parrocchia - celebrazioni - omelie - cattedra - oratorio - gruppi - come albero - preti - blog - link
 
 
Come albero   

  notiziario mensile parrocchiale

maggio 2009   


UNA CHIESA CHE ABBIA LO STILE DI MARIA

Quando ho iniziato a scrivere, lo scorso ottobre, queste tre pagine che aprono il nostro Notiziario mensile non avevo un piano, un disegno. Avevo, lo confesso, disagio nell’occupare lo spazio che don Angelo per molti anni aveva segnato con i suoi testi singolarmente intensi e di pregevole fattura. Poi il primo suggerimento mi è stato dato dall’Evangelo dei crocicchi: ricordate la parabola dei servi mandati agli angoli delle strade per chiamare tutti, proprio tutti, alla festa. Era l’evangelo della Messa di inizio del mio lavoro di parroco. E così ha cominciato a prender forma in me il desiderio di scoprire, mese dopo mese su queste pagine, il volto della chiesa, il volto della comunità che ero chiamato a servire in questo quartiere della città. Chiesa dei crocicchi, chiesa nelle case e delle case, chiesa del dialogo, chiesa della gioia, dell’esultanza. E adesso: chiesa mariana.

Il mese di maggio è tradizionalmente dedicato alla Madre del Signore e sembra quindi ovvio che il Notiziario di maggio abbia una intonazione mariana. In verità lo spunto per questa riflessione mi è stato dato dal nostro indimenticabile cardinale Carlo Maria Martini. Quante volte, negli anni del suo episcopato a Milano, ha richiamato quelli che considerava i due “principi”, cioè i due elementi costitutivi della chiesa: il principio mariano e quello petrino. Lasciamo il secondo per il prossimo mese di giugno quando celebreremo anche Pietro (insieme a Paolo) e concentriamoci ora sul principio mariano della chiesa. Principio “mariano” perché Maria è colei che «custodiva la Parola nel suo cuore» (Lc 2,19).
Diceva il cardinale Martini: «La figura di Maria ci richiama alla fede semplice e pronta di colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore, all’umiltà della serva del Signore, al calore umano di chi si mette in viaggio verso la montagna, in fretta, per congratularsi con la parente Elisabetta. La presenza di Maria valorizza il senso della attenzione premurosa e discreta di colei che ha notato ciò che poteva turbare una festa di nozze, mentre la sua tenerezza di Madre e il suo dolore silenzioso presso la croce del Figlio, ci fanno mettere in primo piano nella nostra esistenza quei gesti di attenzione alla vita e di compassione nella sofferenza e di fronte alla morte di cui spesso deploriamo dolorosamente il declino».
In altre parole, «il principio mariano allude alla dimensione interna della chiesa, alla radice verginale della sua maternità, al fatto che il suo amore suscitatore di vita, di speranza, di perdono, di senso per la storia umana, nasce dalla fede, dalla disponibilità incondizionata, dall’appartenenza totale e immediata alla parola di Dio». Prima d’essere una organizzazione la chiesa è un grembo materno, ovvero uno spazio di accoglienza. Confesso che quando lo scorso anno mi sono messo a disposizione dell’arcivescovo per assumere questo compito di parroco mi ha mosso il desiderio di dar forma ad un’esperienza di chiesa che fosse bello incontrare, dove si potesse entrare senza esitazioni, non come in un ufficio che mette a disagio, ma come in una casa. Una chiesa che riducesse al minimo le formalità burocratiche (alcune sono inevitabili come nel caso del matrimonio dal momento che il parroco è anche ufficiale di stato civile grazie al Concordato!).
Ho cominciato col mutare il linguaggio: se vengono i genitori a chiedere di poter battezzare il proprio figlio in una altra chiesa mi guardo bene dallo scrivere come si usa: Il sottoscritto parroco … concede la licenza perché il battesimo venga amministrato a …. Mi piace scrivere invece: Sono lieto che il piccolo … possa essere battezzato nella parrocchia di …. Sfumatura insignificante? Forse, ma davvero sono lieto che i gesti della fede – i sacramenti – vengano compiuti da mani amiche, in luoghi significativi per quella famiglia.
Uso il medesimo criterio per quelle coppie, e sono la stragrande maggioranza, che chiedono di celebrare il proprio matrimonio altrove: al paese di origine, in luoghi più suggestivi o segnati da qualche ricordo caro. So che molti miei confratelli non condividono questo mio modo di agire: rivendicano il primato della parrocchia e considerano superficiali le motivazioni di quanti cercano luoghi “romantici” … Sono molto felice di accompagnare personalmente tutte le coppie nel percorso prematrimoniale e sono altrettanto felice che celebrino il loro matrimonio in un luogo per loro significativo, anche se non è la nostra chiesa parrocchiale.
Mi sembra, in questo modo, di fare spazio ad uno stile “mariano” della chiesa, o mi sbaglio? Ma più profondamente l’attenzione al “principio mariano” della chiesa vuol dire attenzione alla dimensione di interiorità della fede, al primato della coscienza nel cammino di fede.

