parrocchia - celebrazioni - omelie - cattedra - oratorio - gruppi - come albero - preti - blog - link
Come albero   

  notiziario mensile parrocchiale

giugno 2008    


Sarai beato perché non hanno da ricambiarti

A volte i pensieri nascono da una voce. Anche questi di giugno.

Sento la voce al telefono, vedo gli occhi. Eppure il mio è un telefono normale. Senza sofisticate prestazioni.

Tu mi perdonerai per questa premessa. Sento la voce, vedo gli occhi. Sono i miracoli dell’amicizia: vedere l’invisibile, vedere gli occhi. Mi sento fortunato. Non tutti, all’ascolto di una voce, vedono occhi. O non tutti sanno che anche questo è regalo: regalo è una voce che ti porti gli occhi. Normale, direbbe qualcuno. Io non lo penso: mi sembra regalo! È una questione di sguardo. Pulisciti gli occhi, mi dico spesso. Che sono ingombri dell’ovvietà. Ovvio? Tutto ormai sta diventando ovvio, fuorché l’eccezionale. Che spesso è scintillio del vuoto. Ovvio? No, dono. Dono anche una voce che ti porta gli occhi.

È la voce di un’amica. Parla di una fatica strana. Come ne portasse il peso. Fatica, che paradossalmente chiamerei “fatica da regali”. L’amica mi parla di cose che sembrano piccole. Ma le cose piccole fanno la vita. E ci si trova così, senza volerlo, a esplorare, per telefono, territori che vanno disegnando costumi del vivere.

Siamo alla fine di un anno, i bambini stanno terminando le scuole, hanno fine i loro mille impegni. Ed ecco il rito, a volte estenuante, dei regali. Ci si deve occupare del regalo all’insegnante, del regalo alla catechista, del regalo alla rappresentante di classe. E che ci sia una proporzione nei regali! Ma il “rito” forse, senza forse, non è solo nei giorni di fine anno. Basterebbe pensare agli inviti alle feste dei bambini, feste di compleanni o di quant’altro: sei stato invitato, devi invitare; hai dato ospitalità a dei compagni di classe dei tuoi bimbi, l’ospitalità va restituita. Tutto deve corrispondere, come se tutto dovesse collocarsi in un incastro: a tanto tanto. È lo scambio. Domina lo scambio.

È come se stessimo assistendo - e non senza rischio di contagio, lo dobbiamo riconoscere - a un processo, sempre più invadente e devastante, di mercificazione. Tutto è mercato, sembra la stagione del mercato, il grande mercato. Stagione di imbonitori che urlano per indurti a comprare. In tutti i campi.

Si compra tutto. Con i soldi - si dice o si fa capire - si può comprare tutto. Anche i sentimenti, le persone, il pensiero, il futuro, l’anima della gente. Domina la legge del mercato: io ti do, tu mi dai. Nella più pura proporzionalità. A prestazione deve corrispondere prestazione. Abbiamo pareggiato i conti, siamo alla pari. A prestazione corrisponde il giusto prezzo.

Si riducono gli spazi della gratuità. Si cancella il “disordine” della gratuità. Che racconta una sproporzione, annuncia una dismisura. A tal punto si riducono gli spazi della gratuità che, quando, per avventura o per grazia, ti sembra, stropicciandoti gli occhi, di sorprendere un gesto gratuito, subito qualcuno va a smorzare il tuo entusiasmo, insinuandoti il dubbio: “no” ti si dice “non è possibile, ci sarà un secondo fine, un interesse nascosto”. Tanto il “gratuito” sembra fuori paese, fuori del nostro paese.

Consumati, pesantemente consumati, dal-l’opinione che tutto si paga, siamo arrivati al paradosso che se qualcosa viene offerto gratuitamente, non ha valore. O ne ha ben poco nella stima generale.

