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Come albero   

  notiziario mensile parrocchiale

dicembre 2011


VIENI DI NOTTE

Vieni di notte,
ma nel nostro cuore è sempre notte:
e dunque vieni sempre, Signore.
Vieni in silenzio,
noi non sappiamo più cosa dirci:
e dunque vieni sempre, Signore.
Vieni in solitudine,
ma ognuno di noi è sempre più solo:
e dunque vieni sempre, Signore.

Vieni, figlio della pace,
noi ignoriamo cosa sia la pace:
e dunque vieni sempre, Signore.
Vieni a liberarci,
noi siamo sempre più schiavi:
e dunque vieni sempre, Signore.
Vieni a consolarci,
noi siamo sempre più tristi:
e dunque vieni sempre, Signore

Vieni a cercarci,
noi siamo sempre più perduti:
e dunque vieni sempre, Signore.
Vieni, tu che ci ami,
nessuno è in comunione col fratello
se prima non lo è con te, Signore.
Noi siamo tutti lontani, smarriti,
né sappiamo chi siamo, cosa vogliamo:
vieni, Signore.
Vieni sempre, Signore.

David Maria Turoldo


 

STO ALLA PORTA E ...

Dal sette di novembre e fino alla vigilia di Natale tutto il mio tempo, dalle nove del mattino fino all’ora di cena viene impegnato nel recarmi davanti alla porta delle famiglie della nostra parrocchia e chiedere di poter entrare, salutare, stringere le mani, scambiare un breve dialogo e invocare la benedizione del Signore su quella casa e su quelle persone. Questi trentacinque giorni dedicati a visitare le famiglie sono i più faticosi di tutto l’anno ma anche i più significativi. Tento di raccontarvi perché. Qui parlo di me ma credo che molte delle mie osservazioni valgano anche per don Paolo e don Alberto che condividono con me questa lieta fatica. Questa è la mia terza visita alle famiglie e la prima scoperta che faccio è quella di esser chiamato per nome da molti. Tre anni fa, al mio primo ‘giro’, ero uno sconosciuto e per l’occasione avevo deciso di togliere dal guardaroba un cappotto nero, da prete, lungo fino ai piedi così da esser subito identificato. Dicevo tra me: la gente non mi conosce se mi presento con la lunga veste nera da prete mi riconosceranno. Adesso potrei abbandonare questo abito perché la mia faccia è per molti familiare. Esser chiamato per nome da chi mi apre la porta della sua casa mi riempie di gioia. La gioia di chi appartiene ad una comunità ed è atteso e accolto. La seconda impressione è la stima che la maggioranza delle persone ha per questo incontro con i suoi preti e con la benedizione che essi portano. Arrivando nelle portinerie in molti casi il portiere mio chiede di salire subito da qualcuno che deve uscire per il lavoro e non vuole perdere l’incontro. Altri rientrano apposta all’ora fissata, altri ancora chiedono di ripassare più tardi. Così un gruppo di studenti in via Lippi ha lasciato sulla porta questo cartello: Caro signor parroco purtroppo siamo tutti fuori ma ci piacerebbe incontrarla stasera verso le 19.30. È possibile? Sennò un altro giorno ma verso questo orario… Sono tornato all’ora indicata ed è stato un incontro davvero simpaticissimo con otto studenti che frequentano le diverse facoltà di Città Studi. La prossima settimana andrò a cena da loro. Forse inizia una bella amicizia e mi piacerebbe pensare a come rivolgermi ai non pochi studenti che a-bitano tra noi in piccole comunità-alloggio. Molte porte non si aprono perché gli orari di lavoro non consentono questo incontro. Constato che è quasi impossibile trovare orari favorevoli per tutti. In alcuni casi mi sono trattenuto nella visita fin dopo le 20 eppure anche a quell’ora un certo numero di porte erano chiuse. Qui rinnovo la mia disponibilità a visitare queste famiglie negli o-rari per loro convenienti: basterà segnalar-lo in Ufficio parrocchiale e nei primi giorni del nuovo anno riceveranno la visita. Alcune porte si aprono per chiudersi immediatamente con un cenno di rifiuto. In qualche caso un messaggio sulla porta invita a passare oltre. In qualche caso un biglietto con un semplice NO, o un ampio testo come il seguente: “In questa casa dimora sereno e contento un ateo razionalista, apostata e felicemente scomunicato dalla chiesa cattolica apostolica romana. I rappresentanti delle varie chiese e madrase sono pregati di lasciare eventuali opuscoli pubblicitari nell’apposito contenitore all’esterno dell’atrio e non davanti all’uscio. Grazie!” Conto sulle dita di una