E questo è raccomandato anche dalle mutate condizioni in cui siamo chiamati a vivere la fede: non più in un ambiente tutto segnato da valori religiosi assorbiti con il latte materno. Stiamo vivendo infatti il trapasso da una società dominata da riferimenti all’esperienza della fede cristiana, ad una società nella quale prevalgono valori e riferimenti estranei o addirittura contrari all’esperienza della fede. Per conseguenza l’esperienza di fede deve essere radicata nella coscienza e non solo nei comportamenti collettivi o nell’ambiente. L’uomo è la sua interiorità, il suo cuore, la sua coscienza. È nel segreto della coscienza che troviamo Dio, che conosciamo il bene e il male. La chiarezza sul valore che portiamo in noi stessi è quella che ci rende veramente e definitivamente uomini, capaci di decidere per principi interiori e per convinzioni personali. Quanto mai preziosa è la dottrina di san Tommaso d’Aquino: la legge nuova, evangelica, consiste nello stesso Spirito Santo. Comandamenti e precetti sono indicazioni successive che devono essere accolte nell’interiorità della coscienza, sotto l’azione dello Spirito. Chiesa “mariana” è chiesa guidata dallo Spirito, quello Spirito che ha formato nel grembo di Maria l’umanità di Gesù. E il dono dello Spirito presente nei nostri cuori ci conduce a vivere secondo lo stile di Cristo, lo stile dell’amore. Una chiesa mariana non sarà una chiesa dei precetti e dei divieti, che presenta il Vangelo come un fardello pesante, un penoso dovere da compiere con scrupolo, ma come il manifestarsi gioioso della presenza in noi dello Spirito. Ecco perché la nostra comunità privilegia un lavoro di formazione della coscienza rispetto alle cosiddette “pratiche religiose”. Nasce qui l’attenzione privilegiata a quella singolare iniziativa denominata Cattedra dei non credenti: uno spazio di ascolto, confronto, aperto e rispettoso di ogni seria posizione di ricerca, lasciando emergere con le certezze, i dubbi e le inquietudini che abitano il nostro cuore. In questo anno abbiamo avuto ben dieci serate di ascolto, dialogo, confronto che hanno richiamato un pubblico talvolta molto numeroso e sempre intensamente coinvolto. Vorrei qui ricordare i nomi di quanti ci hanno accompagnati e aiutati in questa ricerca. Trovino qui ancora una volta l’espressione della nostra gratitudine. In autunno sul tema delle nostre paure: Silvia Vegetti Finzi, Gad Lerner, Adalberto Piovano e Lidia Maggi. In inverno sul tema della crisi economica: Tito Boeri, Marco Vitale e Gian Giacomo Schiavi, Ferruccio de Bortoli, Ulrich Eckert. E le due serate suggerite dall’attualità: con Stefano Levi Della Torre e il dialogo con l’ebraismo e con Giovanni Barbareschi per non dimenticare gli anni della Resistenza.

Una chiesa “mariana” è dono di umanità, di pace, di comunione, di speranza e di coraggio in una società tecnologicamente avanzata, dura e competitiva. Essa dice a ogni uomo che Dio, il Padre, è buono; che Egli, in Cristo Gesù, cammina con noi, ci è vicino con la sua misericordia e che sempre nel Signore Gesù, continua a parlarci come il misterioso pellegrino di Emmaus. Infine una chiesa “mariana” vorrà avere sulle sue labbra le parole che Maria ha pronunciato. Poche parole e già questa è una indicazione di stile per una chiesa “logorroica” malata per troppe parole. Nel quarto Vangelo Maria dice solo due parole: in esse ritrovo appieno lo stile mariano. Siamo a Cana e la festa di nozze rischia di finire male per mancanza di vino. Ecco la prima parola di Maria rivolta a Gesù: Non hanno più vino. Osservazione banale? No, Maria è questo sguardo intuitivo capace di cogliere il disagio degli sposi, capace di leggere dentro di noi che cosa ci manca, di che cosa abbiamo bisogno. Quando, soprattutto nell’ora del bisogno, istintivamente ci rivolgiamo a Maria ci guida la certezza che il suo sguardo conosce le nostre necessità. Una chiesa “mariana” è, come Maria, uno sguardo carico di attenzione vigile, premura materna per ogni necessità, perché non venga meno la gioia nei nostri cuori. E la seconda parola di Maria ai servi: «Fate quello che Lui, il mio Figlio, vi dirà». Ad ognuno di noi, alla chiesa tutta Maria dice sempre e solo questo: volgetevi al mio Figlio, ascoltate la sua Parola, vivete di essa. Una chiesa “mariana” non ha altro da dire e non è poco.

