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Come albero   

  notiziario mensile parrocchiale

maggio 2008    


A chi si incanta e a chi è sfiorato dalla noia

Sto accostando frammenti, tessere, piccole tessere di mosaico. Apparentemente senza fili che leghino, senza un senso immediato. O forse ci sarà dato alla fine sorprendere un senso, il senso ultimo nella figura di un mosaico. Per ora il mio è solo racconto di quotidiani incantamenti.

Il primo incantamento è per la luce che gli veniva dagli occhi, una luce non immobile, scossa da vibrazioni e fremiti. Ricordi il brusio delle stelle? Una luce che ha il colore della scoperta, della festa. Una luce di occhi, gli occhi di un uomo, maturo. Per convenzione potremmo chiamarlo Vincenzo.

Mi perdevo ad ascoltarlo. Incontro occasionale, tra una porta a vetri e una scala. Non so dirti se ascoltavo maggiormente le sue parole o i suoi occhi. So che mi perdevo ad ascoltare. Succede a volte che chi è rimasto più lontano dalle chiese sia tra quelli che sono più colpiti dal vangelo. Dentro gli erano rimasti passaggi di omelie, che l’avevano, a suo dire, “convertito”. Le mie omelie. A me invece rimase, in memoria di cuore, la sua omelia. E non significa proprio questo “omelia”? Non significa forse racconto? Poi noi ne abbiamo fatto una dissertazione, ma il nome all’origine diceva qualcosa di più vivo, diceva racconto. Vincenzo mi raccontava. Raccontava l’accadere, in tempi lontani, quando ancora era un ragazzo, di alcuni “riti” nella casa paterna all’avvicinarsi delle feste.

Mi raccontava che a Pasqua il padre legava con nastri colorati campanelli al collo delle bestie nella stalla. All’annuncio della risurrezione le bestie, liberate, sarebbero fuoriuscite a rallegrare dei loro suoni l’aria stupita dei campi. Segno di un dilagare nella vita dell’energia della risurrezione, oggi trattenuta nelle chiese.

Mi diceva di suo padre che a Natale, tracciando croci con l’olio, ungeva il ceppo di legno davanti al focolare, quasi a prefigurare germogli di vita sul tronco apparentemente inaridito.

Nella mia mente le immagini lontane di Vincenzo andavano a inseguire per associazione altri ricordi. Quello, per esempio, dei chierichetti che, in tempi anch’essi lontani, nella notte di Pasqua all’annuncio del Risorto, si precipitavano prima nel campanile e scampanando andavano su e giù sospesi alla corde e poi fuori, in volo, ad abbracciare tronchi di piante, come a contagiarle del brivido della risurrezione. A Vincenzo ridevano d’emozione gli occhi al ricordo.

E a me si ridestava in cuore nostalgia: nel-l’aria allora c’era festa e trasalimento. Ora la festa è pallida pur nelle chiese e trova preclusioni agli sconfinamenti. Ci tocca a volte ripetere nelle liturgie parole stanche, trattati e non poesia, testi pallidi, per di più di recente invenzione. Giorni fa celebrando la memoria della Santa Gianna Beretta Molla, ci andavamo tristemente chiedendo a chi dovessimo il “dono” di parole liturgiche tanto disadorne, al limite della impronunciabilità e dove fossero stati esiliati i poeti, quasi Dio non fosse degno di essere celebrato dalla bellezza. Non c’era forse più colore nei riti “laici” che la fantasia dei semplici un tempo accendeva?

E, insieme, mi andavo chiedendo se la nostra creatività non si fosse tristemente esaurita, come grembo sterile, e quali potrebbero essere oggi, se ce ne rimanesse un barlume, “riti” laici che alludano al mistero. Dentro una vita mutata. Quali i riti, ora che le stalle non appartengono più al nostro quotidiano, ora che i campanili per via dell’automazione non hanno più corde su cui dondolarsi, ora che sulla piazza non ci sono più piante da abbracciare, ma cemento.

E se ci rimettessimo a inventare?
A una condizione è ancora possibile: inventiamo, se stiamo in ascolto della vita.

Giorni fa una giovane mamma mi fece trasalire. Tu conosci la stanchezza che segna gli occhi delle giovani mamme e fa smagrito il volto, quando i loro piccoli vanno scambiando la notte per il giorno ed è fatica resistere al sonno nella veglia. Proprio lei, che ora ha gli occhi segnati di stanchezza e il volto smagrito, mi confidava la sua dolce sorpresa: “Sai” diceva “quando il bambino si placa e si abbandona tra le braccia, è come se tu lo sentissi non più pesante, ma leggero. Diventa leggero. Così, leggera diventa la vita. Se ci si abbandona. A Dio”.

La guardai. Era un’omelia, laica come quella di Vincenzo, ma non meno viva. Al punto che, dopo giorni, e non sono pochi, ancora ricordo. Mentre di tante omelie, le mie, l’eco si perde appena passato l’angolo.

Forse ciò che lega questi pensieri, senza filo apparente, è proprio l’invito a stare in ascolto della vita, un invito che, mesi fa, trovai su una rivista. Lo scritto è di Adriana Zarri, una donna che tanto abbiamo desiderato di poter ospitare in questi anni a uno dei nostri incontri della “cattedra dei non credenti”, lei che sa unire indagine teologica e poesia e sguardo sul mondo. Purtroppo l’età e l’indebolirsi delle forze non glielo consentirono.