Eppure sussulti verso la gratuità erano custoditi - lo dobbiamo confessare - nel tesoro della fede. Dico “erano custoditi”, perché a volte mi sembra di assistere alla seduzione del mercato all’interno stesso del mondo ecclesiastico, dove il Dio predicato sembra troppo spesso il Dio che va soddisfatto con le prestazioni, comprato con le indulgenze, con la pretesa di pareggiare i conti. Perdendo, a mio avviso, posso sbagliarmi, il cuore dell’annuncio della nostra fede. Questo sì, annuncio da fare stropicciare gli occhi: un Dio che ti ama comunque. Gratuitamente. Non in misura delle prestazioni.

Molti di noi ricordano come in un delizioso racconto, che ci è stato tramandato, si parli di crociati che, nelle loro peregrinazioni, un giorno si imbatterono in una donna, una mistica, che se ne andava senza mai fermarsi, portando in un secchio dell’acqua e nell’altro del fuoco. A chi le domandava perché se ne andasse senza soste, portando acqua e fuoco, rispondeva che portava acqua per spegnere le fiamme dell’inferno e fuoco per bruciare il paradiso, perché, diceva, nessuno più facesse il bene per meritarsi il paradiso o per il timore dell’inferno, ma gratuitamente, solo per la gioia di farlo.

Lo scandalo del vangelo è questo, è questa gratuità. Lo scandalo per cui Gesù fu violentemente criticato. Criticato per quel suo stare a mensa con pubblicani e peccatori. A scandalizzarsi erano i benpensanti della religione. Il mugugno era verso quello stile di accoglienza indiscriminata. Che Gesù difendeva con tutte le sue forze, perché ne andava dell’immagine di Dio, che con la sua vita andava raccontando. Non raccontava un Dio che, se sei giusto ti ama, ma se sei peccatore ti fulmina: questa era la visione meschina dei suoi oppositori, che non si sarebbero certo scandalizzati per una cena con peccatori, purché fossero dei convertiti! Con quelli ancora non convertiti, come faceva Gesù, no. E Lui invece a raccontare un Dio che non è stretto nel criterio del calcolo, “io ti do, tu mi dai”.

Per questo, anche per questo, il vangelo è notizia buona, sorprendente. Che buona notizia sarebbe un Dio che dà secondo le prestazioni? È quello che succede normalmente, saremmo nell’ovvietà assoluta. Stupore del vangelo è la “grazia”, che poi abbiamo ridotto a una cosa, a una quantità da ottenere, dimenticando che è la “bellezza della gratuità” di Dio. Una bellezza che finisce per contagiare anche i figli, i figli di un Padre che è lo splendore della gratuità: un Dio che quan-d’anche tu perdessi la fede, lui non ti perde, lui rimane fedele.

Dovremmo più spesso ricordare che la gratuità, la parola “grazia”, ha nella sua radice anche il significato di bellezza. La chiesa che mercanteggia perde la bellezza del suo Signore. Succede purtroppo anche di questi tempi: si va a contrattare con coloro che contano. E si va a circoscrivere l’infinito del gratuito, l’infinito della grazia.

Questa, a mio avviso, può essere una, anche se non la sola, una delle ragioni della pesantezza della chiesa. Talora si respira un clima pesante, che risente di una perdita, la perdita della gratuità: pesantezza della predicazione di un giudizio di Dio che non è a salvezza, è a incenerimento: incenerisce con l’inferno; pesantezza del nostro giudizio, che ci fa inquisitori delle coscienze. E tutto ciò non può avere come risultato se non quello di renderci corposamente pesanti sia come singoli sia come comunità, privi cioè della leggerezza, della scioltezza, della libertà di Gesù e del vangelo.

Pesantezza della chiesa e pesantezza della società, pesantezza del nostro vivere quotidiano, dove a regalo deve corrispondere regalo, a tanto tanto. E perché avvenga la proporzione - la proporzione, e non la sproporzione, non la grazia, non la gratuità - ci si perde in corse sfibranti al punto di rimanerne pesantemente prosciugati.