don Giuseppe

 

 

 

Il pastore buono

omelia di don Giuseppe nella quarta domenica di Pasqua
domenica 3 maggio 2009 (
At 20, 7-12; 1 Tm 4, 12-16; Gv 10, 27-30
)

Rimandiamo la lettura dell'omelia su questo sito alla voce "omelie"






IL CENTRO D’ASCOLTO DECANALE

Un Centro di Ascolto Caritas è una delle espressioni operative della Comunità Cristiana che si mette al servizio delle persone in difficoltà, che qui trovano ascolto, considerazione e risposte concrete ai loro bisogni.
Il Centro opera attraverso il gruppo dei Volontari. Accoglie con amicizia e senza pregiudizi chiunque abbia un problema e, dopo un colloquio iniziale, cerca di orientare la persona in difficoltà e, se necessario, la accompagna nella ricerca di una soluzione.

Lo scopo di un Centro è quello di esprimere lo spirito evangelico della testimonianza della carità, diffondere cultura di solidarietà, tutelare i diritti della persona, anche la più debole ed emarginata. L’ascolto è un bene, è una gioia, perché nella vicenda di chi è nel bisogno si riconoscono i tratti comuni della nostra condizione umana e si vive un momento di fraternità ritrovata.
Il problema principale è lo scarso numero dei volontari, che non permette di operare con maggiore efficacia e prontezza, mentre cresce sempre più il numero delle persone che si rivolgono al Centro.

Altro problema è la scarsità delle risorse, che non ci permette di dare una risposta adeguata e concreta alle molte persone – quasi esclusivamente straniere – che ci chiedono di aiutarle a trovare un lavoro, soprattutto lavoro domestico: badanti, assistenza anziani e ammalati, babysitter. Rivolgiamo, quindi, un appello a tutte le persone di buona volontà della Comunità Cristiana perché diano la loro disponibilità a fare volontariato nel Centro di Ascolto nei tempi e nei modi che potremo stabilire insieme. Oppure ci segnalino ogni opportunità di lavoro, domestico e non, da poter trasmettere a chi ne ha necessità vitale. Il Centro di Ascolto Decanale Città Studi sarà molto grato a chi lo vorrà contattare – di persona o per telefono – anche solo per ulteriori informazioni.

Centro di Ascolto Decanale Città Studi, presso la Parrocchia Santo Spirito, via Bassini 50, Milano. Apertura: giovedì dalle ore 15 alle 18. Cellulare 320/2484932. In altri giorni ed orari, telefonare a: Fiammetta 02/26684333 oppure Vittoria 328/4097952 oppure Stefania 02/70636017.

 


RIBELLI PER AMORE

Martedì 21 aprile scorso abbiamo avuto il piacere di ascoltare don Giovanni Barbareschi sulla sua esperienza degli anni della Resistenza.
Riportiamo alcuni stralci dell’incontro.

Le mie parole, questa sera, sono una testimonianza. Dovrei quindi parlarvi di me, della mia esperienza umana. Ma ho vergogna e paura... Vergogna di essere giudicato orgoglioso, paura di sembrare retorico. Cercherò di parlarvi di me come se parlassi di un’altra persona.
La mia famiglia era povera ed eravamo quattro figli. Mio padre non è mai stato iscritto al Partito fascista e per questo ha avuto notevoli difficoltà nel suo lavoro. Io, balilla di dodici, quattordici anni, ero tutto orgoglioso quando alla domenica tornavo dalla adunata, e raccontavo a mio padre che ci avevano portato a messa, inquadrati, e che anche durante la liturgia avevamo in testa il nostro fez, e che alla consacrazione scattavamo sull’attenti al suono della tromba. Mio padre commentava: «Quella messa non vale niente perché non eravate liberi di partecipare». Ricordo anche il 18 novembre 1936, e la consegna delle fedi nuziali come oro alla patria. Mio padre ha proibito alla mamma di consegnare quella fede nuziale che ha poi avuto una destinazione migliore: il calice della mia prima messa.

Negli anni che padre David Turoldo ha chiamato «gli anni del rischio» – 1943-1945 – io avevo ventuno anni. Tormentata la mia adolescenza e la mia prima giovinezza: è stata tutta un’avventura alla ricerca della verità e della libertà. Ho adorato l’intelligenza per la sua capacità e profondità. Ma poi, nella vita, ho incontrato i limiti dell’intelligenza: che significa verità di un’amicizia, verità di un amore...? Mi sono accorto che non cercavo la verità, ma volevo conquistarla, possederla, farla mia, volevo che fosse la conclusione di un mio ragionamento. Cercavo l’evidenza... E invece la verità è mistero. L’evidenza rimarrà sempre alla superficie della verità.

