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Come albero   

  notiziario mensile parrocchiale

gennaio 2010


Signore, Tu sei l'infinito amore,
sorgente di ogni vita, di ogni bellezza, di ogni bontà
da te vengono e a te tornano tutte le cose:
Posa la tua mano sul mio capo, o Dio,
perché il male e il caos che sono in me non mi travolgano.
Dacci pace con te, o Dio, pace con gli uomini, pace con noi stessi
e liberaci dalla paura.
Signore, tu che sei al di sopra di noi, tu che sei in noi
tu che io non conosco ma a cui appartengo,
tu che non comprendo ma che costruisci il mio destino
fa’ che io segua fino in fondo
la via dei tuoi segnali interiori
in amore e pazienza, in fedeltà e coraggio,
in rettitudine e umiltà.
Fa’ che io non disperi mai, perché sono sotto la tua mano
e in te è ogni forza e bontà.
Nella tua mano, Signore, ogni ora ha senso e grazia,
pace e consistenza.
Dammi puri sensi per vederti, dammi umili sensi per udirti,
dammi sensi d'amore per servirti,
dammi sensi di fede perché io dimori saldo in te.
O Signore, tu che sei al di sopra di noi, tu che sei in noi,
fa’ che ognuno ti veda anche in me.

preghiera composta da DAG HAMMARSKJOLD,
già segretario ONU, perito in un incidente aereo


AUGURI O BENEDEZIONE?

Abbiamo da pochi giorni iniziato un nuovo anno, ci è donato ancora un anno, ancora ci è donato del tempo. Ma che cos’è il tempo, quel tempo che è scandito dai nostri orologi e dai calendari?
Possiamo dare diverse risposte. Una prima risposta, antichissima, propria di una civiltà contadina, descriveva il tempo come l’incessante giro di una ruota: il contadino ripete ad ogni stagione sempre gli stessi gesti: autunno, inverno, primavera, estate… e di nuovo autunno, inverno, primavera, estate. Il tempo scandito dalle stagioni e dal lavoro dei campi è davvero una ruota che ripete sempre il medesimo giro. Anche gli astri percorrono nella volta del cielo sempre la stessa traiettoria: il sole si leva e tramonta… la luna ha sempre le stesse fasi, regolari. Non meraviglia allora la conclusione: «Niente di nuovo sotto il sole».

C’è un altro modo di dire a proposito del tempo: il tempo è denaro, il tempo è un bene prezioso da sfruttare intensamente. È questo un atteggiamento oggi dominante. Noi viviamo con l’orologio sotto gli occhi, preoccupati di non perdere neppure un minuto e utilizzare al meglio questa risorsa così preziosa. Ancora un altro modo di vivere il tempo: «Quant’è bella giovinezza che sen fugge tuttavia, del doman non c’è certezza chi vuol esser lieto sia». Godiamo il presente, spremiamo da ogni istante, da ogni occasione tutto quello che ci può dare, domani chissà… Modi diversi di vivere il tempo. E il credente come vive il tempo? C’è uno stile di fede nel vivere il tempo? Sì, noi sappiamo, lo abbiamo appena celebrato nel Natale, che l’Eterno è entrato nel tempo e quindi i nostri giorni sono abitati dalla sua Presenza. Per questo non andiamo rassegnati o frenetici o gaudenti verso una inesorabile fine: andiamo verso Colui che è il fine dei nostri giorni. E se l’andare verso la fine può generare tristezza, o, peggio, angoscia e paura, l’andare verso il fine è andare incontro a Qualcuno che è pienezza di vita. Ecco perché in questo inizio di anno non voglio semplicemente fare a voi tutti gli auguri, non voglio solo auspicare che i giorni del 2010 siano sereni. Vorrei con voi benedire. Ma che cosa è una benedizione? È un gesto, meglio un atteggiamento che troviamo in Dio il primo giorno del mondo: leggiamo infatti nella prima pagina della Bibbia che la creazione degli esseri viventi è accompagnata da una benedizione, cioè dal riconoscimento che quanto è uscito dalle mani di Dio è buono, veramente buono.