Una domanda mi bussa al cuore: e se ci scambiassimo la gioia? La domanda può suonare persino provocatoria: e se ci scambiassimo la gioia?

Ma non era forse un provocatore anche Gesù? Non era forse stato provocatore il giorno in cui, in casa di uno dei capi dei farisei che l’aveva invitato, rivoluzionò la mappa degli inviti dicendo: “Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch’essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi ; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti” (Lc 14, 12-15). E non era certo, il suo, un invito a escludere parenti e amici, metteva invece in guardia da un costume, da una legge asfissiante, quella del contraccambio, che sta segnando pesantemente questa nostra stagione. Alzava il velo sulla beatitudine della gratuità. Legge evangelica, lasciata in eredità ai discepoli di tutti i tempi. Quasi fosse questo il modo di prolungare la sua memoria sulla terra: “prolungate la mia memoria con uno stile di gratuità”. Stiamo prolungando la sua memoria?

Il mio amico Vincenzo, frugando tra i ricordi della vita nei campi, giorni fa parlava di un altro “rito” che si celebrava, tra stalle e prati, nelle stagioni passate, quando i contadini, al sopraggiungere della festa dell’Ascensione, non era detto che mettessero piede in chiesa, però in quel giorno distribuivano latte a tutti gratuitamente. Latte per tutti e non era acquisto per vendita. E il latte in avanzo, dopo quella universale gratuita abbondante distribuzione, non doveva essere venduto, veniva offerto alle bestie nelle stalle. Mi colpiva nel racconto quella connessione sorprendente tra l’Ascensione e la gratuità del latte. Mi veniva spontaneo pensare che vi fosse custodito un messaggio: ora che Lui se ne è andato per i cieli, tieni viva sulla terra la gratuità del tuo Signore.

E sarà via di beatitudine, di felicità. Quella felicità che tutti stiamo inseguendo. Alle beatitudini del monte Gesù, lungo la vita, ne aggiunse altre. Questa è una. Dimenticata: “Sarai beato perché non hanno da ricambiarti”.

La legge del contraccambio, la legge della proporzionalità non ci mette al riparo dalla tristezza, che fa capolino in noi ogni volta che non abbiamo il contraccambio. E chi ci potrebbe garantire che sempre e comunque avremo nella vita il contraccambio?

“Sarai beato perché non hanno da ricambiarti”. E se incominciassimo a insegnare ai figli, e prima di tutti a noi stessi, la beatitudine della gratuità? Forse vedremmo volti meno grigi per le strade.

Pensieri nati da una voce. Sento la voce. Vedo gli occhi.

don Angelo



CHE COSA ACCADE INTORNO ALLA TAVOLA?
Omelia di don Angelo ai ragazzi nella Messa di Prima Comunione
domenica 25 maggio 2008 nella festa del SS. Corpo e Sangue di Cristo

Cari ragazzi, oggi arrivate voi alla cena del Signore. A ondate, arrivate voi, la terza ondata, forse quella che ha dovuto desiderare di più questo giorno. E arrivate in un giorno in cui tutta la chiesa - pensate dalle chiese della grande città alle chiese dei villaggi più piccoli, da quelle costruite di mura e cemento a quelle costruite di legno e di fango - celebra questo pane e questo vino trasfigurati dall’amore di Gesù. Tutti a pensare che cosa preziosa Gesù ci ha lasciato, che dono meraviglioso ci ha fatto.

Mi sono sempre chiesto: perché Gesù, che poteva nascondersi sotto tanti simboli, ha voluto nascondersi sotto il simbolo del pane? Nel gesto di una Cena? Lui, che è il Figlio di Dio, non poteva scegliere qualcosa di più prezioso? Perché ha scelto di nascondersi in un piccolo pezzo di pane e in qualche goccia di vino? Ma forse ci sarebbe da rispondere ad un’altra domanda: perché Gesù amava tanto i banchetti? Al punto che quelli che ce l’avevano con lui, lo criticavano e dicevano ai suoi discepoli: “Giovanni il Battista sì è un uomo di spirito, lui si nutre di cavallette e di miele selvatico, il vostro maestro è un beone e un mangione”?