Più tardi, nel faticoso cammino di ricerca, l’incontro con quella frase di san Paolo nella lettera ai Galati: «In libertate vocati estis», ogni uomo è chiamato a realizzare la sua libertà. E così mi sono innamorato della libertà: è stata la parola di Dio a me, il volto che Dio mi ha rivelato. E mi sono convinto che la distinzione tra uomini atei o credenti era una distinzione culturale. La terminologia più universale e umana era diversa, era quella che troviamo nella Bibbia: uomo schiavo o uomo libero. Quando un uomo o un gruppo o un popolo intero cerca la sua libertà, psicologica, religiosa, personale, politica, che lo sappia o no, quella persona, quel popolo cerca Dio. Ho raggiunto poi la certezza che il primo atto di fede che l’essere umano deve compiere è nella sua libertà, nella sua capacità di diventare una persona libera. Ho detto atto di fede, perché la libertà della persona non si può dimostrare. Infatti, ho incontrato subito innumerevoli condizionamenti: quelli di un patrimonio genetico, di un ambiente, di una cultura, di un’educazione ricevuta, di una religione imposta. Tutto questo è vero. La mia libertà è una piccola isola in un oceano di condizionamenti, ma io – e con me ogni uomo – posso nascere come persona libera solo in quella piccola isola. E sono diventato prete per questo, perché ho capito che era la mia strada per aiutare ogni uomo, a raggiungere la sua libertà, tutta la libertà di cui è capace, tutta la sua possibilità di amore.

Con queste idee maturate dentro di me mi sono trovato nei giorni della scelta e del rischio. Trovandomi in una situazione storica in cui la libertà veniva negata, le persone venivano imprigionate e perseguitate per la loro appartenenza a una razza o per le loro idee, è stato logico per me mettermi dalla parte di coloro che difendevano la libertà, la libertà mia, la libertà di ogni uomo.
Ho celebrato la mia prima messa il 15 agosto 1944. La sera stessa, mentre cercavo di portare aiuto e conforto a un gruppo di ebrei in partenza per un campo di concentramento, sono stato arrestato dalle SS e sono finito a San Vittore, raggio V, cella 102. Poco dopo bussa alla mia cella un secondino e mi chiede se sono prete davvero. Alla mia risposta «ho celebrato la mia prima messa questa mattina», quel secondino mi dice che in una cella accanto alcuni giovani che sarebbero stati fucilati la mattina seguente avevano chiesto un sacerdote. Sono state le mie prime confessioni. Dopo un primo periodo di isolamento e dopo più di un mese di interrogatori e torture, per intervento del cardinale Schuster sono stato liberato.

Per descrivere la situazione esterna che allora ci circondava leggo un documento del cardinale Schuster del 6 luglio 1944, documento che non ottenne il permesso, allora necessario, di pubblicazione: «... una lotta fratricida, con vittime innocenti, una lotta fatta di odio, di livore umano, una vera caccia all’uomo, con metodi così crudeli che farebbero disonore alle belve della foresta...». Dice ancora il cardinale Schuster in un documento del 30 ottobre 1944: «... Mentre a Milano un mese fa vi erano almeno sette Questure indipendenti tra di loro, adesso ogni ufficiale che presiede a una squadra di una cinquantina di uomini si crede autorizzato ad assaltare villaggi, a incendiare cascinali, a tradurre in prigione, a seviziare, a fucilare...». A questa situazione, con alcuni amici, ci siamo ribellati e abbiamo dato vita a un giornale clandestino - «il Ribelle» - per diffondere le nostre idee. E ci siamo compromessi, per ogni fratello emarginato, per l’ebreo, per il forestiero, per il ricercato. Quanti i documenti falsi che abbiamo confezionato? Certamente non tenevamo registrazioni, era troppo pericoloso. Chi ha tentato di quantificare ha scritto che il nostro gruppo - OSCAR (Opera Scoutistica Cattolica Aiuto Ricercati) -ha prodotto circa tremila documenti falsi - anche falsi certificati di battesimo - e ha portato a termine circa duemila espatri. Questa nostra fatica, questo nostro continuo rischio della vita era da noi considerato normale, era il dovere chiesto dal momento presente a ogni uomo.