mano, ogni giorno, le porte che non accolgono la mia visita. Certo non è possibile dedicare molto tempo alla sosta nella casa: ma in tutte è possibile un pur breve dialogo che quest’anno tocca inevitabilmente le difficoltà prodotte dalla crisi e soprattutto dalla disoccupazione giovanile. Non sono poche le case dove figli già adulti restano con i genitori proprio per difficoltà di autonomia economica. Alcuni anni fa un autorevole esponente politico li chiamò “bamboccioni”!!! La crisi segna il nostro quartiere che non è né periferico né popolare ma di buon livello sociale. Eppure… Quanti dando il loro contributo per la parrocchia si scusano di non poter dare che pochi spiccioli… penso a quella povera vedova che Gesù elogia perché ha gettato nel Tesoro del Tempio di Gerusalemme pochi spiccioli che erano per lei non il superfluo ma tutto quanto possedeva. In qualche casa intuisco che è bene sostare un momento, magari sedersi e lasciar spazio alla confidenza. Proprio per questo compio la visita da solo senza accompagnatori, in tal modo chi ha bisogno di parlarmi lo può fare liberamente. E le confidenze sono le più diverse. C’è chi ha dentro un duro risentimento nei confronti della chiesa e senza mezzi termini manifesta la sua avversione nei confronti di una chiesa che non ha dato la benedizione di congedo ad un neonato morto senza battesimo. Non so se questa giovane donna leggerà queste righe: voglio qui ripetere la mia condivisione della sua indignazione. In un altro caso una donna mi racconta d’esser stata costretta a ricorrere alle cure del Pronto soccorso per le violenze del marito. Nei giorni successivi l’ho messa in contatto con una Organizzazione che accompagna le donne che subiscono maltrattamenti. E un terzo incontro con un uomo che aveva sul cuore il bisogno di ricevere il perdono di Dio: che gioia quasi sulla porta di casa ripetergli la parola del perdono. Se non mi fossi presentato alla porta della sua casa credo non sarebbe mai venuto in Chiesa… Un incontro così vale davvero 35 giorni di fatica. E grande gioia quando si è aperta la porta di una famiglia di fede ebraica, chiaramente riconoscibile dalla presenza sullo stipite della piccola teca metallica che contiene un rotolo con parole della Scrittura Sacra. Incontro un papà con in braccio il suo piccolo di nome Elia. Per lui ho invocato il Dio dei nostri Padri, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Non suono solo alle porte delle famiglie ma anche degli uffici che non sono in gran numero nel nostro territorio. Nella gran parte dei casi sono incontri molto cordiali e simpatici con un personale per lo più giovane. Anche qui raccolgo in questi giorni forti preoccupazioni per le prospettive occupazionali precarie e incerte. Entrare nelle case vuol dire anche scoprire una sorta di fiume carsico che scorre nel segreto delle pareti domestiche: un fiume di bontà, di generosità e insieme di sofferenze. Confesso d’aver pianto presso il letto di un giovane da molti anni amorevolmente assistito dai suoi familiari: il nostro Angelo, così lo chiamano. E in altre case tocco con mano la cura premurosa per gli anziani, i malati, altri mi raccontano di servizio in terre di missione, o di scelte di volontariato… dietro le facciate delle nostre case c’è un grande volume di dedizione ed è una grazia esserne testimoni. E infine voglio qui ringraziare per i doni che ho ricevuto durante questa lieta fatica: la signora che stava facendo delle babbucce con suola rigida e visto che porto proprio il numero che stava fabbricando me ne fa immediatamente dono. E grazie per il vino, l’olio, i dolci, per il suo ultimo libro da parte di un noto giornalista. Concludo questa svelta cronaca ancora con un ringraziamento a quanti, numerosi, si sono informati sulle mie condizioni di salute: posso assicurare che le mani esperte del prof. Guazzoni, nostro parrocchiano, hanno eliminato il carcinoma diagnosticato due anni fa. Da allora tutto sembra in ordine. Grazie a quanti mi hanno detto il loro apprezzamento per il servizio che noi preti diamo a questa nostra comunità, in particolare la dedizione di don Paolo per i nostri ragazzi. Grazie a quanti apprezzano il saluto, la stretta di mano, al termine della messa domenicale: mi avete restituito questo gesto cordiale sulla soglia della vostra casa.