Benedire allora significa riconoscere che quanto esiste, quanto ha in sé alito di vita, è frutto della benevolenza di Dio, manifestazione del suo amore per noi, segno della sua provvidente presenza. Benedire non significa conferire ad una cosa o ad una persona una particolare qualità, che la renderebbe buona. Benedire il cibo prima di mettersi a tavola, benedire una piccola croce o una medaglia da portare al collo, benedire la casa come facciamo prima di Natale… non vuol dire attribuire a quegli oggetti, a quella casa una qualità che prima non avevano. Vuol dire affermare la nostra fede nella bontà del creato, ripetere la nostra certezza che dalla mano di Dio riceviamo ogni bene. Infatti la parola che il Creatore pronuncia dopo aver chiamato ad esistere gli esseri viventi è: benedizione. «Dio vide che era cosa buona. Dio li benedisse» (Gen 1, 21).

Benedire vuol dire imitare il gesto creatore di Dio (Gen 1, 28), come un diffondere la bontà, la positività che è inscritta da Dio in ogni fibra della realtà creata. Benedire vuol dire lode e azione di grazie che salgono a Dio per proclamare che Lui solo è buono (Sal 103; 118; Mc 10, 18; Gc 1, 17). Ogni benedizione ha quindi la sua radice nella gioia creatrice del Dio vivente. Essere benedetti da Dio vuol dire essere colmati del “SÌ” che il Creatore ha pronunciato su ogni essere, questo “Amen” che è senza pentimenti. E benedire vuol dire a nostra volta ripetere lo stesso “sì” come a diffondere il gesto creatore. C’è una benedizione che mi è molto cara. L’ho imparata da Franca, una mia carissima amica sarda. Al momento di congedare il figlio o l’amico che parte, Franca è solita benedire tracciando un piccolo segno di croce sulla fronte. Lo stesso gesto che hanno compiuto il giorno del battesimo. Come allora affidarono a Dio la creatura che avevano generato, così con la benedizione tracciata sulla fronte rinnovano quell’affidamento. Abbiamo da poco iniziato il cammino di un nuovo anno: vorrei sulla fronte di ognuno di voi tracciare la benedizione e vorrei che uno di voi tracciasse sulla mia fronte la benedizione.

don Giuseppe

 

CON I MAGI, INQUIETI CERCATORI

omelia di don Giuseppe
nella solennità dell'Epifania

mercoledì 6 gennaio 2010
(Is 60, 1-6; Tt 2, 11-3,2; Mt 2,1-12)

Rimandiamo la lettura dell'omelia su questo sito alla voce "omelie"


PAROLE DELLA BIBBIA PER LA CITTÀ

Riportiamo la trascrizione dell’intervento che lo scrittore Erri De Luca ha tenuto all’interno degli incontri per i 75 anni della nostra parrocchia il 9 novembre scorso.
Il testo, cortesemente trascritto dalla sig.ra Angrla Pischetola, che ringraziamo, mantiene lo stile parlato e non è stato rivisto dall’Autore.