Giovanni Paolo II nel suo discorso del 9 aprile 1985, così ci ha definito: «Resistettero non per opporre violenza a violenza, odio contro odio, ma per affermare un diritto e una libertà per sé e per gli altri, anche per i figli di chi allora era oppressore. Per questo furono martiri ed eroi. Questa fu la loro Resistenza». Perdonatemi se io, prete ribelle, ho una parola particolare per i miei confratelli. Preti delle parrocchie di confine che avvertono improvvisamente il significato provvidenziale della loro presenza in quel paese, in quel giorno. Preti delle città e delle campagne che raccolgono e distribuiscono la stampa clandestina per diffondere alcune idee allora proibite, preti che falsificano documenti per reagire all’ingiustizia e affermare che anche l’ebreo è una persona umana, preti che sentono il dovere di seguire in montagna, nei nuclei partigiani, i giovani del loro oratorio e assicurare l’assistenza religiosa. Permettetemi anche una parola per i gesti umili, banali, che nessuno ha annotato, che nessuno saprà mai: una porta di casa che si apre e accoglie, come ha fatto mia mamma nella sua casa, una parola detta, un’altra taciuta, un segreto mantenuto, un documento consegnato, un soccorso prestato senza neppure sapere a chi... Gesti che nel segreto della coscienza sono stati atti di resistenza, di solidarietà ai fratelli perseguitati, atti che hanno richiesto coraggio, decisione, sacrificio.

La Resistenza è stata anzitutto una ribellione morale, la scelta consapevole dell’umano contro il disumano. Preti che hanno coinvolto nella ribellione e nella testimonianza cristiana il loro popolo. Questi preti non erano degli isolati, non avrebbero potuto fare senza la simpatia, la presenza di tutto un popolo, della gente semplice che con lo spirito di sacrificio, di speranza, costituiva il tessuto connettivo di base capace di sostenere uno sforzo etico così esigente. Proprio questo coinvolgimento dei preti con il loro popolo li rese oggetto primo delle violenze tedesche e fasciste. Permettetemi di leggere qualcosa del nostro giornale - «Il Ribelle» - con il quale cercavamo di opporci al sistema vigente e di diffondere alcune idee nelle quali credevamo allora e crediamo oggi.
Tra il 1944 e il 1945 furono 26 i numeri del «Ribelle». La tiratura era di 15.000 copie. Al giornale furono affiancati i Quaderni (11 numeri – 10.000 copie), nei quali si stilarono i principi cardine della società che sognavamo di ricostruire dopo la liberazione. Per stampare e diffondere quel misero foglio che pretendeva di essere un giornale, più di uno di noi è finito in carcere, in concentramento, più di uno non è tornato... e lo sapevamo di giocare con la morte. «Ribelli: così ci chiamano, così siamo, così ci vogliamo. La nostra è anzitutto una rivolta morale... è rivolta contro un sistema, contro un modo di pensare e di vivere, contro una concezione del mondo». Le nostre idee Già nel primo numero programmatico avevamo affermato chiaramente : «Il Ribelle non vuole essere un giornale di partito». E in seguito, ancora più esplicitamente abbiamo affermato nel numero 13 del 30 settembre 1944: «Noi del Ribelle non siamo liberali. Noi del Ribelle non siamo democristiani. Noi del Ribelle non siamo del Partito d’Azione, non siamo comunisti, non siamo socialisti, e non siamo neppure progressisti, né, Dio ce ne scampi, monarchici. Se avviene dunque che i democristiani ti credano dei loro e dei più puri, se avviene che i liberali affermino che noi facciamo del più bel liberalismo, se avviene che qualcuno ci creda emanazione del Partito d’Azione, la colpa sapete di chi è? Del nostro far sincero, del nostro parlare onesto. Ché in casa nostra spira buon vento di sincerità, di libertà, e ognuno può o sa dire e difendere il proprio ideale. E ognuno cerca di capire, di discutere e talvolta anche di accettare. Ma redini sul collo e niente paraocchi».

Eravamo un piccolo gruppo e volevamo che il nostro giornale fosse una palestra per rendere coscienti della situazione presente e aiutare la crescita di ogni persona: e questa non era solamente una teoria. Il giornale fu proprio una palestra di libera discussione, dopo tanti anni di stanchezza del giogo fascista. Per esempio, quel «né, Dio ne scampi, monarchici» impose un articolo in difesa della monarchia. E lo pubblicammo onestamente, anche se non eravamo d’accordo. Eravamo innamorati della libertà, il volto attraverso il quale Dio aveva parlato a ciascuno di noi. «Chi prova quale alto e fecondo godimento dello spirito sia questa nostra libertà che nessuno ci può togliere, ne sente tutto l’impegno costruttivo, impegno serio, religioso; per questa libertà lottiamo ogni giorno perché sappiamo che la libertà, quella vera, non può essere largita dagli altri. Non vi sono liberatori. Solo uomini che si liberano» («il Ribelle», 26 marzo 1944). Per questo sulla prima pagina del nostro giornale più volte abbiamo stampato la frase di Giuseppe Mazzini: «Più della servitù, temo la libertà recata in dono».