In un passaggio di un suo articolo su Rocca del 15 gennaio scorso - la bellezza di quanto scrive mi farà certo perdonare, ne sono certo, la lunga citazione - a proposito di giovani che dichiarano: “Ero annoiato delle serate sempre uguali” e pensano di giustificare così gesti di una brutalità sconcertante, scrive:
“Al che esplode il mio stupore. Come? Non hai visto la diversità e la ricchezza della vita? Le albe sempre diverse, i tramonti con rossi e viola che cambiano ogni sera, e le foglie che cadono, dorate o rosse o rugginose e i fili d’erba che i tuoi piedi calpestano incuranti ma che nascondono miti pratoline dalle ciglia rosate che, la sera, si chiudono quasi per dormire e riaprirsi all’indomani? Non hai mai visto il cielo, le nubi, la notte, le stelle? Cosa ci stai a fare nel mondo, se non hai occhi, se non hai mani per toccare la vita: la scorza ruvida di un tronco, il pelo morbido di un gatto? Ciò che ci manca sono gli occhi, l’incantamento, lo stupore per un mondo sempre diverso, per una vita sempre nuova.
Non è la vita sempre uguale, siamo noi che non sappiamo riconoscere la sua varietà e la sua ricchezza e ci passiamo sopra senza vederla, senza sentirne il sapore tra i denti, come un frutto maturo. Ma noi invece siamo acerbi, incapaci di vedere, incapaci di udire, incapaci di stupirci”.

Sarebbe fin troppo facile rimuovere l’invito a incantarci, adducendo a scusa che noi abitiamo città senza alberi e senza prati, senza albe e senza tramonti. Passo nel corridoio della casa parrocchiale e mi fermo a osservare, provo stupore per il glicine che, dal cortile accanto, è sgusciato con un suo ramo, oltre il vetro, nella casa. Da piccola invisibile fessura di un serramento, che ha il difetto - o la grazia? - di non chiudere ermeticamente. Penso dove mai lo porta sete di tepore. Penso dove ci porta la sete, se fede e ragione non ci chiudono ermeticamente.

Una cosa so: che ogni volta che mi chino a sorprendere germogli, ogni volta che mi succede di navigare per occhi di persone che amo, ogni volta che pianto un seme e spio il gonfiarsi della terra, esco con gli occhi che sorridono. Avventura, questa, che quasi mai, lo confesso, mi succede quando mi capita di assistere a spettacoli televisivi. Forse per questo gli occhi di tanti ragazzi, oggi più non sorridono. E sono in preda alla noia. Cattiva consigliera la noia!

Vincenzo, la giovane mamma, la scrittrice teologa e poeta, il glicine nella casa non sono sfiorati da noia.

Ma vorrei dirti un altro segreto: non c’è tempo per la noia in chi ha la passione del-l’altro. Degli altri. Registro gli ultimi nomi: Dino e Gloria, sua moglie. Questa volta i nomi non sono di convenzione. Ma veri.

Tu sai, ci sono quelli che parlano di vita, ma non la guardano. Non la toccano con le loro mani. Loro parlano. Parlano di vita senza ascoltarne il brusio, senza mai toccarne la carne, senza mai sentirne l’odore. E ci sono di quelli che la vita l’ascoltano, la vita la toccano. Loro non sanno che cosa è la noia. Loro, come ricordava anni fa un documento, presto dimenticato, della chiesa italiana, “con gli ultimi della terra e con gli emarginati hanno recuperato un genere diverso di vita, hanno demolito gli idoli che ci siamo costruiti: denaro, potere, consumo, tendenza a vivere al di sopra delle nostre possibilità, riscoprendo invece i valori del bene comune, della tolleranza, della solidarietà, della giustizia sociale, della corresponsabilità”. Dino e Gloria sono di questi. Loro passano mesi, ogni anno, in Nicaragua. Ma non a fare proclami. A guardare la vita della gente, ad ascoltarne i bisogni, a toccare con mano le ferite. Non hanno tempo di annoiarsi. Li vedi ritornare stanchi ma felici.

Mesi fa avevano scritto agli amici, narrando dell’angoscia negli occhi della gente per un uragano che aveva spazzato via la speranza di un raccolto e la gente era senza semi da affidare alla terra. Ci prese emozione, con altri pensammo che i semi non possono mancare a nessuno: sono il futuro. Avremmo onorato il futuro dando la possibilità di seminare ancora la terra.

Ora sono ritornati. Ci scrivono: “Le inviamo un saluto fraterno dalle famiglie di El Bonete, che hanno usufruito del contributo per la “semina di emergenza”, dopo i danni provocati dall’uragano dell’ottobre 2007. Avremo modo di inviarle o consegnarle la lista completa dei 62 contadini capifamiglia. Dopo la ripulitura dei terreni, hanno seminato sorgo, miglio, sesamo, mais, fagioli, pomodori, angurie. Tutto è cresciuto bene con la sola umidità della terra. Le famiglie hanno potuto riprendersi dallo sconforto per aver perso tutte le coltivazioni con l’uragano. Anche dal punto di vista sanitario siamo intervenuti per vaccinare le persone, depurare l’acqua dei pozzi, interventi sanitari vari per respingere la leptospirosi, la malaria, la dengue e il colera. Crediamo che questo sia stato un piccolo esempio di reale fraternità tra i popoli”.

Guardo le foto che accompagnano il messaggio: non vedo semi, vedo coltivazioni verdi. Non vedo la noia. Vedo il futuro.

don Angelo



ESSERE RACCONTO DI DIO SULLA TERRA
Omelia di don Angelo nella quinta domenica di Pasqua
20 aprile 2008 (At 6, 1-7; 1Pt 2, 4-9; Gv 14, 1-12)

Il vangelo di questa domenica ci introduce nella stanza al piano superiore, la stanza dell’ultima cena: siamo fatti partecipi di quell’atmosfera fitta di gesti, di parole e di silenzi, di commozione, di tristezze.

Usando parole di tenerezza dolcissima, Lui, Gesù, il Maestro, aveva detto ai dodici: “Figli miei, ancora per poco sarò con voi… e dove vado io, voi non potete venire” (Gv 13, 34). E li aveva visti rattristarsi. Anzi, più che rattristarsi, li aveva visti in preda a un visibile palpabile turbamento. Disse loro: “Non sia turbato il vostro cuore”.