Don Giuseppe mi ha dato come tema per questo nostro incontro “la città”. Però come frequentatore di Scrittura Sacra non ho trovato grandi entusiasmi nella Scrittura Sacra per la città, neanche per la città Santa, Gerusalemme. Gerusalemme, per esempio, è stata presa da Davide, conquistata e poi fatta diventare capitale del Regno d’Israele, ma già era stata conquistata una prima volta dalla tribù di Giuda a cui spettava quel territorio e bruciata: dunque non ci sono buone notizie a proposito delle città. Nessun incontro decisivo avviene in città: quella divinità preferisce dei posti più appartati, preferisce il deserto con la cima delle montagne per gli incontri ravvicinati, e preferisce avere a che fare con i pastori come Abramo, come Mosè, come Davide, perché quelle persone se ne stanno lontane, stanno nello spazio vuoto a fare il loro mestiere, che richiede molta attenzione all’ambiente che si ha intorno, che fa aguzzare le orecchie, che fa tenere i sensi vivi per poter fronteggiare i pericoli, le difficoltà. Il pastore è più naturalmente disposto all’ascolto, la sua solitudine lo rende necessariamente ardito, come dice il profeta Amos (che è stato pastore) in un suo passaggio. Amos riferisce quello che gli dice la divinità: «Come scippa un pastore da bocca di leone un paio di zampe o delle orecchie così saranno scippati i figli di Israele». Perché un pastore dovrebbe andare a scippare dalla bocca del leone queste frattaglie inservibili? Deve fare questa mossa, deve ardire anche contro il predatore perché deve dimostrare al padrone del gregge che lui non ha lasciato andare per incuria le bestie che gli sono state affidate ma si è battuto anche contro la forza maggiore per resistere e per poter riportare al padrone il segno della sua battaglia. A me piace questo versetto perché c’è una possibilità di salvare dalla distruzione un rimasuglio, anche inservibile, ma simbolico. Infatti le zampe hanno a che vedere con l’andatura, le orecchie hanno a che vedere con l’ascolto: non salva, dunque, frattaglie insignificanti, ma dei pezzetti simbolici e buoni da ricordare. A me piace proprio questa piccola o grande impotenza del salvatore, che non può provvedere a continue salvezze o a salvezze integrali e riesce a recuperare dalla distruzione, dalla perdita, semplicemente dei resti, dei piccoli resti, che hanno però la forza di costituire l’intero.

Ritorniamo al deserto: è lì che avvengono gli incontri, è lì che quella divinità attira, chiama i suoi interlocutori. Ricordiamo Isaia: «Voce che grida: nel deserto aprite una via al Signore», perché è lì che è possibile aprire una via di comunicazione, che non deve essere per forza una via orizzontale (anzi molto probabilmente è una via verticale). Rispetto a tutte le divinità precedenti, questa divinità stabilisce un contatto tra la terra e il cielo, stabilisce una via di comunicazione – il sogno che fa Giacobbe di una scala che collega la terra e il cielo e su cui salgono e scendono dei messaggeri – ma in posti lontani dal centro, in posti diciamo “fuori porta”. Abramo, per esempio, viene convocato fuori dalla sua città, dalla sua famiglia, dalla sua gente, e anche dai culti precedenti, viene scippato da lì e si avvia da solo senza sapere dove andare, guidato da una volontà che spera continuamente di sentire.

C’è un dettaglio della Scrittura Sacra riferito ad Abramo: il timore di Dio, il principio della saggezza del cuore. Ma quale timore? Non il timore che Dio ti castighi, che ti mandi qualche malanno, ma quello che ha l’innamorato di non sentire più la Sua voce, di perdere il contatto. Tutto questo spinge Abramo continuamente all’ascolto, alla ricerca e all’obbedienza, anche alla più terribile delle obbedienze, quella della richiesta del sacrificio di suo figlio. Eppure in quel momento, su quella montagna avviene qualcosa di misterioso: quella divinità rinuncia alla propria onnipotenza, rinuncia alla propria onniscienza per poter lasciare margine di libertà alla sua creatura! Così sarà anche nella questione di Sodoma e Gomorra: l’uomo sarà capace di interferire e intercettare quella divinità e farle cambiare parere e opinione. Abramo riesce a far dire sei volte alla divinità “non distruggerò” a proposito di Sodoma e Gomorra, ma non fa la settima domanda per rispetto della divinità, e perché gli basta aver sospeso sei volte il decreto di condanna. La cosa interessante è che la divinità cambia opinione continuamente proprio perché quella creatura gli si para davanti, e di questo non si irrita, non si arrabbia.