don Giuseppe

 



GIOVANNI BATTISTA
omelia di don Giuseppe nella V domenica di Avvento
domenica 11 dicembre 2011
(Is 11, 1-10; Eb 7, 14-17.22.25; Gv 1, 19-27a.15c.27b-28)



Venerdì 13 gennaio 2012 alle ore 21.00

primo incontro del
PERCORSO DI PREPARAZIONE
AL MATRIMONIO

per informazioni e iscrizioni
rivolgersi
in Segreteria parrocchiale
dal lunedì al venerdi dalle 9.30 alle 12.30



Scuola della Parola Parrocchiale: terzo incontro
LA RISPOSTA DI YHWH

Mercoledì 30 novembre 2011 il biblista don Matteo Crimella ha tenuto il terzo e ultimo incontro della Scuola della Parola parrocchiale su “Giobbe e l’enigma del dolore”, commentando i capitoli 40, 41 e 42 del libro bibilico. Ne riportiamo il testo integrale.

Il nostro itinerario volge al termine e dobbiamo necessariamente considerare la conclusione del libro, anche se non abbiamo analizzato alcuni passaggi importanti di Giobbe. In particolare abbiamo rinunciato a leggere l’elogio della sapienza (cap. 28), l’apologia di Giobbe (capp. 29-31) e il lungo discorso di Eliu (capp. 32-37). Alla fine del dramma, dopo che Giobbe si è confrontato e scontrato con gli amici, dopo che il sapiente Eliu è intervenuto, il libro riserva una sorpresa inattesa ma essenziale per comprenderne il dinamismo: Dio interviene. Giobbe nella sua disperazione aveva provocatoriamente ingiunto a Dio di mostrarsi per discutere con lui. L’aveva accusato di essere all’origine del disordine, del caos, della mancanza di senso, visto che la sua sofferenza non trovava alcuna giustificazione. Giobbe aveva messo Dio sotto accusa, tacciandolo di crudeltà, ma insieme aveva invocato la sua presenza per potersi confrontare, per discutere e ascoltare la sua risposta.
Oh, potessi sapere dove trovarlo,
potessi giungere fin dove risiede!
Davanti a lui esporrei la mia causa
e avrei piene le labbra di ragioni.
Conoscerei le parole con le quali mi risponde
e capirei che cosa mi deve dire.
Dovrebbe forse con sfoggio di potenza contendere con me?
Gli basterebbe solo ascoltarmi!
Allora un giusto discuterebbe con lui
e io per sempre sarei assolto dal mio giudice (23,3-7).

A questo punto, sorprendentemente, l’autore del libro fa entrare in scena niente meno che il Signore: «Il Signore prese a dire a Giobbe in mezzo all’uragano» (38,1). Mentre i protagonisti del dialogo hanno parlato di Dio in termini generici (El, Eloah, Shaddaj, con un’unica eccezione in 12,9), chi parla ora è Yhwh, il Signore, il Dio d’Israele, il Dio del popolo ebraico protagonista del prologo. Nella tradizione ebraica si ritiene che il nome “Elohim” (Dio) evochi il Giudice, conformemente alla parola del salmo: «Dio (Elohim) si alza nell’assemblea divina, in mezzo agli dei (elohim) egli giudica» (Sal 82,1); “Signore” (Yhwh), invece, si riferisce al Misericordioso, conformemente alla rivelazione fatta a Mosè: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà» (Es 34,6). Questa differenza si adatta bene ai dialoghi del nostro testo: gli interlocutori hanno infatti disputato della giustizia del Giudice. Ma chi parla ora è il Signore: nelle sue parole è nascosta la sua misericordia.

Due sono i discorsi di Dio. Nel primo lungo discorso (38,2-40,2) il Signore passa in rassegna il mondo nelle sue varie componenti: la terra e il mare, la luce e le tenebre, la neve e la grandine, le costellazioni e le stagioni (38,2-38). Poi descrive il comportamento di dieci animali: la leonessa e il corvo, lo stambecco e le cerva, l’asino selvatico e il bufalo, lo struzzo e il cavallo, lo sparviero e l’aquila (38,39-39,30). Questo primo discorso manifesta chiaramente la signoria di Dio sull’intero universo ma rivela pure che Dio non signoreggia su tutto, dominando la realtà come un sovrano. Al contrario Dio si preoccupa di ogni più piccola creatura e di ogni cosa: egli si prende cura della fame dei leoncelli per dare loro da mangiare, così come dei piccoli del corvo che gridano a lui. Offrendo questa descrizione che rivela un lato nascosto di Dio, ogni volta a Giobbe è posto un interrogativo: «Chi fa questo? Chi ha fatto quest’altro?» (cfr. 38,2.5.8.25, etc.). In altre parole: il Signore chiede a Giobbe di valutare quanto poco esteso sia il suo sapere e così lo obbliga a riconoscere che solo il Creatore dispone di un sapere universale. Giobbe aveva criticato il comportamento di Dio a partire dalla considerazione delle vicende degli uomini e Dio aveva ben compreso le aspre critiche di Giobbe. Per tutta risposta Dio mette davanti a Giobbe un ampio affresco di tutta la creazione dove l’uomo non può che constatare la propria ignoranza e incapacità. Lo stupore di fronte alla creazione è tipicamente sapienziale e, in certo senso, pone le grandi domande dell’uomo all’interno di un più vasto orizzonte di senso.
A seguito del primo discorso del Signore la risposta di Giobbe si riduce a poche parole:
«Ecco, non conto niente: che cosa ti posso rispondere?
Mi metto la mano sulla bocca.
Ho parlato una volta, ma non replicherò,
due volte ho parlato, ma non continuerò» (40,4-5).
Giobbe prende coscienza della propria piccolezza e la confessa davanti a Dio. Aveva accusato Dio a partire dalla sua personale vicenda biografica colma di disgrazie e ne aveva tratto una certa idea di Dio, del tutto sfigurata. Ora che il Signore si rivela, Giobbe scopre l’immensa sapienza di Dio e la propria piccolezza. A questo punto chiude la bocca, tace, non insiste.