Ebbene mi affascina questo Signore che legge la tristezza, legge il turbamento sui volti. Così diverso, lui, da quelli che parlano e parlano senza ascoltare il volto della gente, preoccupati solo del loro volto. Lui legge i nostri volti. Benedetto dunque il Signore che conosce anche i nostri turbamenti per il distacco. E, ancor più, per il distacco estremo: “Io me ne vado”, la lacerazione della morte, il turbamento e la paura per la morte.

Vorrei aggiungere: lui conosce il nostro turbamento, il turbamento del cuore - “non sia turbato il vostro cuore” - perché, lui per primo, lo ha esperimentato nella sua carne, sulla sua pelle, l’ha conosciuto. Poche pagine prima delle nostre, nel vangelo è scritto che Gesù, sentendosi cercato anche da alcuni greci e intuendo che vicina era la sua ora, l’ora in cui, come chicco di grano, sarebbe caduto nella terra, ma anche l’ora del suo innalzamento sulla croce, l’ora della massima attrazione, intuendo vicina l’ora, disse: “Ora l’anima mia è turbata”. Pensate, l’anima turbata del Figlio di Dio! Così diverso, ancora una volta diverso, lui, da quei maestri dello spirito che pretendono dagli umani che vadano verso la morte senza turbamenti di cuore, ad occhi asciutti. Per questo capisce il turbamento dei discepoli. Capirà anche i nostri turbamenti. Soprattutto il nostro turbamento un giorno dinanzi alla morte.

E ci aiuta a superarlo. Come? Qual è l’antidoto sicuro alla paura del distacco, anche del distacco ultimo? Sto pensando al mio, quando mi prenderà turbamento.

L’antidoto per Gesù è la fede: “Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me”. Il Dio che Gesù ci ha raccontato con la sua vita, che ci ha raccontato come il Dio della vicinanza, può destinarci forse al distacco? No. “Verrò di nuovo”: diceva ai discepoli dal cuore turbato, a noi dal cuore turbato: “Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, ve lo avrei detto”. Se là fosse l’assenza, ce lo avrebbe detto. “Vado a prepararvi un posto. Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi”. Io penso che nessuno di noi può fantasticare sul Paradiso, non dovremmo dimenticare una certa sobrietà quando ne parliamo. Gesù usa semplicemente delle immagini che alludono e non chiudono. Questa bellissima, per esempio, della dimora dei molti posti, che lascia intravedere una comunione di visi, una festa di volti. E allora permettetemi di dire che parabola del regno che ci attende sono le nostre case, la casa dove c’è un posto per te, dove sei atteso, dove c’è un appartenersi senza imprigionarsi.

Le nostre case possono raccontare il futuro che ci attende.
Ma nasce una domanda, la domanda dei discepoli di ieri e dei discepoli di oggi, la domanda sulla “via” che conduce alle dimore dai molti posti. “Del luogo dove io vado” diceva Gesù “voi conoscete la via”. E Tommaso, che non si smentisce, lui è la coscienza critica del gruppo, di rimando: “Non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?” E Gesù esce in quell’affermazione stupefacente: “Io sono la via… io sono la via e la verità e la vita”. Pensate la bellezza di questa affermazione: la via e la vita e la verità sono scritte per sempre nella carne di Gesù. La via dunque non è un prontuario di precetti, la vita non è un concetto fatto di vaghezze, la verità non è un catalogo di definizioni, nemmeno un catechismo, è una persona viva, in carne e ossa. Dio si è raccontato nella vita di Gesù. Chi vede lui, vede il Padre che è nei cieli. Pensate la concretezza: è un viso, sono delle mani, dei piedi, sono dei sentimenti, è un modo di guardare Dio e di guardare gli altri e di guardare la vita. Via, vita, verità non sono parole fantasma. No, è quella vita concreta, quella di Gesù di Nazaret.

Quella la via che ci porta alla dimora dai molti posti. Capite allora perché, come sta scritto nel libro degli Atti, e già lo ricordavamo altre volte, i primi cristiani venivano chiamati “i seguaci della via”, “odòs”, la via (At 9, 2). “Io” diceva “sono la via”. Dobbiamo misurarci sempre di più non già con le astrattezze, ma con il suo modo di essere, di sentire, di vivere. Lui Dio l’ha raccontato così. Concretamente. E così noi raccontiamo lui. Per questo - l’abbiamo ascoltato - la comunità degli Atti, di fronte al lamento degli ellenisti per le loro vedove trascurate nella distribuzione quotidiana, si raduna e prende provvedimenti. Perché? Ne andava del racconto. Una comunità che trascura i deboli non è fedele alla via, a come ha agito Gesù, non è più racconto di Gesù.

Allora vivere come lui è vissuto è la via che conduce alle ultime dimore, ma è anche la condizione perché possiamo continuare ad essere racconto di Dio, racconto di Gesù. Sulla terra.



Nuovi rami… per fare sosta

Era questo il titolo dell’articolo dello scorso dicembre con il quale volevamo insieme dare significato ad alcune iniziative che Fondazione Aquilone onlus stava avviando in collaborazione con la parrocchia. Iniziavamo col descrivere il progetto “La tenda” (allora ancora chiamato “Una mano amica per la città”): eravamo prossimi all’apertura dello spazio di via Lippi che dava concretezza al sogno di Augusta ed Ermanno di realizzare un progetto “per e con gli anziani”. Parlavamo poi dello spazio “Piccoli e grandi” un’iniziativa destinata alle famiglie con bimbi che non frequentano i nidi; si accennava anche alla collaborazione con “Spazio Studio”, un’iniziativa già presente in oratorio, finalizzata alla prevenzione della dispersione scolastica dei preadolescenti. Dopo i primi mesi di attività siamo andati a raccogliere le prime impressioni di operatori e volontari: vogliamo presentarle parte in questo numero e parte nel prossimo del mese di giugno.