Ma c’è anche un’altra stranezza: in mezzo al brulicante politeismo del Mediterraneo (il mare più fitto di divinità di tutta la storia dell’umanità) si va a piazzare la notizia del monoteismo. Non poteva istallarsi in un posto dove non c’era nessuno, dove poteva impiantarsi con un po’ più di agio, un po’ più di tempo, di spazio intorno? Non poteva prendersi un esercito, farsi portare da qualche Alessandro Magno, da qualche Giulio Cesare? Non poteva farsi raccontare da una grande lingua, la più potente dell’epoca, rivelarsi in greco, lingua di filosofi, astronomi, geometri? No, sceglie la lingua di un piccolo popolo, di servi, di schiavi, impiantati in Egitto finché lui non ci mette mano! Ebbene questa ricerca della difficoltà ottiene di sbaragliare tutte quante le divinità precedenti, di distruggerle, di sradicarle dal suolo, dal cuore delle persone. Ma cosa conteneva questa notizia di così speciale per avere avuto questo risultato? Intanto teneva qualcosa di meno perché quella divinità non voleva essere raffigurata, contrariamente a tutte le divinità precedenti: pretendeva di essere immaginata, pretendeva di essere conosciuta non attraverso il simulacro ma attraverso le sue parole. Del resto quella divinità si manifesta a parole, con la voce: «e disse..., e disse..., e disse…»; continuamente nella Scrittura Sacra si legge questo verbo che precede il soggetto: «e disse Elohim», proprio a sottolineare che è il dire della divinità, il suo fare che irrompe nella storia, nella scena del mondo e fa avvenire le cose. È la sua voce che decide la creazione, il proseguimento e la storia. Sia la luce sia tutti i giorni della creazione vengono preceduti dalla voce della divinità: quella voce “dice”, se “non dice” non succede niente. Quella divinità, allora, attraverso la sua parola pretende di essere ricostruita, immaginata, rinnovata continuamente. La quantità di volte che quella divinità parla fa capire lo sforzo compiuto per ridursi a una lingua, a una grammatica, a una voce; nel Nuovo Testamento noi leggiamo che la divinità si incarna in un corpo in carne e ossa di un figlio, ma nel Primo Testamento si incarna in una voce e quella voce, si rivolge continuamente alle creature che ha scelto.

E qual è il contenuto di questo parlare? Quella divinità chiede di essere amata, usa spudoratamente il verbo “amare”. Dice: «Amerai tu Eloim in tutto il tuo cuore, in tutto il tuo fiato, in tutte le tue forze». Noi spesso traduciamo «con tutto il tuo cuore, con tutto il tuo fiato, con tutte le tue forze», ma è impreciso: la proposizione “in” è importante, perché non è con lo strumento del cuore, e con il fiato, e con lo strumento delle forze che amerai la divinità, ma “in tutto il tuo cuore, in tutto il tuo fiato, in tutte le tue forze” perché quel sentimento sta già lì e va estratto da là dentro. Questa energia amorosa, la più potente nella vita dell’uomo, se non viene usata rimane spenta, si dissipa, si spreca. La divinità, dunque, vuole essere amata in questo modo: non con un «dammi un poco di cuore, un poco di fiato e un poco di forze», ma pretende tre totalità, cioè pretende lo svuotamento completo delle energie di un corpo umano, cuore, fiato e forze. È la totalità di tutto il corpo che partecipa di questa richiesta, anche se non parla di “intelligenza”, studio, filosofia, intelletto… Chiede che siano svuotate interamente queste riserve, queste provviste amorose che stanno nelle fibre del corpo umano, vuole che siano offerte tutte. In questo dice qualcosa dell’amore che prima nessuno sapeva: solamente lo svuotamento dell’energia amorosa permette il rinnovo della stessa e anche che si accresca, che chi l’ha interamente versata se la ritrovi rinnovata e accresciuta.