Ad insistere, invece, è Dio. Nel secondo discorso (40,6-41,26) Dio parla di due animali che è difficile identificare: behemot e leviatan. Il primo spesso è identificato con l’ippopotamo e il secondo con il coccodrillo; ma c’è chi vede nel primo un mostro marino e nel secondo la balena. Dio non ha fatto nulla per caso, conosce a fondo tutti i particolari di questi grandi animali, tutto è oggetto della sua tenerezza e tutto procede dalla sua gioia. Il Signore si rallegra persino di leviatan che nella descrizione appare essere quasi un giocattolo nelle mani di Dio (cfr. 40,29): mentre l’uomo è spaventato da quest’immenso animale mostruoso, Dio può scherzare con lui. Che cosa apprende Giobbe? Che il mondo è pieno di enigmi e di domande a cui non è possibile dare risposta. «Dov’eri quando ponevo le fondamenta della terra»? (38,4). «Chi stabilì le misure dell’universo» (cfr. 38,5)? Dove poggiano i pilastri che sostengono il mondo (cfr. 38,6)? Con tali domande Dio non desidera solo che Giobbe prenda coscienza di essere di fronte ad un enigma; piuttosto vuole che Giobbe capisca che egli e il suo problema, insieme a tutta l’enigmaticità del mondo, riposano nelle mani di Dio: tutto infatti appartiene al disegno di Dio. Tale “disegno” (38,2) è il progetto di Dio sulla storia degli uomini, un progetto fatto di discernimento e di saldezza, un progetto di durata illimitata e di sicura efficacia, un progetto che si oppone ai disegni macchinosi delle genti, delle nazioni e degli individui. Ebbene, tutta la creazione, la storia e l’intera vicenda di Giobbe appartengono al progetto di Dio. Al Signore non sfugge nulla: non una delle numerose sofferenze di Giobbe si trova al di là della portata di Dio. Questo aiuta Giobbe a capire che, nonostante tutto, può conservare la fiducia, che può e deve abbandonarsi a Dio. V’è un’altra dimensione: Dio si presenta come colui che pone domande. Molte sono le questioni poste da Dio a Giobbe. Una serie così impressionante di interrogativi non attende una risposta: si tratta di domande pedagogiche che permettono a Giobbe di non intendere Dio come colui che risolve le domande umane rimaste senza risposta. Se così fosse Dio resterebbe confinato entro l’angusto territorio dell’incomprensione umana. Ma così Dio finirebbe per essere rimandato sempre più in là, al di là dei limiti umani, in quel mondo che l’uomo non conosce ancora. Ma Dio non è colui che risponde alle nostre domande senza risposta bensì colui che interroga l’uomo, colui che non intende abitare ai limiti, cioè ai margini della nostra esistenza, bensì al centro della nostra vita. Ponendo domande Dio risveglia l’attenzione di Giobbe, lo fa uscire dal ripiegamento su di sé, lo sprona al dialogo, lo invita alla comunione. Nel momento in cui Dio parla di due animali fantastici, behemot e leviatan, la descrizione offerta è ben al di sopra del reale. Secondo un’ipotesi probabile il primo animale rappresenterebbe anche la Mesopotamia, la nemica per eccellenza d’Israele, il luogo dell’esilio, il luogo delle sventure. Ma allorché Dio parla di behemot-Babilonia il contrasto è fra la sua potenza quasi invincibile (cfr. 40.16-18.23) e il fatto che esso stia sotto la minaccia del suo Creatore: «Esso è la prima delle opere di Dio; solo il suo creatore può minacciarlo con la spada» (40,19). Dio è davvero il Signore di behemot, delle potenze addirittura infernali e dunque anche di Babilonia. L’altro mostro, leviatan, può anche indicare l’Egitto, l’altra superpotenza dell’Oriente antico. Di leviatan Dio ride, giocando con lui quasi fosse un trastullo. Ad un tratto, però, in mezzo a questo scherzo, il discorso di Dio cambia tono. Purtroppo il testo è molto complesso e la traduzione della CEI mi pare problematica; offro dunque una differente traduzione:
Non è forse crudele quando lo si eccita?
Allora chi oserebbe tenermi testa?
Chi mi ha avvicinato con un dono perché lo rimborsi?
Ciò che sta sotto tutti i cieli è mio (41,2-3).
Dio che domina behemot e leviatan non mette in vendita i suoi favori. Qualsiasi religione del do ut des è esclusa. Dio non deve nulla a Giobbe e Giobbe non può né rivendicare diritti davanti a Dio, né offrirgli i suoi meriti. La fede non è una questione di mercato ma una questione di grazia. La risposta di Giobbe (42,2-6) è il testo fondamentale per capire il senso dell’intero dramma. Il dialogo attivato da Dio è ora concluso da Giobbe che, per mezzo di poche parole, sintetizza la lezione appresa dai suoi discorsi. Giobbe riconosce l’onnipotenza di Dio che supera infinitamente il suo personale sapere: il Signore è in grado di realizzare tutto il suo progetto (42,2). L’affermazione finale di Giobbe va riascoltata in una traduzione migliore di quella della CEI:
«Per sentito dire avevo udito di te,
ma ora i miei occhi ti hanno visto.
Perciò mi dissolvo ma sono consolato,
su povere e cenere» (42,5-6).
Giobbe non conosceva se non la dottrina dei sapienti a proposito della retribuzione, per quanto l’ha combattuta con ogni sua forza. Avendo la coscienza di essere un uomo giusto, attendeva la felicità. Per questo le sue disgrazie non potevano provenire che da un Dio fattosi ingiusto aggressore. Ma ora che il Signore gli ha parlato per mezzo della creazione, Giobbe conosce quel Dio che è sempre al di là dell’umana conoscenza. Nel dialogo finale i titoli divini scompaiono e rimane solo il “Tu” di Dio con quale Giobbe ormai dialoga. E proprio a motivo di questo dialogo con colui che ormai ha conosciuto, Giobbe non retrocede dalle sue posizioni che pongono in luce il limite dell’umano ma sperimenta l’immensa consolazione di Dio. Solo da quel “Tu” con cui Giobbe dialoga viene la consolazione che Giobbe cerca nella sua sventura. Giobbe ha compreso che Dio non è un oggetto del quale si parla o si discute ma è un “Tu” al quale si può parlare e di cui si ode la voce.