Riprendo a leggere dal nostro giornale: «Bisogna saper invocare l’unica rivoluzione legittima, quella dello spirito, che porta il tumulto nella nostra più profonda interiorità per purificarla e trasformarla. È una rivoluzione permanente, perché la vita dello spirito è una perenne conquista sulla propria pigrizia, sulle proprie debolezze, sulle proprie viltà. Come chiamare questo amore di verità e libertà, questa pienezza di vita spirituale, che mentre perfeziona l’uomo nella sua totalità vuole totalmente donarsi agli altri per essere fermento puro nel mondo che rinasce? Un cristiano la chiamerebbe santità. Qualunque sia il nome che le si voglia dare, è certo che di fronte alla massa inerte, indifferente, opaca del nostro mondo attuale, questa è la sola cosa che vale» («il Ribelle», 24 settembre 1944). «Da questo nasce il nostro impegno ad essere prima che ad operare. L’uomo nuovo non lo fanno le istituzioni, né le leggi, ma un lavoro interiore, uno sforzo costante su se stesso che non può essere sostituito da surrogati di nessun genere. Le leggi e le istituzioni sostengono e aiutano questo sforzo, ma non possono assumerlo su di sé» («il Ribelle», 4 novembre 1944). «Noi influiremo sul mondo più per quello che siamo che per quello che diciamo o facciamo» («il Ribelle», 15 ottobre 1944).

Ascoltate ora come ci definivamo, noi, ribelli della città: «Nelle città affannate e sanguinanti, passano accanto a noi uomini incolori. Sgattaiolano, svincolano, fra le insidie dei mitra e dei questurini, dimenticando i loro nomi nella ridda di documenti falsi e di presentazioni monche. Sembrano giocare, ma la posta è la vita. Sono i ribelli della città. A vederli sono tanti commessi viaggiatori. Si incontrano, si parlano, e vanno. Dunque proprio siam morti alla fede? Proprio siam sordi all’entusiasmo? Proprio non conosciamo amore? Vedendoli, sentendoli, vien voglia di dire di sì. Inutile, si vorrebbe loro gridare. Non voi, senza amore, ricostruirete l’Italia. E non è giusto. E non è vero... Abbiamo paura, paura di usare parole ormai rovinate; temiamo i sentimenti insudiciati, ci vergogniamo di slanci già sfruttati fino allo schifo. E tacciamo, e ci nascondiamo. Continuiamo a tacere portandoci addosso quest’ultima maledizione fascista, questa paura di amare per orrore della retorica. Se questa aridità interiore non fosse solo apparente, allora non avremmo che da tirarci di lato e lasciar fare agli altri ... che anche una guerra solo per amore si vince, solo quando si giunga a dolorosamente amare il proprio nemico, a sentire nelle proprie carni la ferita inferta, a spasimare insieme d’amore per noi e per la nostra terra, per lui e per la sua terra» («il Ribelle», 26 marzo 1944). Mi sembra fondamentale una domanda: ci siamo liberati o piuttosto abbiamo abbattuto un faraone e abbiamo assistito alla comparsa di altri faraoni? Perché il fascismo non è solo una dottrina o un partito, una camicia nera o un saluto romano.

Il fascismo è un modo di vivere nel quale ci si arrende e ci si piega per amore del quieto vivere o; di carriera. È una mentalità nella quale la verità non è amata e servita perché verità, ma è falsata, ridotta, tradita, resa strumento per i propri fini personali o di gruppo o di partito. È una mentalità nella quale teniamo più all’apparenza che all’essere, amiamo ripetere frasi imparate a memoria, non personalmente assimilate, e gridarle tutti insieme quasi volendo sostituire l’appoggio del mancato giudizio critico con l’emotività di una adesione psicologica, fanatica. A fare di noi persone libere non saranno mai gli altri, non sono le strutture e neppure le ideologie. Continuando il discorso delle Beatitudini non avrei paura ad affermare: «Beato colui che sa resistere». Questo invito a una «resistenza» è rivolto a ogni uomo che crede possibile e vuole diventare uomo libero, senza trovare nelle difficili situazioni esterne (quali situazioni più difficili di allora?) il rifugio o la scusa alla propria pigrizia. Termino questa testimonianza con le parole della nostra preghiera: «Dio, che sei Verità e Libertà, facci liberi e intensi: alita nel nostro proposito, tendi la nostra volontà. Quanto più s’addensa e incupisce l’avversario facci limpidi e diritti. Ascolta la preghiera di noi, ribelli per amore».