Questo sforzo amoroso è contagioso perché nel momento in cui la creatura umana risponde, in cui un Abramo si commuove al punto di rispondere, poi non può più fare a meno di rinnovare questa energia gigantesca, questo motore della sua vita che continuamente lo spinge all’obbedienza e ad andare avanti. Questa divinità riesce a estirpare tutte le divinità precedenti attraverso la formula della risorsa amorosa richiesta dentro il corpo umano. Anche se viene rifornita a sua volta dalla divinità, questa energia amorosa funziona come la manna, fornitura dell’indispensabile che piove nel deserto per quarant’anni e non si interrompe mai neanche nei momenti di maggiore contrasto tra la divinità e quel popolo. La manna aveva questa particolarità: o veniva consumata in giornata, oppure, se ne avanzava, marciva di notte e non era più buona. La divinità ci teneva a questa formula della dissipazione in giornata; l’amore è così: se non lo usi tutto quanto in giornata l’hai buttato.

Ci sono altre belle notizie riguardo questo “indispensabile”: quel cibo non può essere trattato come merce da conservare, ma deve essere distribuito a tutti in parti uguali. L’uguaglianza rigorosa della distribuzione è decisiva nella fornitura dell’indispensabile. Se è diviso in parti uguali, anche se è pochissimo, è sufficiente. Inoltre come faceva la divinità a sapere il pro-capite, quanta ne doveva fornire ogni giorno, calcolare i morti, le nascite ecc.? Non faceva esattamente la fornitura giusta: faceva piovere di più perché non ci fosse la corsa ad accaparrarsi la prima parte, temendo che non ce ne sia per tutti. La divinità aveva a cuore anche la tranquillità e la dignità dei beneficati, che potevano andare tranquillamente col loro passo e all’orario che volevano a raccogliere quella manna durante la giornata. Nella fornitura dell’indispensabile, quindi, è ammessa una perdita purché sia salvaguardata la dignità delle persone che lo devono ricevere e non si svolgano risse tra poveri. Per collegarci al nostro tema: questa rivelazione dove è avvenuta? Dentro il deserto. La divinità dove ha portato quei liberati freschi che venivano da quattrocento anni di servitù? Se li è portati dentro il deserto, non in un centro abitato, e lì ha insegnato loro lentamente e faticosamente l’avviamento alla libertà. Perché la libertà è faticosa, è pesante da sopportare, è pesante da servire, è pesante da conservare! La libertà è un bene che non è dato una volta per tutte, è un bene continuamente negoziante e negoziabile e se non viene rinnovata con spinta dal basso verso l’alto è erosa, arretra; se non spunta una volontà di riaggiustarne i termini, viene continuamente consumata.

Il popolo vaga quarant’anni nel deserto per conoscere la libertà, guidato da una nuvola di giorno e da una colonna di fuoco di notte toccando quarantadue tappe, come quarantadue sono le generazioni da Abramo a Gesù nel Vangelo di Matteo. Perché Gesù è la terra promessa di tutta la storia di Israele, è il luogo di arrivo finale di quella storia. Con l’incarnazione, passiamo dal verbo alla carne e questo comporta che quella divinità smetta di parlare. Nel Nuovo Testamento la divinità ammutolisce la voce precedente, vuole essere corpo, un corpo umano che va verso la sua rovina, che prima o poi si distruggerà, nella maniera tragica che è conosciuta, dentro quel coacervo di circostanze ostili nel quale è nato, è cresciuto e si è sviluppato. Il corpo è il terminale di questa notizia sacra, dopo di quello non c’è altro. C’è questo frattempo tra la chiusura del tempo che avviene sul Golgota e la fine. Noi viviamo questo intervallo, questo intermezzo rispetto al quale tutto il tempo è un tempo supplementare, sospeso.