A Laura Antonucci e Giusi Prandi, operatori del progetto “La Tenda”, via Lippi 15, abbiamo chiesto un primo bilancio delle attività del servizio che è stato inaugurato lo scorso 16 febbraio, ma già operativo dai primi giorni di gennaio.
“Da lunedì a venerdì in mattinata - racconta Giusi - operatori e volontari siamo in via Lippi per rispondere agli anziani che ci chiamano con richieste diverse: essere accompagnanti per una visita medica, essere aiutati nella compilazioni di moduli e certificazioni, avere informazioni sui servizi del Comune e dell’ASL, una spesa da portare a casa... Molti anziani passano ormai di persona: sono occasioni per comprendere i bisogni e capire quale aiuto possiamo dare, sono opportunità per “sostare” semplicemente bevendo un caffé e scambiare quattro chiacchiere. Qualche dato può aiutare a capire quante persone abbiamo incontrato in questi primi mesi: sono 56 gli anziani che sono stati seguiti con interventi individuali, per 8 situazioni abbiamo condiviso il progetto assistenziale con i servizi comunali, mentre siamo intervenuti in 4 situazioni in collaborazione con la conferenza di san Vincenzo. Durante il mese di aprile sono passate dal nostro servizio 68 persone e sono arrivate 54 telefonate con richieste diverse”.

“Con questo nuovo progetto si sta concretizzando anche un mio sogno - racconta Emiliano, volontario storico del gruppo Amici dei nonni - quello di vedere che le esperienze di solidarietà e di servizio possono moltiplicarsi anche nel nostro quartiere. Ho avuto la possibilità di incontrare nuovi amici volontari (siamo ormai 18). Insieme a Laura e Giusi cerchiamo di portare l’aiuto possibile anche se ci rendiamo conto di non riuscire ad arrivare sempre a tutto perché a volte le situazioni sono davvero complesse”.

Per presentare lo “Spazio salute” del martedì mattina diamo la parola a Domenica, una delle infermiere volontarie che con altri sta curando con impegno questa nuova opportunità a cui hanno aderito 23 anziani:
“È un momento nel quale l’anziano può sedersi comodamente per provare la pressione arteriosa (che viene registrata su una scheda personale che poi ciascuno può portare al proprio medico curante), ma è anche uno spazio per parlare dei propri acciacchi, per avere qualche consiglio, è soprattutto un’occasione per incontrare e conoscere nuove persone e vivere nuove amicizie”.

“I pomeriggi del giovedì e venerdì - interviene Laura - sono dedicati alle attività di socializzazione, momenti questi che vanno ad aggiungersi e a integrare le proposte culturali del martedì del gruppo Amici super... anta. Complessivamente sono oltre 50 le persone anziane che partecipano a questi momenti: il gruppo del venerdì si è organizzato in veri e propri tornei di carte, mentre il giovedì vengono proposti lavoretti creativi (pensati per chi è più in là con gli anni); alcune feste a tema che sono diventate un appuntamento atteso e amato. L’idea è soprattutto quella di stare in compagnia più che del fare. Per questo ciascun anziano può scegliere a quale attività aderire e può fare nuove proposte. L’importante per noi è poter creare insieme ai volontari un ambiente sereno, allegro e stimolante nel quale l’anziano possa sentirsi protagonista e possa godere della compagnia e del confronto con gli altri.”

C’è un’altra cosa importante che Margherita - volontaria responsabile del gruppo Amici super... anta - vuole segnalare:
“Ho saputo che operatori e volontari stanno programmando turni di presenza per fare in modo che lo spazio La Tenda resti aperto almeno tutte le mattine per il periodo estivo. Tutti sappiamo che questa zona tra giugno e agosto si svuota di iniziative e diversi anziani restano proprio soli. Sapere che lo spazio di via Lippi continuerà a garantire una presenza, un aiuto, una possibilità di incontro, anche solo telefonico, penso che sia una ricchezza importante per tutti, è un modo semplice e concreto per continuare a costruire una città più solidale”.

Abbiamo poi incontrato in una delle sale dell’oratorio, con ingresso da via Nöe, Mara Massironi e Paola Desiderio, le due educatrici dello Spazio Piccoli e Grandi. Abbiamo chiesto loro di presentarci questa attività che pur inserendosi nell’iniziativa “spazio mamme”, nata in autogestione in parrocchia alcuni anni fa, sta configurandosi come un vero e proprio servizio educativo che si ispira al modello “tempo per le famiglie”.

“La nostra attività - racconta Mara - si è avviata nel novembre 2007: dapprima eravamo aperti solo il martedì mattina, da gennaio siamo funzionati anche il giovedì mattina. È uno spazio educativo e di relazione a cui possono partecipare i piccoli che non frequentano il Nido accompagnati da un adulto di riferimento (la mamma o il papà, la nonna, la tata). La prima fase è stata caratterizzata da un avvio laborioso: si è trattato infatti di pensare e allestire uno spazio a misura di piccoli e grandi e di condividerlo con altre esigenze della comunità, abbiamo lavorato per costruire un gruppo e per dare un ritmo ad ogni mattinata rispondente alle esigenze di gioco dei bimbi, e di incontro e di relazione tra grandi.”

“La proposta ora ci sembra abbastanza consolidata - prosegue Paola - dopo il momento dell’accoglienza (dalle 9 alle 9.45) i bimbi possono liberamente giocare nei vari centri di interesse (il gioco simbolico, il gioco a terra, l’angolo della lettura, le costruzioni...). Alle 10.30 è il momento della merenda e del canzoncine mimate in gruppo; successivamente, mentre i grandi possono fare pausa attorno al caffé, ai bimbi vengono proposti alcuni laboratori; abbiamo sperimentato la psicomotricità, la pittura, le costruzioni in gruppo... Per le mamme stiamo realizzando un incontro mensile con una pedagogista per confrontarci su temi educativi.