Perché ha voluto questo, come gesto da parte dei suoi discepoli? Era a cena quell’ultima sera, prese il pane, disse: “È il mio corpo”. Prese il calice del vino, disse “È il calice del mio sangue. Fate questo, dopo che non ci sarò”. Perché? Perché, se ci pensate bene, uno dei momenti più belli della nostra vita è quando ci troviamo a tavola nella casa - quella tavola di casa! - e condividiamo insieme il cibo e il papà e la mamma ci guardano e noi guardiamo loro, e guardiamo i nostri fratelli e le nostre sorelle, oppure quando invitiamo i nostri amici e li vediamo contenti. Non è appena il mangiare, mangiare si può mangiare anche a un tavolino da soli e gli occhi che guardano solo il piatto. Voi ragazzi capite che c’è amore attorno a quella tavola. Non è appena il cibo. Tant’è che se capita che un giorno siamo a tavola, ma siamo arrabbiati, e tutti mangiamo in silenzio, sentiamo qui dentro un peso, come una cosa che ci fa stare male.

Allora attorno alla tavola ci si scambia i pensieri. È quello che facciamo alla Cena del Signore. Gesù ci dice i suoi pensieri. Pensate alla prima parte della Messa. Apriamo il grande libro della Bibbia e Gesù ci dice i suoi pensieri. Per questo don Paolo vi invita sempre ad arrivare puntuali alla Messa. Ti basta mangiare o vuoi anche ascoltare il Signore che ti svela i suoi pensieri? E poi, finita l’omelia del prete, qualcuno di noi dice a Gesù: “Adesso ti parliamo noi, ti diciamo noi i nostri pensieri”. Li diciamo in quella che noi chiamiamo preghiera dei fedeli, la nostra preghiera.

E poi si mangia. Si mangia però non come chi gli basta solo mangiare, lui si abbuffa e basta. Si mangia con gratitudine, dicendo grazie. Ma anche in casa si può, ed è triste, mangiare il pane e il cibo, senza pensare che in quel pane e in quel cibo c’è il lavoro del papà e della mamma, ci sono i sacrifici del papà e della mamma. Anche quello è un pane un po’ sacro. Ancora di più lo è questo pane e questo vino di Gesù, perché lì nascosto c’è tutto l’amore di Gesù, l’amore che lo portò a dare la vita per noi, che siamo i suoi amici.

Ma ora vorrei raccogliere per voi un piccolo pensiero. Non so se riesco a farmi capire. Ma so che voi sete ragazzi intelligenti. Il pensiero è questo. Quando Gesù disse: “Io sono il pane, mangiate questo pane” voleva dirci: “assimilate la mia vita”. Dove finisce il pane? Finisce nella nostra vita, diventa la nostra vita.

Allora chi riceve il pane di Gesù cerca di assimilare, di fare sua la vita di Gesù. E allora finisco con un racconto. Che è una storia vera, una storia, non chissà come straordinaria, ma vera, quotidiana. L’altra sera mi telefona un amico e, come sapete, si sta un po’ al telefono con gli amici e ci si racconta. E nel racconto, lui è medico, medico di base, lui mi dice: “Sai, don Angelo, l’altra sera, alla fine dell’orario delle visite, nel mio studio arriva una donna africana, di quelle che sono nella casa di accoglienza, che giorni prima aveva avuto una maternità, era fuori orario, senza nulla di attraente e, poi, non sarebbe toccata nemmeno a me. Se avessi dovuto guardare a che cosa è ridotta oggi la sanità, avrei dovuto rimandarla. Poi mi sono detto: “Che cosa avrebbe fatto Gesù al mio posto?” E allora le ho dato più tempo di tutti, me la sono coccolata. E sai? Alla fine, mi sono sentito felice. Sono salito in casa ed ero felice”. Quel mio amico non va in chiesa. E qualche volta dovremmo imparare anche da quelli che non vanno in chiesa. Lui aveva assimilato, fatto suo il modo di agire di Gesù. Voi ragazzi capite. Noi mangiamo il pane del Signore, per domandarci spesso: “Che cosa farebbe Gesù?” Chiedetevelo spesso: “Che cosa farebbe Gesù?”. E fatelo. E vi sentirete felici. Come quel mio amico.