A conclusione di quella che Erri De Luca chiama la sua “chiacchiera” così ci ha spiegato il suo sguardo, il suo modo di leggere la Scrittura:
Vengo dalla Napoli del dopoguerra e sono cresciuto in quella città dove c’era la più alta mortalità infantile d’Europa. I bambini per giustificare la loro presenza al mondo, andavano a lavorare “da minuscoli” e anche gratis pur di avere in cambio una pagnotta. Vengo da una esperienza di contagio con la miseria e con il sud che allora non era solamente il sud d’Italia ma coincideva col sud del mondo. Poi ho fatto nella mia vita per molti anni, circa una ventina, il mestiere di operaio. Ho ricavato da queste esperienze una visione poco panoramica del mondo che invece vedo dal basso verso l’alto e vedo tutte le grandi e piccole oppressioni che gravano sul suolo. Faccio un esempio che non c’entra niente: sono stato qualche volta a fare delle spedizioni alpinistiche sull’Himalaya e mi fissavo a guardare in quelle lunghe marce di avvicinamento i piedi dei portatori: là si concentrava tutto il peso e lo sforzo delle merci che noi gli caricavamo sulle spalle e che loro portavano per salario fino al nostro campo base. Insomma l’occhio mi finisce sempre là, perché non ho un punto di vista panoramico ma un punto di vista piantato sul dettaglio e sul basso. Eppure sono persuaso che lo spazio di intervento della persona umana è enorme, specialmente da noi dove questo spazio è mortificato, vilipeso, anzi si cerca di insultare e di rendere e di aggredire e aggravare la posizione di inferiorità del debole, dell’estraneo o dello straniero. In questa condizione di umiliazione lo spazio è gigantesco. Ogni volta che a noi capita durante la nostra giornata di fare una piccola mossa, ma proprio una mossa minima di aiuto, sostegno, simpatia, sorriso compreso, questa è una fortissima controspinta dal basso verso l’alto a togliere peso a quello che grava sulla terra.

 


SBATTEZZARSI?

Nel corso dell’anno appena concluso ho ricevuto alcune lettere, meglio, un modulo prestampato (che trovate nella pagina successiva) e poi compilato dal mittente, nel quale si chiede l’annotazione sui registri del battesimo della decisione di non esser più considerato appartenente alla chiesa cattolica. Si potrebbe dire, con un’espressione errata ma efficace che tali persone chiedono di essere “Sbattezzate”. Dietro questa iniziativa vi è una organizzazione che, penso, intenda quantificare il numero di adulti che rifiutano un’appartenenza alla chiesa compiuta per loro dai genitori all’atto del battesimo.

L’espressione “sbattezzo” è impropria perché, secondo la teologia cristiana, il gesto storico del battesimo crea una realtà (il cosiddetto “carattere”) nella persona che in seguito può essere disattesa, ma non cancellata. Inoltre è opportuno ricordare che se è vero che il battesimo dei bambini non è attestato in modo inequivocabile nel Nuovo Testamento esso è sicuramente amministrato nella chiesa antica senza una sostanziale opposizione se si eccettua Tertulliano. Sant’Agostino attesta la pratica del battesimo dei bambini. Il Concilio di Trento decretò (Sessione VII) che i bambini battezzati sono realmente credenti e il loro battesimo non deve essere ripetuto al raggiungimento dell’uso di ragione. La pratica del battesimo dei bambini è stato mantenuto anche nelle chiese riformate e solo nel 1943 il grande teologo evangelico Karl Barth si oppose a tale pratica.

Non mancano oggi famiglie che scelgono di non conferire il battesimo ai propri figli in nome del rispetto della loro libertà. Dicono: “Quando saranno adulti faranno consapevolmente questa scelta, adesso sarebbe una sorta di imposizione”. Questa decisione racchiude certamente un valore: il desiderio che un gesto tanto importante sia frutto di scelta libera e consapevole. Eppure l’indicazione della Chiesa non è in questa direzione: il battesimo è conferito al bambino che certo non è in grado di scegliere, dentro la fede della sua famiglia e dell’intera comunità della chiesa. Se è vero che al centro del battesimo è il bambino, è altrettanto vero che protagonisti di tale gesto sono i genitori, il padrino, la madrina, i famigliari e l’intera comunità cristiana. I genitori che non si limitano a trasmettere la vita ma intendono corredarla con quei valori che essi considerano significativi per la piena formazione della loro creatura.