Mara fornisce alcuni dati: “Sono iscritti 23 bimbi dei quali 3 sono della fascia d’età 4 - 11 mesi; 9 bimbi vanno dai 12 ai 24 mesi, mentre 11 hanno compiuto i due anni. Proprio lo spazio e i giorni limitati non ci consentono di ampliare le iscrizioni. Se infatti vogliamo mantenere un clima e un ambiente bello dove le relazioni siano possibili non possiamo andare oltre una presenza di 12 bimbi e 12 adulti per ogni mattina. Da novembre ad aprile abbiamo totalizzato 35 giorni di apertura per un totale di 965 presenze tra bimbi e adulti di riferimento.”

“Tra le tante soddisfazioni che stiamo vivendo - conclude Paola - è bello avere saputo dai genitori che quando i bimbi passano da via Nöe, ora riconoscono l’ingresso dello Spazio e vogliono entrare come a dire: ‘È il piccolo ramo sul quale posso fare sosta con altri bimbi’.

Nel prossimo numero Andrea Anelli, educatore che con alcuni volontari sta condividendo da gennaio l’esperienza dello Spazio Studio, ci racconterà queste esperienze. Da diversi anni don Paolo Croci sta lavorando a questo progetto profondamente convinto che è un aiuto importante che la comunità può dare nei confronti di una stagione delicata della vita quale è l’adolescenza e nella quale spesso i genitori sono soli nell’affrontarla.

Ci sembra importante chiudere questa prima presentazione con un pensiero di don Angelo che è riportato sul sito della Parrocchia, come premessa al progetto pastorale:
“In questi anni - lo confessiamo - non abbiamo fatto grandi cose. Dio ci perdoni! Ma, al di là delle realizzazioni molto povere, abbiamo visto crescere in mezzo a noi un modo più adulto e più evangelico di vivere la fede, di pensare Dio, la chiesa, la storia; una coscienza più matura e più libera che consente un dialogo più aperto e stimolante con la modernità; un modo di essere, come comunità, che vive della suggestione dell’immagine evangelica dell’albero: l’albero non ha porte, ha rami aperti agli uccelli e al vento”.

Loris Benedetti e Fausto Rizzi



“…perché forte come la morte è l’amore”
Incontro con Enzo Bianchi
alla cattedra dei non credenti del 17 aprile 2008

«Confesso la mia emozione» dice don Angelo che ha accanto a sé il grande amico don Luigi Pozzoli, «ricordo quanti, quanti incontri Enzo ci ha regalato, quale lunga intensa amicizia ci lega, lo voglio ancora una volta ringraziare per questo…».

Forse perché si sapeva che era l’ultima volta, o forse perché aspettavamo da Enzo Bianchi aiuto e luce sul tema in programma, tema arduo,che tutti ci riguarda, “La fede e le paure”, o perché il grigiore del tempo presente, nella chiesa e nella vita sociale, intristisce molti, molti inquieta e spinge a cercare parole di speranza, quella sera la sala dell’oratorio era eccezionalmente affollata: volti noti di chi da anni frequenta la Parrocchia e gli incontri della Cattedra dei non credenti, e molti volti nuovi.

Sin dal suo esordio cogliamo il taglio ampio, articolato, dotto, da lectio magistralis dell’intervento del priore di Bose: «Scriveva Jean Paul Sartre: ”Tutti gli uomini hanno paura” e noi conosciamo per esperienza la verità incontestabile di questa affermazione. Siamo assaliti da paure, la paura è un’emozione naturale e complessa, che ciascuno di noi sperimenta quando si sente minacciato nella sua integrità, reazione di difesa, elemento di ristrutturazione della persona, finalizzato alla sopravvivenza… ma anche fattore di inibizione, di paralisi, che a volte impedisce la relazione, provoca regressione, ostacola la pienezza di vita. La paura poi non riguarda soltanto i singoli individui, ma anche la collettività, i corpi sociali, le culture…».

Un mondo in fuga
Enzo Bianchi alla luce della riflessione di filosofi e sociologi quali Derrida, Vattimo, Giddens, disegna uno scenario del nostro tempo come tempo di crisi, di fine: fine della modernità, della cristianità, della storia, momento storico segnato dalla precarietà del presente, dall’incertezza del futuro e dell’incognito che ci sta davanti: «Anthony Giddens, sociologo inglese tra i più attenti, dice che il nostro è un mondo in fuga, un mondo che sfugge al nostro controllo, che ci impedisce di capire dove stiamo andando… e permettetemi di ricordare la grande paura che c’è oggi degli immigrati, degli stranieri, dei diversi nella nostra società. E poi basta che ci interroghiamo sulla qualità della nostra convivenza sociale, quella che io chiamo “barbarie”, e che diventa sempre più diffusa in una città, una polis, che ha perso ogni orizzonte autenticamente comunitario, autenticamente politico». Ciononostante, prosegue, non dobbiamo abbandonarci a giudizi catastrofici, abbiamo anzi il compito di diventare sempre più consapevoli delle nostre paure, dar loro un nome, affrontarle, aprendoci ad una nuova comprensione della realtà, una nuova fiducia.