 


INFORMARSI È LA PRIMA FORMA DI CARITÀ

Ce lo ricordava padre Nicola Colasuonno direttore della EMI (Editrice Missionaria Italiana) intervenuto anche lui alla prima fiera (in assoluto) delle riviste missionarie mai tenutasi in Italia. L’abbiamo promossa come Commissione Sociopolitica e Mondialità della parrocchia perché ci siamo resi conto della necessità, ancora una volta, di dover allargare gli orizzonti della nostra riflessione sul mondo. È ancora troppo rumoroso il silenzio rispetto ad alcune zone del mondo (Africa e Asia in particolare), è ancora pietistica la visione che abbiamo delle popolazioni più povere. Per questo abbiamo chiesto ad alcune fra le più importanti riviste missionarie presenti in Italia di venire a presentare il loro lavoro in una fiera che si è tenuta domenica 26 aprile nei locali dell’oratorio.

Il titolo era significativo: «L’altra faccia dell’informazione. Il mondo visto da Sud», che indicava il desiderio di guardare il pianeta con occhi diversi. Nonostante la scarsa affluenza di pubblico dovuta probabilmente alla vicinanza della festività della Festa della Liberazione e al tempo inclemente, la fiera ha raggiunto due obiettivi importanti: 1. intrecciare relazioni e iniziare i contatti con le riviste missionarie; 2. dare voce a chi da Sud guarda il mondo. L’importanza dei missionari non viene solo dalle “opere buone” di solidarietà, peraltro di vitale importanza, ma anche dal fatto che i consacrati e i laici in missione contribuiscono a fare cultura, ci insegnano un rapporto diverso con il mondo e con gli altri, con l’“altro”. Il giornalista e inviato RAI per l’Africa Enzo Nucci aveva detto all’inizio del suo lavoro che i missionari erano “le sue antenne” a indicare come in certe zone del mondo è la presenza costante al fianco delle persone e dentro le situazioni della chiesa che testimonia esperienze e vissuti a noi sconosciuti.

La grande stampa e i media tacciono gran parte delle notizie sul Sud del mondo e ci offrono solo frammenti di una realtà plurale, complessa, mutevole che noi difficilmente possiamo capire. Ormai però questa realtà ci è vicina di casa con il fenomeno migratorio e quindi oggi più che mai ci riguarda da vicino. Inoltre ascoltare la voce dei missionari è un modo per essere e fare chiesa. Perché conoscere la sofferenza e la gioia anche di chi è lontano, è una caratteristica indicata dal Concilio Vaticano II (cfr. Gaudium et Spes) che vedeva in ogni cultura e in ogni luogo i semi del Verbo. I missionari ci invitano ad allargare gli orizzonti della nostra fede e, di conseguenza, a pensare in grande la nostra missione. Ogni nostro gesto influisce su luoghi lontani per questo siamo chiamati a conoscere come e a fare in modo che sia un bene per l’altro, per tutti.

Per questo la commissione Sociopolitica e mondialità ha pensato di proporre un evento nuovo, unico, il primo in Italia, come la Fiera della riviste missionarie. Le riviste hanno risposto con entusiasmo così come l’editrice EMI (Editrice missionaria italiana). Erano presenti i comboniani con Nigrizia, le riviste saveriane (CEM mondialità, Missione oggi), il PIME con Mondo e Missione, i francescani con Popoli, Missioni francescane e le missionarie dell’Immacolata. Ci auguriamo che l’evento possa ripetersi, più in grande, con maggiore precisione e competenza. Intanto questa esperienza ci ha lasciato in dono l’entusiasmo e la voglia di fare delle persone che abbiamo incontrato.

La Commissione Socio-politica e Mondialità

 

LE RADICI DELLA NOSTRA COMUNITÀ

La nostra parrocchia compie quest’anno 75 anni. Con il Consiglio pastorale si è deciso di ricordare questa data nel prossimo autunno e abbiamo invitato a venire in mezzo a noi l’arcivescovo cardinale Tettamanzi. In attesa della sua conferma vogliamo incominciare a ripercorrere la storia della nostra comunità.

Nel 1934, appunto settantacinque anni fa, veniva demolita una antica chiesa, nel centro di Milano, allora considerata monumento nazionale, dedicata a san Giovanni in Laterano. In verità il declino di quella antica chiesa era iniziato da tempo: dal 1787 nell’Archivio della Parrocchia del Duomo cessano gli inventari dei beni artistici di san Giovanni in Laterano, segno che la chiesa era stata soppressa. Da allora diventa sussidiaria di santa Maria presso san Satiro e inizia la sua decadenza. Chiusa al culto alla fine del XIX secolo e trasformata in magazzino militare durante la prima guerra mondiale venne appunto demolita nel 1934. Con un decreto dello stesso anno il titolo di san Giovanni in Laterano fu assegnato alla chiesa della Madonna di Pompei, costruita nel 1928 sull’area dell’antico oratorio dei S.S. Fermo e Rustico alle cascine Doppie, come sussidiaria della parrocchia del Redentore.