Vorrei aggiungere un’altra osservazione. La cura per la libertà del proprio figlio che non si vorrebbe condizionare conferendogli un battesimo che in età adulta potrebbe rifiutare, tale cura è meritevole di ogni apprezzamento, ma il rispetto della libertà non significa rinuncia al compito educativo, rinuncia a proporre quei percorsi di formazione umana e di fede che la famiglia considera preziosi. Il bambino diventerà grande assorbendo dall’ambiente una quantità di stimoli, messaggi, proposte le più varie e non tutte apprezzabili. Sarà plasmato dall’ambiente in cui vivrà e proprio le persone che hanno maggiormente a cuore la sua crescita dovrebbero astenersi dal proporgli quei percorsi che ritengono più validi? Francamente mi sembra una scelta paradossale quella che lascia spazio a tutte le voci mettendo a tacere proprio quelle che dovrebbero essere le più interessate al bene del bambino. Proprio per questo, alla vigilia di ogni battesimo visito la famiglia e rifletto con i genitori, spesso vi sono anche i nonni, il padrino e la madrina, sui pensieri che ho appena esposto. Quando sarà adulto, il bambino farà le sue scelte, magari invierà al Parroco una lettera come quelle che ho ricevuto. Questo è segno di una società nella quale la scelta di fede, l’appartenenza alla Chiesa non sono più un fatto scontato. Devono essere scelta consapevole: anzitutto da parte dei Genitori chiamati non tanto a ripetere un gesto abitudinario, frutto di consuetudine, al limite superstizioso. Davvero il battesimo dei bambini non è affatto cosa infantile!

Raccomandata A/R
Al Parroco della parrocchia di
… … … … … …

Milano, … … …

Oggetto: istanza ai sensi dell’art. 7 del Decreto Legislativo n. 196/2003.

Io sottoscritto … … … , nato a … … …, il … … …, residente a … … …, in via … … … , con la presente istanza, presentata ai sensi dell’art. 7, comma 3, del Decreto Legislativo n. 196/2003, mi rivolgo a Lei in quanto responsabile dei registri parrocchiali.
Essendo stato sottoposto a battesimo nella Sua parrocchia, in una data a me non nota ma presumibilmente di poco successiva alla mia nascita, desidero che venga rettificato il dato in Suo possesso, tramite annotazione sul registro dei battezzati, riconoscendo la mia inequivocabile volontà di non essere più considerato aderente alla confessione religiosa denominata “Chiesa cattolica apostolica romana”.
Chiedo inoltre che dell’avvenuta annotazione mi sia data conferma per lettera, debitamente sottoscritta.
Si segnala che, in casa di mancato o inidoneo riscontro alla presente richiesta entro 15 giorni, mi riservo, ai sensi dell’art. 145 del Decreto Legislativo n. 196/2003, di rivolgermi all’autorità giudiziaria o di presentare ricorso al Garante per la protezione dei dati personali.
Dichiaro di rinunciare fin da subito a qualsivoglia pausa di riflessione o di ripensamento in ordine alla soprascritta istanza; avverto che considererò ogni dilazione come rifiuto di provvedere nel termine di legge (15 giorni, ai sensi dell’art. 146, comma 2, del Decreto Legislativo n. 196/2003) e che quindi intendo immediatamente ricorrere all’autorità giudiziaria o al Garante per la tutela dei dati personali, qualora Lei illegittimamente differisse l’annotazione richiesta ad un momento successivo al quindicesimo giorno dal ricevimento della presente.
Ciò, in ottemperanza del Decreto Legislativo n. 196/2003 (che ha sostituito, a decorrere dall’1/1/2004, la previgente Legge n. 675/1996), in ossequio al pronunciamento del Garante per la protezione dei dati personali del 13/9/1999 ed alla sentenza del Tribunale di Padova depositata il 29/5/2000.
Si diffida dal comunicare il contenuto della presente richiesta a soggetti terzi che siano estranei al trattamento, e si avverte che la diffusione o la comunicazione a terzi di dati sensibili può configurare un illecito penale ai sensi dell’art. 167 del Decreto Legislativo n. 196 del 2003.
Si allega fotocopia del documento di identità.
Distintamente.