Un’indebita violenza, un’enigmatica ingiustizia
Tutte le paure fanno capo a due paure madri: la paura della morte e la paura di Dio, diverse, ma legate, come pian piano si verrà delineando, ad una medesima matrice. In un passo della lettera agli Ebrei, difficile e poco citato che illumina questa origine, è detto che «Gesù si è fatto uomo come noi, ha preso il nostro sangue, la nostra carne per ridurre all’impotenza, morendo, colui che ha in mano il potere della morte, il diavolo, e liberare coloro che, per paura della morte, sono soggetti ad alienazione. Noi uomini infatti durante tutta la vita patiamo la paura della morte, e questa esperienza ci domina, ci aliena. La morte allora non è solo l’ultimo istante della nostra vita biologica, è una forza costantemente all’opera nella nostra vita quotidiana, si manifesta come sofferenza, come malattia, come separazione, rottura, fine di una relazione o fine di un amore… Essa è un’enigmatica ingiustizia o, come ha scritto Simone de Beauvoir, ”un’indebita violenza”».
È proprio qui che si scopre un legame che la meditazione ecclesiale non ha ancora abbastanza chiarito: il legame tra questa paura e il peccato. Mosso infatti dalla paura della morte l’uomo vuole preservare la propria vita, anche a scapito della vita e del bene dell’altro. Rileggendo il racconto di Genesi
: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma non di quello del bene e del male, perché moriresti …» vediamo la tentazione del serpente: «Non morirete affatto, anzi Dio sa che se voi mangiate di quel frutto i vostri occhi si apriranno e voi diventerete come Dio». Dalla paura della morte alla trasgressione del divieto, a una nuova visione, una contro-verità: Adamo ed Eva vedono che l’albero è buono da mangiare, e sono presi dall’ansia di onnipotenza e di onniscienza che spinge a considerare il mondo come una preda di cui impossessarsi, una realtà unicamente funzionale alla nostra voracità.
Dunque il grande peccato, il peccato originale ha a che fare non tanto con la sessualità, ma piuttosto con la tendenza alla ricerca del potere, del dominio, senza tener conto dell’altro: l’altro che mi sta accanto e l’Altro che è oltre, entrambi costituenti il mio limite, riconoscendo il quale soltanto, la mia vita acquista una dimensione piena e vitale. «Se noi siamo sinceri con noi stessi e sappiamo leggere il nostro quotidiano, vediamo proprio quanti sforzi facciamo che sono contro la comunione, la relazione con gli altri, pur di essere assicurati di poter vivere meglio e di più, e, nel nostro immaginario, tenere lontana la morte».

Evangelizzare Dio?
Nel racconto di Genesi sta anche la radice dell’altra grande paura: la paura di Dio. Dopo la trasgressione infatti, nel dialogo tra l’uomo e Dio che seguirà, Adamo dichiara la sua pa-ura perché, dice, scopre la sua, e di Eva, nudità, «risposta fuorviante, perché in realtà la voce di Dio non si era levata per incutere timore né per minacciare o castigare: l’uomo non avrebbe motivo di invocare la propria nudità come causa della paura, perché Dio aveva creato l’uomo nudo, maschio e femmina, ed aveva benedetto quella loro differenza sessuale, anzi aveva detto che era molto buona. Ma l’uomo non vuole riconoscere che la causa della sua paura è un’altra, preferisce occultare a se stesso la vera ragione di questa paura, e così la sua paura della morte, ormai scelta con il peccato, è diventata paura di Dio, o meglio viene scambiata per paura di Dio».
Una paura che spesso, purtroppo, è stata alimentata nella nostra educazione cristiana, fino a dare a Dio un volto perverso, che allontana e spegne la fede, un Dio vendicativo, che punisce, che giudica, che condanna. «Quando gli uomini danno un’immagine di Dio peggiore dell’immagine dell’uomo, allora creano gli atei… Eppure sin dal Primo Testamento ci è stato rivelato il volto di un Dio misericordioso, tanto che la parola ebraica per dire misericordia è rachamim, la cui radice rimanda alle viscere uterine, al grembo materno. Ed allora Dio stesso ha dovuto incaricarsi di evangelizzare il proprio volto, e Gesù farà proprio questo servizio a Dio, evangelizzerà Dio, rendendo Dio buona notizia!»
Mi domando se non sia adombrata, in questa affermazione che suona paradossale, una nuova teologia della missione, dell’annuncio, che riguarda tutti coloro che si riconoscono credenti.
Gesù in tutta la sua vita, parole ed azioni, testimonia e rivela il volto misericordioso del Padre. Ne è esempio chiarissimo una pagina di Vangelo, inserita solo nel quarto secolo a pieno titolo nel canone, tanto appariva difficile da accettare: è l’episodio del tentativo di lapidazione dell’adultera, che Gesù sventa, e che si conclude con quelle semplici, forti parole: «Donna dove sono i tuoi accusatori? Neanche io ti condanno. Va’ e non peccare più…».
«Vedete -
dice Enzo Bianchi - proprio là dove c’era l’abbondanza del peccato, Gesù cerca di colmare il fossato della distanza tra il peccatore e Dio con la misericordia… Ecco perché non è l’ammonizione, non è il rimprovero: l’unica cosa per convertire gli uomini è che vedano l’amore gratuito di Dio, quello che ha convertito Paolo, che lo riconosce “Mentre eravamo peccatori Dio ci ha perdonato, mentre eravamo nemici Dio ci ha amato”».