A questo punto Dio non risponde a Giobbe ma si rivolge a Elifaz, il primo degli amici di Giobbe (42,7). Il Signore è in collera con i tre amici perché i loro discorsi non furono corretti, al contrario di quelli di Giobbe. Qui il libro riserva il suo ultimo colpo di scena. Giobbe, che ha parlato in modo così audace, in modo quasi blasfemo ed eccessivo è l’unico che, comunque, ha parlato bene di Dio.
Dio sta alla fine di un cammino in cui lo si è invocato, magari qualche volta maledicendolo, ma nella speranza di poterlo incontrare; alla fine di un’esperienza coraggiosa in cui la pazienza e la riverenza sono state messe da parte, quel volto del Padre si palesa. Viene allora da chiedersi: dov’è Dio? Dio non è solo alla fine del lungo percorso carsico, ma stava già all’inizio; il Padre non era solo nella fiducia concessa a Giobbe (Dio non crede alle accuse del Satana) ma era già nella sofferenza di Giobbe che lo invocava. Dio era già lì. Viene istintivamente davanti agli occhi il venerdì santo, la croce di Gesù, il grande grido: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mc 15,34). Ebbene, Dio era lì, ma anche lì taceva e lasciava parlare Gesù; Gesù però non ha chiesto di essere tolto dalla croce. Come Giobbe ha chiesto un riconoscimento, una parola che si era già udita due volte, al Giordano e alla Trasfigurazione: «Tu sei il Figlio mio, l’amato, in te ho posto il mio compiacimento» (Mc 1,11). Sulla croce la risposta non è giunta; è invece sgorgata una domanda, il lamento del Figlio: «Perché mi hai abbandonato»? Una parola desolata, una parola fredda, diversa da quella che Gesù di solito utilizzava pregando, cioè «Abbà, Padre» (Mc 14,36), l’invocazione che sino all’orto del Getsemani aveva nel cuore e sulle labbra. Sulla croce il Figlio è come costretto a condividere l’esperienza più comune di tutti gli uomini, anzi l’esperienza del limite, dove dire “Dio mio” è già molto.
Eppure in quel “Perché?”, in quel “Dio mio” si rivela Dio. Il centurione sotto la croce, «avendolo visto spirare in quel modo, disse: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!”» (Mc 15,39). Il centurione dice questo non per una manifestazione miracolosa, ma per la trasparenza dell’abbandono di Gesù, un abbandono in Dio e anche un abbandono da Dio, una rivelazione capace di brillare nel momento culmine dell’oscurità e dell’infamia.
Lo stesso è per Giobbe. Dio è già presente nel suo lamento e nella sua invocazione se egli stesso può dire che Giobbe ha detto cose giuste di lui. Un’ultima nota, filologica. Il nome Giobbe in ebraico si dice ‘Iyyôb, che etimologicamente significa: “dov’è il padre?”; se però noi cambiamo la vocalizzazione (in ebraico si scrivono solo le consonanti) viene ‘oyeb, cioè “nemico”. A partire da questo gioco etimologico possiamo interpretare tutta la vicenda di Giobbe. Si tratta di una grande domanda posta a Dio: “Tu sei per me un padre oppure un nemico”? Queste domande bruciano più delle piaghe di Giobbe ma non possiamo sottrarci ad esse perché solo attraverso di esse la nostra fede uscirà matura.

Anche per quest’ultima occasione vorrei semplicemente allegare qualche testo letterario che si pone sulla scia di Giobbe.
Il primo testo è una poesia di Carlo Betocchi, poeta credente, tormentato sino alla fine dalla sua profonda percezione di Dio accompagnata dalla sensibilità all’umana sofferenza. L’invocazione paradossale dei mali è proprio il segno dell’appartenenza alla stirpe di Adamo ma pure una domanda di salvezza.
Io sono se Natale è
Io non mi sento più, non più, di vivere
accanto a questo lungo stuol dei giorni
trascorsi, se non vieni e mi consoli,
Bambino, col Tuo nascermi nel cuore.
E come allora, quando non avevi
altro che nuda stalla e non compagni
vuoi Tu dormire, Bambino, o vegliarmi,
accanto a me, che non son più nessuno?
Come allora e poi sempre desterai
pianto d’armenti ed il pianto dell’uomo,
Tu desterai per sempre al loro volo
le stelle, o mio Gesù, e non dormirai,
Gesù non dormirai, Tu, ma la neve
largamente cadrà e saranno i mali
invocati, Gesù, saranno i mali,
dammi i miei mali ch’io sia ancora un uomo.