Il vero cristiano si vede con i clandestini
di Enzo Bianchi

Le preoccupazioni che anche recentemente ho avuto modo di esprimere sul clima di intolleranza nei confronti degli stranieri non fanno che crescere in queste ultime settimane. Le poche voci che si levano a chiedere maggior prudenza e discernimento nel parlare e agire in una questione così complessa e delicata finiscono con l’essere sommerse dall'onda di una emotività che, se non creata ad arte, è quantomeno alimentata per ragioni non sempre trasparenti. Parimenti sono trattati come irrilevanti, inappropriati o intempestivi gli appelli alla salvaguardia della giustizia e dei diritti umani o all'accertamento delle responsabilità individuali. Principi fondamentali del diritto nazionale, comunitario e internazionale, come la non discriminazione in base all'appartenenza etnica o religiosa, vengono declassati a secondari di fronte alla percezione di una «emergenza» che, anche se fosse tale, non dovrebbe però mai sospendere le garanzie essenziali della convivenza civile. Tutto questo, si dice, è per rispondere in modo tempestivo e credibile alla pressante richiesta di «sicurezza» che viene dalla maggioranza della popolazione. Ma essere attenti a sentimenti diffusi nella società, ascoltare le paure che emergono, cogliere i bisogni e le richieste avanzate in modi propri e impropri non significa cessare di interrogarsi su cosa e chi le genera, non comporta l'abdicare ai principi fondanti il vivere insieme, non richiede l'abdicazione della ragione e dell'umanità di fronte alla passione emotiva.

È proprio di fronte alle «emergenze», vere o artefatte che siano, che vengono alla luce le radici autentiche di un tessuto sociale e la solidità di convincimenti etici e religiosi: un orientamento etico e un impianto giuridico non possono essere considerati validi solo in situazioni di ordinaria amministrazione e poi essere accantonati o stravolti all'insorgere di problematiche inedite. È proprio la capacità di elaborare risposte coerenti a una serie di convincimenti fondamentali e condivisi che conferisce identità e solidità a una comunità nazionale nel mutare degli eventi storici. Saldezza di principi e identità culturale non sono affatto realtà statiche, immutabili: sono il frutto di secoli di maturazione del pensiero e dell'azione di singoli individui e di gruppi sociali a volte anche molto distanti tra loro nell'opzione ideologica di fondo. Dialogando si può e si deve ricercare, inventare, concordare non un «minimo comune multiplo» ma un ideale abbastanza alto per stimolare la dinamica della vita sociale, aprire nuovi orizzonti, offrire speranze alle generazioni future e, nel contempo, sufficientemente realista da poter essere calato con efficacia nel vissuto quotidiano.

In questo senso la presenza di stranieri nel nostro paese e, in particolare quella di gruppi etnici o religiosi marcatamente «altri» rispetto alla maggioranza, non è tanto una minaccia alla situazione esistente quanto un'occasione preziosa per verificare cosa davvero conta per noi nelle nostre vite e quale prezzo siamo disposti a pagare per ciò in cui crediamo. Del resto ci sono nodi che è inutile fingere di ignorare, quasi che rimuovendo il problema lo si risolva: come dimenticare, per esempio, che solo qualche anno fa vi era chi auspicava di favorire l'immigrazione da paesi di tradizione cristiana piuttosto che musulmana pensando così di facilitare ipso facto l'integrazione dei nuovi arrivati? I gravissimi episodi di intolleranza e xenofobia nei confronti di zingari e romeni - in maggioranza di religione cristiana - dimostrano purtroppo la miopia di tale auspicio: i problemi erano e sono di altro tipo.