”...mettimi come sigillo sul tuo cuore”
E se Gesù ha evangelizzato il volto di Dio, testimoniandolo con una vita offerta per amore fino alla morte, per un cristiano,vero antidoto alla paura della morte è solo la capacità di aderire con tutto il proprio essere alla buona notizia della risurrezione di Gesù. «Ecco, va detto con estrema chiarezza e senza timore di essere smentiti, la speranza della risurrezione è il proprium della nostra fede cristiana ed è l’unico vero debito che abbiamo verso tutti gli uomini, di fronte ai quali dobbiamo testimoniare non tanto Dio, quanto che in Gesù Cristo la morte non è più l’ultima parola ed è stata vinta».
Ma quale prospettiva per coloro che non si riconoscono in una visione di fede, che sono in ricerca? Nella vita di Gesù, spesa per amore, e nella sua risurrezione, avvenuta per azione del Dio dell’Amore, possiamo scorgere un senso, intravedere una risposta: è nell’amore che è vinta la morte. Siamo così rimandati al Grande Libro, e al Cantico dei Cantici, il grande poema dell’amore. «Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio, perché forte come la morte è l’amore». Conclude allora Enzo Bianchi: «Ciò che scaccia alla fine la paura di Dio e la paura della morte è la nostra capacità di amare. Se noi vogliamo avere una vita eterna, se vogliamo partecipare alla risurrezione, quello che ci viene chiesto è solo di vivere l’amore: l’amore non andrà perso, l’amore vincerà la morte, questo è ciò che ci deve dare speranza…».
Nel corso del dibattito che segue, a chi gli chiede come fare ad amare quando il cuore è stretto, chiuso, indifferente, Enzo Bianchi risponde che effettivamente, purtroppo è difficile dare e vivere l’amore se non si è ricevuto e sperimentato amore vero, gratuito, disinteressato. E dunque attenzione a non dare facili giudizi dinanzi a vite inquiete e disordinate affettivamente: l’ars amandi è difficilissima. E lo sanno bene le coppie quanto è importante vigilare sull’amore, custodirlo, alimentarlo.
Molte ancora le domande, ed ampia e generosa ogni volta la risposta del nostro relatore.
È ormai tardi quando Enzo Bianchi riesce a lasciare la sala, e sono certa che molti di noi allontanavano la tristezza del distacco - distacco anche da don Angelo, che lascerà presto la nostra comunità… - confortandoci con le parole pronunciate all’inizio da Enzo: «So che questo è per me l’ultimo incontro in questa parrocchia, ma non dobbiamo essere tristi, dobbiamo ringraziare sempre: ogni cosa ha un inizio, un percorso e una fine, è giusto così, lo dico con molta gioia, davvero, e con molto spirito di ringraziamento, perché tutto quello che si vive nell’amicizia, negli affetti, è la cosa più bella della nostra vita, che non andrà persa».

Grazie, Enzo, grazie don Angelo.

Franca Ciccòlo

Milano 2 maggio 2008



“Incarniamo la gioia e la libertà di Cristo”
Intervista a padre Timothy Radcliffe, ex superiore dell’ordine domenicano
a cura di Guillaume Guibert, da La Croix

TTimothy Radcliffe auspica delle comunità cristiane “veramente aperte a tutti”.

L’accoglienza delle popolazioni straniere è un’importante sfida per delle grandi confessioni, come il cattolicesimo”.
In che cosa il cristianesimo le sembra in crisi? È il suo contatto con i giovani che conosce una crisi profonda. Particolarmente quelli degli ambienti più svantaggiati, dato che la Chiesa è poco presente nei quartieri più poveri. Tuttavia, almeno nel mondo anglofono, il cristianesimo conserva una relazione solida con gli studenti. La settimana scorsa, in un’università di Chicago, ho fatto una conferenza di fronte a un migliaio di studenti. Due giorni fa, a Newcastle, in Inghilterra, di nuovo mi sono trovato davanti un migliaio di persone, per lo più giovani.

Quali sono gli elementi che le danno fiducia nell’avvenire?
Contrariamente a quanto molti affermano, non credo che i giovani siano molto secolarizzati. C’è in loro una profonda sete spirituale. Certo, spesso lo shopping ha un largo spazio nella loro vita, ma ciò ha a che fare piuttosto con una ricerca di identità, un gioco con la propria immagine. Si tratta di libertà, più che di desiderio di possesso. I giovani della generazione precedente agivano in reazione al cristianesimo dei loro genitori. Mentre i giovani di oggi, dato che i loro genitori non hanno generalmente dei punti di riferimento religiosi, sono liberi di scoprire il cristianesimo come qualche cosa di nuovo e di appassionante.

Attraverso i suoi viaggi in Europa, in Australia, negli Stati Uniti, vede evoluzioni significative?
Un po’ ovunque in Occidente, ma anche in America Latina e in Africa, c’è un interesse crescente per il Rinnovamento carismatico, perché offre ai giovani credenti un’esperienza forte della presenza di Dio nella loro vita. La mia convinzione è che questa esperienza carismatica debba essere completata con una conoscenza intellettuale più profonda della fede cristiana affinché i giovani siano capaci di far fronte a periodi in cui avranno maggiori difficoltà a percepire la presenza di Dio.
Da un altro lato, l’accoglienza delle popolazioni straniere è una sfida importante per grandi confessioni come il cattolicesimo. In Inghilterra, ci sono piccole Chiese africane, che contano spesso una sola parrocchia, che attirano numerosi immigrati. Perché in una società occidentale che è percepita come fredda e ostile, queste Chiese offrono loro un punto di riferimento caloroso e accogliente.

La crisi che sta attraversando il cristianesimo in Occidente le sembra più preoccupante di altre che ha attraversato in passato?
No. È una crisi reale, ma mi sembra meno grave di molte altre. In Francia, per esempio, la crisi della Rivoluzione francese fu incomparabilmente più violenta. Fu un tentativo di distruzione della fede cristiana più radicale di ciò che possiamo vedere oggi. La rivoluzione industriale ha provocato uno spostamento massiccio della popolazione verso un universo urbano dove la Chiesa era in larga parte assente. Così si è scavato un fossato tra il cristianesimo e gran parte della classe operaia. Del resto, siamo ancora alle prese con le conseguenze delle crisi del XIX secolo. I nostri antenati nella fede vi hanno fatto fronte con immenso coraggio e creatività, fondando nuove congregazioni religiose, inventando nuove forme di presenza e di predicazione. È ciò che dobbiamo fare anche noi adesso.