Il secondo testo è ancora una lirica di Turoldo che ci riporta al Gesù della Pasqua e all’abissale alternativa della notte della fede fra il nulla e il vero Dio.
A stento il Nulla
No, credere a Pasqua non è
giusta fede:
troppo bello sei a Pasqua!
Fede vera
è al venerdì santo
quando Tu non c’eri lassù!
Quando non una eco
risponde
al suo alto grido
e a stento il Nulla
dà forma alla tua assenza.

Infine vorrei chiudere con una confessione, strettamente personale. Credo di essere ancora molto acerbo per aver detto qualche parola convincente su Giobbe. Giobbe chiede di aver vissuto ed io non ho questo bagaglio. Ho solo studiato. Ma Giobbe non chiede solo studio, ma esige molto, molto di più. Mi ritrovo quindi perfettamente nelle parole con le quali Varujan Vosganian inizia il suo Il libro dei sussurri:
Io sono, più di ogni altra cosa, quel che non sono riuscito a compiere.
La più vera delle vite che indosso, come un fascio di serpenti annodato a un’estremità, è la vita non vissuta. Sono un uomo che su questa terra ha vissuto immensamente. E che nella stessa misura non ha vissuto.
I miei genitori sono vivi. Vuol dire che io non sono nato interamente, non ancora. Loro sono ancora intenti a smussare le mie spalle ossute. A riversare spirito nel mio petto, che muta contorno, così come le anfore degli antichi greci prendevano la forma del vino che s’ingrossava all’interno. A levigare il mio volto ramato.
Poiché non sono ancora nato interamente, la morte è ancora lontana. Sono tanto giovane che potrei amarla, come una bella donna.

Anch’io non sono ancora nato interamente. Per questo il mio è stato un azzardo. Spero non inutile.


DOMENICA E ORATORIO


D
I primi mesi dell’anno sociale (ottobre – dicembre) per il nostro oratorio sono sempre i più densi di attività. Lo scopo è quello di voler accogliere i più piccoli che entrano a far parte della comunità con le loro famiglie, e di risvegliare nei più grandi il desiderio di vivere con gioia la realtà dell’oratorio. Come è noto a tutti, noi siamo fortemente penalizzati sia dall’assenza di spazi esterni sia dalla necessaria, ma desiderata, condivisione di quelli interni con le tante attività della nostra comunità: una sfida che in questi dieci anni non ci ha impedito di credere nella possibilità di creare un luogo educativo vivibile e vivificante. Non a caso il più grande complimento che abbiamo ricevuto è il sentirsi dire dai ragazzi che l’oratorio è “casa”.

Ma non devo nascondere che, se in questi anni ho visto da una parte un notevole aumento di presenza catechistica (ad oggi sono 400 i bambini e i ragazzi iscritti all’iniziazione cristiana e circa un centinaio di ragazzi e adolescenti per il dopo cresima), dall’altra ho percepito un progressivo “utilizzo” dell’oratorio come luogo di prestazione di servizi. Tanti sono i genitori che offrono la loro presenza per animare, sistemare, coordinare – e a loro va il mio più grande grazie! – ma troppi sono coloro che fanno fatica a lasciarsi coinvolgere: al di là dell’ora di catechismo raramente si intravedono alla S. Messa o passano in oratorio a far giocare o a giocare con i loro figli. Ben capisco i percorsi spirituali e di intelligenza della fede individuali, ben capisco che in questi anni è aumentata la frenesia delle attività, anche intorno ai bambini, e ben capisco che la domenica per molti è diventato l’unico giorno in cui vivere la famiglia, ma permettetemi di far fatica a capire la deriva “privatistica” di tutto questo: spesso si è presenti solo là dove il figlio o uno della famiglia è protagonista di eventi (tornei di calcio o ginnastica o scherma ecc.) ma per il resto… “non coinvolgetemi, grazie”! Un esempio sono le richieste per le feste di compleanno: quanti genitori storcono il naso perché l’oratorio non “affitta” stanze per feste private per i bambini del catechismo, ma crede nella bellezza di feste condivise, anche con chi non si conosce, organizzate dagli adolescenti della nostra comunità e vissute insieme! Forse perché i nostri ragazzi non chiedono niente economicamente e vivono questo come servizio valgono di meno? O forse perché ci si ritira sempre più nell’ambito del “privato”, al massimo condiviso con qualche amichetto di scuola?

E così quando l’oratorio organizza varie feste la presenza è numerosa, ma quando lascia lo spazio e il tempo senza doverlo riempire di attività… si fa fatica ad avere più di tre bambini la domencia pomeriggio! Con alcuni genitori ed educatori vogliamo approfondire questo “vuoto” domenicale e capire se dobbiamo lasciar perdere o continuare a credere nella forza educativa, soprattutto là dove non deve essere sempre e solo il prete (con qualche aiuto) a inventare, organizzare, preparare, invitare, sostenere, guidare, riordinare… l’oratorio è della comunità, non proprietà clericale!

