla terra nuova

MARIANO CASALI (a. 95)
GIUSEPPE BONETTI (a. 69)
RENATA CADEO ved. BASEGGIO (a. 88)
ALBERTINA BOZZI ved. ESPOSTI (a. 95)
CESARINA FERRAGUTI ved. MARTINO (a. 87)
ELIO GENTILE (a. 82)
SANDRA PENNASILICO (a. 81)




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