Anche per quanti si richiamano al cristianesimo la situazione di queste settimane dovrebbe costituire un campanello di allarme: che cultura, che etica della vita si vuole comunicare? Che ne è dell'attenzione al povero, allo straniero, alla vedova e all'orfano - cioè alle categorie che non avevano diritti ed erano indifese alla mercè dei più forti? Che ne è dell'esempio delle prime comunità cristiane in cui si tendeva a che non ci fosse «nessun bisognoso» grazie alla condivisione, né si ammettevano discriminazioni nell'appartenenza tra giudeo o greco, uomo o donna, schiavo o libero? Che ne è delle parole di Gesù sull'amore per i nemici, sul perdono, sulla misericordia, o delle esortazioni dell'apostolo Paolo a «non rendere a nessuno male per male», a «vincere il male con il bene», a «cercare sempre il bene tra voi e con tutti»?

E, per calarci direttamente nelle problematiche odierne, che ne è delle parole che Paolo VI pronunciò nel 1965 a rom e sinti: «Voi siete nel cuore della Chiesa»? A quale conversione hanno spronato le richieste di perdono fortemente volute da Giovanni Paolo II come momento penitenziale del Giubileo del 2000? Utopie irrealizzabili, verrebbe da dire di fronte alla vastità dei problemi che il fenomeno mondiale delle migrazioni pone alle nostre società occidentali più ricche, ma la differenza cristiana che queste istanze evangeliche pongono come ineludibile si misura anche e soprattutto nelle circostanze più difficili. E non può non interrogare tutti - credenti e non credenti - il malcelato scherno con cui da più parti si stronca ogni richiamo verso una maggior giustizia ed equità sociale, verso una solidarietà fattiva, additandolo come «buonismo» pericoloso, denigrando le «anime belle» che credono nella forza della persuasione, del convincimento, del dialogo, della pace. Siamo davvero convinti di difendere la nostra identità di popolo e nazione civile fomentando il ritorno alla barbarie dell'homo homini lupus? Che «sicurezza» sarebbe mai quella imposta con la violenza, il sopruso, la vendetta, la violazione dei principi costituzionali? Se quella in cui siamo scivolati è un'emergenza, essa ha il nome di un'etnia ma quello della nostra civiltà.

da La Stampa,1/6/2008



Detti dei padri del deserto

Abba Giovanni il Nano disse: “Non è possibile costruire una casa dall’alto in basso, ma bisogna costruirla dalle fondamenta alla sommità”. Gli dissero: “Che cosa significa questa parola?”. Rispose loro: “Il fondamento è il prossimo che tu devi guadagnare; ed è la prima cosa che devi fare. Da questo dipendono tutti i comandamenti di Cristo”.

Un anziano disse. “Qualunque cosa, per il timore di Dio, tu dia in elemosina, non porgerla con durezza e freddezza. ma guarda il povero con animo gioioso e volto dolce. E così onoralo al di sopra di te stesso, sapendo che il dono fatto al povero è il tesoro di Cristo, e il Signore ama chi dona con gioia.

Una volta abba Dionisio aveva due tuniche: quella buona l’aveva messa da parte e quella consunta l’aveva indosso. Uno straniero gli chiese l’elemosina ed egli gli diede la tunica buona e si tenne per sé quella consunta. Il presbitero allora gli chiese: “Perché non hai dato la tunica consunta e non ti sei tenuto l’altra per andare alla sinagoga?”. Gli rispose: “Daresti a Gesù quella consunta?”.