Alcuni amici preti mi dicono sempre che l’oratorio è immagine del prete che lo gestisce: io non sono d’accordo. L’oratorio è immagine della comunità cristiana che lo sostiene! In questi anni, senza dubbio, il mio ministero ha dato un volto ad alcune attività, ma la bellezza e la fragilità del nostro oratorio sono date soprattutto dalla sinergia delle varie parti che lo compongono. A me piacerebbe sempre più essere prete che trova il tempo per ascoltare e accompagnare anche cammini faticosi e sempre meno “prete manager della fede” (come qualcuno, scherzando, mi ha detto)!

Mi piacerebbe anche che da queste poche righe, scritte in fretta, potesse nascere una bella riflessione all’interno della nostra comunità educante, per aprirsi a una nuova stagione sempre più ricca. Non devo, però, dimenticare le esperienze belle vissute in questi mesi: dalla festa di inizio oratorio di ottobre (finalmente preparata e gestita bene dagli adolescenti con i loro educatori), alla Castagnata alla Bressanella di Lecco, luogo di incontro e di serenità (dove ho miseramente perso il torneo di scopone scientifico…) fino alla fiera del libro nuovo (dove abbiamo raccolto 6.500 euro lordi) il cui ricavato andrà per le attività della Tenda. E poi il grande torneo genitori e figli di calciobalilla e ping pong. Una domenica di novembre assolutamente divertente, che mi ha fatto sognare un oratorio sempre così vivo, anche se non sempre così organizzato!!! Emozionante vedere mamme e papà giocare insieme ai loro figli (a parte che alcune volte facevo fatica a capire chi fosse l’adulto…) e “perdere tempo” per guadagnare comunità! Nella foto vedete i vincitori, a cui vanno ancora i complimenti!!

E poi Roma con i preadolescenti (sul prossimo numero un articolo a parte) la scuola della Parola adolescenti con il decanato, la catechesi giovani... Ora ci aspettano la S. Messa dei lumi, la Novena alle ore 17 della settimana prima di Natale, il viaggio in Terra Santa con 15 famiglie dell’oratorio e un nuovo anno ricco di attività dove anche la quotidiana novità del condividere renderà più vero il nostro stare insieme, nel Signore Gesù. Buon anno di pace.

Don Paolo


DAVANTI AL PRESEPIO

Il nostro illustre parrocchiano Giorgio Torelli giornalista di lungo corso ha appena pubblicato con l’editrice Ancora il volumetto sul Natale che qui presentiamo. Qui riportiamo il Prologo.

Prologo
Penso e ripenso, mi concedo tutto all’arbitrio.
E faccio il passo: entro di persona nel Presepio…

È la sera di Natale a Milano, una notta ispida di freddo, non sto neanche a guardare il termometro svedese che ho avvitato all’intelaiatura di una porta-finestra e interpreta il suo dovere senza mai sconti. Potrebbe nevicare per far cartolina, ma non succederà. Non nevica mai quando si profetizza – ciascuno secondo le voglie e le istanze di bianco – l’imminente venire dei fiocchi dentro il cono di luce delle lampionate comunali in fila per uno.
La casa dove abito da cinquant’anni è ben temperata. Con mia moglie Carlina e la nostra remissiva e laudabile berlina demodée – una Toyota blu con 160mila chilometri in canna – siamo stati alla messa di mezzanotte in San Tomaso, una piccola chiesa in via Broletto che non fa parrocchia e accoglie cristiani con cui abbiamo stretto un vincolo di buona grazia.
Ci era caro, in San Tomaso, un vecchio prete alpinista, don Carlo Bigi, che abitava lì e teneva dimora in un confessionale, tarlato e incomodo come ha da essere un confessionale intriso di colpe rivelate e messe quasi subito in candeggina, il prete ci aveva adottato, ci voleva bene.
In chiesa ci sono andato col tabarro da possidente parmigiano, un tabarro nero e con la catenella ai baveri che don Carlo m’invidiava: «Avessi tenuto il tabarro che avevo in semiario da giovinotto! E, invece, mi tocca fare il prete col loden blu comprato in liquidazione a Bolzano, mi fa caldo in confessionale e ci trovo sempre in tasca il rosario dell’anno scorso».
Nevicare – adesso – non nevica. Però, si dilata il silenzio compatto di un imminente evento in bianco. E io, da me solo, sto davanti al Presepio che rifaccio ogni anno su un cassettone ottocentesco in noce (un Luigi Quindici di campagna, i piedi arcuati, le maniglie in ferro elaborato, tre cassetti ondulati a caldo con la sapienza dei falegnami di antica e umile reputazione). Le statuine sono di legno ben sagomato. Me le ha regalate un artigiano della Val Gardena a cui dedicai un articolo. Le figurine sono alte un dito e c’è tutto dell’evento che fu e rigirò il mondo.
Così mi viene da riflettere. Io ho fatto il giornalista per sessant’anni. Di più: sono stato inviato speciale in tante remote e imprevedibili pieghe della Terra. Ho scritto e ancora scivo fumando la pipa e accendendo decine di fiammiferi perché, battendo a macchina e concentrandomi, la pipa si spegne. Perché adesso – stasera stessa – non dovrei improvvisarmi inviato speciale dentro il Presepio del cassettone e raccontare dal vero – con l’immaginazione o per sortilegio, s’intende – il Fatto di Betlemme, andando dentro, ma proprio dentro il Presepio e cominciando a dialogare con chi – allora – fu attorno al Bambino, ci andò senza neanche sapere bene il perché e fidandosi del sentito dire degli angeli con o senza le ali, perché non potrei?
Ambirei di farli parlare tutti restando – io giornalista – l’uomo di oggi, un Tale del Ventesimo secolo, e vedere se mai mi riuscisse di conoscere di persona il falegname Giuseppe e la ragazza che gli fu sposa vergine, e tale restò per la venerazione e le speranze delle generazioni «in hac lacrimarum valle».
È l’una e mezza ormai, i miei dormono tutti metre io mi attardo davanti al Presepio del cassettone e lo rimiro. Penso e ripenso, mi concedo all’arbitrio. E faccio il passo. Entro di persona nel Presepio, non in questo di legno valligiano, ma con la fantasia in quello che fu vero. E, così come sono, ma col tabarro naturalmente, già muovo i primi passi dentro Betlemme, che conosco per averla vista in edizione invernale durante un viaggio dall’Italia col compito di intervistare a casa sua re Hussein di Giordania.
Era stato proprio il re – impegnato per alcuni giorni – a offrirmi una berlina di palazzo e un ufficiale della Guardia per andare dove più mi piacesse in attesa dell’incontro. La Betlemme di quell’inverno era gelida, rigata da fiocchi di neve. L’ufficale aveva atteso cortesemente che io mi allontanassi per camminare e cucire pensieri da me solo. Mi aveva aspettato con in capo la cufia della Legione Araba e fumando adagio, uniforme kaki e pistola britannica al cinturone; anche lui e l’autista beduino, militari dei reparti cammellati, tutto per me, tutto per ordine del re. Io cercavo le tracce invisibili di ben altro re, nato duemila anni fa nel medesimo spazio di terra e cielo. Chissà se l’ufficiale arabo capisse cosa andavo cercando nell’invisibile. Però mi offriva la pazienza e il rispetto. Parlavamo inglese, mi aveva porto i fiammiferi per dar fuoco alla pipa. Cosa di meglio di una pipa accesa in un giorno d’inverno per muoversi sulle tracce di Dio? Tenevo il bavero alzato e la sciarpa annodata. Dio che spifferi.