Come predicare nelle società secolarizzate?
Gesù Cristo è apparso in mezzo a noi come un uomo pieno di libertà e di gioia. Il punto di partenza della nostra missione è dunque far partecipi gli altri della nostra gioia e libertà in Cristo. Sono parole, queste, che non vengono correntemente associate alla Chiesa! I giovani aspirano alla felicità, ma portano spesso il fardello di separazioni familiari, di tossicodipendenze, di abusi sessuali o di una totale mancanza di speranza nel futuro. Noi dobbiamo incarnare la gioia di Cristo, che è abbastanza grande per accogliere anche la loro afflizione, perché essa ha affrontato e trasceso il Venerdì santo. Noi non arriveremo mai ad essere segni di libertà di Cristo se restiamo timidi, se abbiamo paura di tentare o di fallire. Dobbiamo imparare la spontaneità di Cristo. Anche se certe persone ne erano scioccate, era il segno che Gesù viveva nello Spirito di Dio.

Una volta diventati una minoranza, come devono organizzarsi i cristiani per esistere e testimoniare?
L’eucaristia è un doppio movimento. Ci raccoglie intorno all’altare per ricevere il corpo e il sangue di Gesù. Dobbiamo quindi formare delle comunità più solide nelle quali ognuno possa sentirsi accolto incondizionatamente. Attualmente, molte persone non si sentono le benvenute, perché hanno divorziato e poi si sono risposate, perché vivono in coppia fuori del matrimonio, perché sono omosessuali o in un’altra situazione ancora che la Chiesa considera come irregolare. Certo, la Chiesa ha la responsabilità di promuovere una visione cristiana della vita familiare. È fondamentale per lo sviluppo dei bambini e per evitare che la società conosca il caos. Ma, al contempo, in una società in cui il cristianesimo è minoritario, molte persone sono in una di queste “situazioni irregolari”. Bisogna però che trovino un’accoglienza totale, senza riserve, nelle nostre comunità. Chiunque di noi potrebbe trovarsi in una tale situazione. È quindi una prima sfida: come formare delle comunità forti che siano veramente aperte a tutti?
E poi, alla fine dell’eucaristia, noi siamo inviati. L’eucaristia deriva il suo nome più corrente - “messa” - dall’invio alla fine della celebrazione: Ite, missa est. Siamo inviati alla ricerca delle pecorelle smarrite, dei dimenticati, degli invisibili. Siamo un segno della memoria di Dio. Bartolomeo de Las Casas diceva che Dio è colui che si ricorda di tutti quelli che sono dimenticati. Ciò significa che noi non dobbiamo restare chiusi in un piccolo ghetto cattolico. Dobbiamo andare a condividere la vita delle persone con le quali saremo in disaccordo su molte cose. Dobbiamo correre il rischio di creare dei legami con ogni tipo di gente bizzarra, i cui modi di vivere possono scioccarci, ma che sono, anche loro, figli di Dio.

In società ormai profondamente segnate dalla pluralità religiosa, è ancora possibile annunciare “una” verità?
Sì e no. Sì perché Cristo è la rivelazione della verità di Dio: “Tutto ciò che ho udito dal Padre, l’ho fatto conoscere a voi” (Gv 15,15). Gesù dice ancora: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv 14,9). In Cristo, abbiamo la rivelazione definitiva della verità. No, perché noi non possiamo mai afferrare completamente questa verità. È al di là delle nostre capacità. Solo in cielo, quando saremo presso Dio, potremo conoscere la totalità della verità di Dio.
Molte persone che appartengono ad altre religioni o che non hanno religione possono avere delle idee, delle concezioni che ci aiuteranno nel corso del nostro cammino. Per esempio, noi crediamo che Dio è amore e che l’amore è pienamente rivelato in Cristo. Ma nessuno di noi comprende totalmente ciò che questo significa. Ho degli amici atei che possono insegnarmi qualcosa in più sul modo di amare. Possono dunque insegnarmi qualcosa su Cristo, anche se loro non credono in Lui. La verità è una, perché Cristo è la verità. Ma c’è un’unità della verità che io non posso raggiungere adesso. Devo quindi accogliere ogni verità, ovunque essa si trovi, anche se mi sembra incompatibile con l’insegnamento della Chiesa o con quello che ho creduto fino a questo momento. Perché se è vero, non può che essere parte della verità di Cristo, perché Lui è il Verbo di Dio, la via, la verità e la vita.

I cristiani hanno qualcosa di particolare da offrire alla nostra epoca?
Noi cristiani siamo prima di tutto quelli che sperano. Per i giovani, il futuro dell’umanità è difficile da immaginare. Siamo minacciati dal disastro ecologico e dalla violenza del fanatismo religioso. Ne potrebbe venire la tentazione o di perdere la speranza o di dimenticare il futuro per vivere solo nel presente - che è poi una forma implicita di disperazione. Essendo cristiani, abbiamo fiducia nell’avvenire dell’umanità e di ogni persona umana. Eppure non disponiamo di informazioni particolari su ciò che ci riserva il domani, ma crediamo che Dio conserva, nella sua provvidenza, tutto ciò che ha creato. In un certo modo, tutta la creazione è in cammino verso Dio. Avendo questa speranza, possiamo osare guardare la situazione con gli occhi ben aperti. Possiamo affrontare le sfide con realismo, fiduciosi di essere, misteriosamente, nelle mani di Dio. La speranza ci rende capaci di agire.





Nella Comunità parrocchiale:

hanno ricevuto il Battesimo

SERENA MARIA CANIATO
NICCOLÒ GIUSEPPE BORELLA
GIOVANNA BONGIORNO
NICOLÒ D’ADDATO
EMANUELE MATASSI
EDOARDO MELZI
FRANCESCA COMINELLI
SILVIA CATANESE
TOMMASO MARIA BELLAVITE PELLEGRINI



abbiamo affidato ai cieli nuovi e alla terra nuova

PIETRO SASSO (a. 84)
EMILIA LUIGIA OMMASSINI ved. MONTI (a. 94)
CARLO KOSJANCIC (a. 88)
FRANCESCO MARATI (a. 81)




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