Firma


18-25 GENNAIO: SETTIMANA DI PREGHIERA
PER L'UNITÀ DEI CRISTIANI

Sabato 16 gennaio - ore 19.00
Cristiani in Sinagoga per la Giornata dell’Ebraismo.
Il senso ebraico del Sabato
Alfonso Arbib, Rabbino capo di Milano
Tempio Maggiore - via della Guastalla, 19 -
ingresso dalle ore 18.30
per ritirare il pass rivolgersi a
Ecumenismo e Dialogo,
piazza Fontana n. 2
02.8556 303/355

Lunedì 18 gennaio - ore 20.45
Cantiamo la gloria del Cristo risorto.
Preghiera con le corali
Basilica di Sant’Ambrogio - piazza Sant’Ambrogio

 

Mercoledì 20 gennaio - ore 20.45
“Voi sarete testimoni di tutto ciò”.
Come custodire e trasmettere i frutti dello Spirito
dopo un secolo di movimento ecumenico?
Tavola rotonda al Teatro dell’Angelicum — piazza Sant’Angelo
Maria Bonafede, moderatora della Tavola Valdese
Siluan Span, Vescovo della Diocesi Ortodossa Romena d’Italia
Dionigi Tettamanzi, Cardinale Arcivescovo di Milano
Modera: Elena Milazzo Covini,
già Presidente nazionale del SAE

Giovedì 21 gennaio
ore 13.05 Grotta di Elia
San Gottardo al Palazzo Reale, via Pecorari
ore 18.00 Vespro Ortodosso
Chiesa Ortodossa Greca, via Romolo Gessi 19

Sabato 23 gennaio - ore 20.45
Annunciare la Parola di Dio con franchezza.
Veglia ecumenica dei giovani
Chiesa di Santo Stefano, piazza Santo Stefano

Domenica 24 gennaio - ore 18.30
Celebrazione ecumenica della Parola
Basilica di San Marco, piazza San Marco
in collaborazione con il Gruppo delle Coppie interconfessionali di Milano


SCAMBI DI AMBONE

Domenica 17 gennaio - ore 10.30
Chiesa Evangelista Metodista,
via Porro Lambertenghi, 28

Domenica 17 gennaio - ore 11.30
Chiesa Ortodossa Romena,
Via De Amicis, 13

Domenica 24 gennaio - ore 10.00
Chiesa Cristiana Protestante,
via Marco de Marchi, 9

Domenica 24 gennaio - ore 10.45
Chiesa Evangelica Valdese,
Via Francesco Sforza, 12/a
predicazione di don Giuseppe Grampa

Domenica 24 gennaio - ore 11.00
Chiesa di San Giovanni in Laterano,
via Pinturicchio, 35
predicazione del Pastore Valdese Giuseppe Platone

Domenica 24 gennaio - ore 12.00
Basilica di San Marco,
piazza San Marco, 2

 


A CARNEVALE SIAMO TUTTI
ESPLORATORI

Grande Luna Park di Carnevale
in Oratorio

Domenica 14 febbraio 2010 dalle ore 15,00

Grandi premi per tutti…
anche una sorpresa...

Costo della tessera 3 euro


 

 

Nella Comunità parrocchiale:

hanno ricevuto il Battesimo

DAVIDE TESTA
BIANCA VANONI


 

abbiamo affidato ai cieli nuovi e alla terra nuova

MARIA BRASCA (a. 89)
CARLO DELL'AVALLE (a. 88)
GABRIELLA DAVERIO (a. 84)
ATTILIO VALTER MANTOVANI (a. 79)


 


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