GIORGIO TORELLI
Dal nostro inviato speciale nel Presepio
Interviste esclusive

Ancora, Milano 2011, pp. 112, € 13,50


 

VENERDÌ 9 MARZO 2012 ALLE ORE 21.00
PRIMO INCONTRO DEL
PERCORSO DI PREPARAZIONE
ALLA CRESIMA PER GLI ADULTI

Per informazioni e iscrizioni rivolgersi in Segreteria parrocchiale
dal lunedì al venerdì dalle 9.30 alle 12.30


IL NOSTRO NATALE

Lunedì 19 dicembre ore 19,30
Cena e preghiera di Natale
per tutti i ragazzi delle medie, superiori e università

Lunedì 19 - martedì 20 – mercoledì 21 dicembre ore 17.00
in Chiesa
Preghiera di preparazione al Natale
per i ragazzi del catechismo

Martedì 20 dicembre ore 21.00
in Chiesa
Celebrazione del Sacramento della Penitenza
con preparazione comunitaria

L’oratorio rimarrà chiuso
dal 23 dicembre all’8 gennaio inclusi

SABATO 24 dicembre
dalle ore 16 i sacerdoti sono disponibili per le confessioni

ORE 18.00 S. MESSA DELLA VIGILIA
ORE 23.30 VEGLIA DI NATALE CON CONCERTO
ORE 24.00 S. MESSA NELLA NOTTE SANTA
SEGUIRÀ IN ORATORIO LO SCAMBIO DEGLI AUGURI

DOMENICA 25 DICEMBRE NATALE
Le S. Messe seguono l’orario festivo

LUNEDÌ 26 dicembre S. Stefano
Le S. Messe saranno alle ore 8.30 - 11 - 18

Le S. Messe feriali seguono l’orario consueto

SABATO 31 dicembre
alle ore 18.00 S. Messa con il canto del Te Deum

DOMENICA 1° gennaio 2012
Le S. Messe saranno alle ore 8.30 - 11 - 18
alla S. Messa delle ore 18.00 il canto del Veni Creator

VENERDÌ 6 gennaio Epifania
Le S. Messe saranno alle ore 8.30 - 11 - 18

DOMENICA 8 gennaio
Si riprende il consueto orario festivo: 8,30 - 10 - 11 - 12 - 18


 


 

Nella Comunità parrocchiale:

 

hanno ricevuto il battesimo

MIRIAM ANNA GALIMBERTI
NICOLA BRASCA
MATTEO MODENA
GIULIO CURZI
GABRIELE CAMERA
MATTIA MINNITI
MARTA GARBIERI
LEONARDO ZANINI
MALIN YAEL GOLDFARB

abbiamo affidato ai cieli nuovi e alla terra nuova

ANNAMARIA COLOMBO (a. 64)
FERDINANDO EUGENIO PAGANI (a. 83)
GIULIA GREPPI (a. 88)
ERMINIA MARABELLI (a. 91)
IRENE SALZANO (a. 83)
NORINA DEL ROSSO (a. 80)

 


 


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