Uno dei padri andò in città a vendere i prodotti del suo lavoro. Vedendo un povero nudo, mosso a compassione, gli diede il proprio mantello; ma il povero andò a venderlo. L’anziano, venuto a conoscenza di ciò che il povero aveva fatto, ne fu rattristato e rimpianse di avergli dato il mantello. Allora Cristo apparve in sogno all’anziano durante la notte; indossava il mantello e gli disse: “Non essere triste, perché io porto quello che tu mi hai dato”.

da Detti editi e inediti dei Padri del deserto, edizioni Qiqajon, Bose



I bambini sono fantastici!
Per finire sorridendo

     Una bimba stava discutendo con la maestra delle balene. L'insegnante diceva che é fisicamente impossibile per una balena inghiottire un uomo, perché nonostante questa sia un mammifero enorme la sua gola é molto stretta. La piccola replicò che però Giona era stato inghiottito da una balena. Irritata l'insegnante ripeté che una balena NON può in alcun modo inghiottire un uomo perché fisicamente impossibile. Allora la bimba rispose: "Quando andrò in paradiso lo chiederò a Giona". L'insegnante chiese "Cosa farai se Giona é andato all'inferno? La piccola replicò: "Allora glielo chiederà lei".

       Una maestra d'asilo sta osservando la classe mentre disegna. Si avvicina un po' a tutti i bambini per vedere i loro disegni e si ferma accanto ad una bambina, chiedendo che cosa stesse disegnando. La bimba risponde: "Sto disegnando Dio. L'insegnante dice: "Ma nessuno sa com'é fatto Dio". E la bimba risponde: "Tra un minuto lo sapranno".

       Un'insegnante di Catechismo sta spiegando i 10 Comandamenti a bambini di 5 e 6 anni. Mentre sta spiegando il comandamento ‘Onora tuo padre e tua madre’, chiede "Ce n'é uno che ci insegna come si trattano i nostri fratelli e sorelle?". Senza batter ciglio un bimbo risponde prontamente: "Non uccidere".

       I bambini sono stati fotografati in classe e l'insegnante tenta di persuaderli ad acquistare una foto di gruppo. "Pensate che bello quando guarderete la foto e direte: ‘Toh c'é Jennifer, ora é un avvocato’, oppure ‘guarda Michael, ora é un medico’. Una vocina dal fondo dell'aula aggiunge: E guarda la maestra, adesso é morta".

       I bimbi di una classe delle elementari di una scuola cattolica vengono fatti allineare per il pranzo: c'é un vassoio di mele esposte con un bigliettino che dice: "Prendetene solo UNA. Dio vi guarda". Lungo la fila ad un altro tavolo c'é una pila di dolcetti al cioccolato. Un bimbo mette un bigliettino con scritto: "Prendete tutti quelli che volete. Dio sta guardando le mele".




Nella Comunità parrocchiale:

hanno ricevuto il Battesimo

GIACOMO MOTTINELLI
LORENZO MOTTINELLI
GIORGIA VENEZIANI
NINA GIBERTINI
FRANCESCO CAVALLI
SOFIA BUSCI
ANGELICA CECCOLI
GIACOMO TENINI
AGOSTINO GIUSEPPE DE MAIO
CHIARA BELLUCCI
DAPHNE LUDOVICA MARTANI
MARIANNA BICH GARDERE
DAVIDE VERRONE
LORENZO SEBASTIANO ANTONIO SANTORINI




abbiamo affidato ai cieli nuovi e alla terra nuova

PAOLO BELLANI (a. 59)
ELVEZIA PERCIVALLE ved. CORBELLA (a. 93)
GIUSEPPE ANTONIO SCARDI (a. 86)
UGO CASIRAGHI (a. 104)
MARIA ISABELLA CROCE ved. TRUCCO (a. 89)




torna alla homepage