La nostra parrocchia ha solo 75 anni ma in verità la sua storia, come abbiamo visto, è assai più antica a cominciare dal suo un po’ singolare e curioso titolo: san Giovanni in Laterano che deriva da quella antichissima chiesa situata nel centro di Milano a pochi passi dal Duomo, tra l’attuale via Paolo da Canobbio e piazza Diaz, all’incrocio tra quelle che allora erano via del Pesce e via dei Tre Re. Una mappa catastale del 1722 indica appunto S. Gio Laterano che si affaccia sulla via dei Tre Re. Le notizie storiche la fanno datare almeno all’XI secolo. Un documento del dicembre 1052 indica la chiesa come san Giovanni Itolano, forse dal nome del fondatore della chiesa stessa, successivamente denominata Iterano o Literano come attestato da due contratti di donazione del 1132. Leggiamo nel primo documento: «Ecclesia sancti Johannis Iterani (o Literani) constructa intus hac civitate non longe a pusterla quae dicitur de Butinungo». La pusterla qui menzionata presso la quale sorgeva la chiesa era quella del Bottonuto e che si apriva nella cerchia delle antiche mura romane presso il torrente Seveso. E proprio la vicinanza del corso d’acqua ha suggerito una più fantasiosa interpretazione del nome della chiesa: S. Giovanni Isolano forse perché situata come su un’isola fra le acque del Seveso che scorrevano fino alla metà dell’800 in quella contrada. Meno nobile l’interpretazione del Torre nella sua opera Il ritratto di Milano: l’appellativo Isolano deriverebbe dalla vicinanza di «fogne o chiaviche, le quali all’aperto colme d’acqua corrente, veggevansi ondeggiare per la città». Questa la interpretazione più fantasiosa del nostro titolo; secondo altri deriverebbe invece dalle indulgenze concesse dal papa Leone X come al san Giovanni in Laterano di Roma.

Abbiamo notizie dettagliate di questa antica chiesa dagli Atti della visita pastorale compiuta nel 1569 da san Carlo Borromeo con le seguenti decisioni: «Si provveda al Battistero e lo si accomodi dalla parte dell’entrata centrale. Si ricordi di far consacrare l’altare maggiore e altri altari. Si tolga l’altare di santa Caterina e lo si ricostruisca a destra d fronte alla cappella della Madonna. Pure si smonti l’altare di san Rocco. L’altare maggiore si accomodi con il coro secondo il disegno eseguito da ms. Pelegrino Tibaldi. Si mettano le vetrate alle finestre». Indicazioni come si vede assai puntuali quelle di san Carlo per una chiesa che non doveva essere in buone condizioni. Sempre secondo il già citato Torre, l’antica chiesa conservava numerose e pregevoli opere d’arte in particolare nella prima cappella a sinistra una pala d’altare dipinta da Ercole Procaccini il Giovane raffigurante i santi Carlo, Giuseppe, Bernardo e Francesco. Questa grande tela è ora collocata nell’abside della nostra chiesa sulla destra di chi guarda l’altare; sulla sinistra è posta la pala con S. Filippo Neri, di anonimo del XVII sec. Queste opere, insieme ad altre suppellettili e arredi attestano il legame tra la nostra chiesa e quella antichissima di san Giovanni Itolano o Literano o Isolano o Laterano di cui custodiamo il nome.

Questa nota è stata redatta utilizzando il volume, Milano Le chiese scomparse, Civica Biblioteca d’Arte e l’articolo di Cristina Farina, “Arte Lombarda”, 2007, n.3.


PELLEGRINAGGIO MARIANO
AL SANTUARIO
DELLA MADONNA DEL BOSCO

Sabato 16 maggio 2009

Ore 14.30: Partenza da piazza Bernini
Ore 15.30: S. Rosario e S. Messa al Santuario

Nel pomeriggio sono previste visite al Traghetto sull’Adda
ideato da Leonardo e all’antica basilica di Agliate

Ore 19.30: Cena a Villa Sacro Cuore di Triuggio
Rientro previsto per le ore 22.00

Costo 25 euro tutto compreso
Per iscrizioni rivolgersi in ufficio parrocchiale

 



Nella Comunità parrocchiale:

hanno ricevuto il Battesimo

MARCO SCURATI
CHANVIBOL MATTIA COLONNELLO
SEBASTIANO ANGELO GARRETTI
CHRISTIAN MATTIA MURILLO
NICOLA ANFOSSI
GIORGIO KENTA PAPARELLI
ALESSIA NOSEDA
SARA NOSEDA
SERENA VITTORIA FISICHELLA



abbiamo affidato ai cieli nuovi e alla terra nuova

GAETANO CONSOLI (a. 86)
WALTER VINCENZO GRILLO (a. 55)

CESARE RIMOLDI (a. 82)
LIVIO ALLIEVI (a. 91)
BRUNO FALERI (a. 67)
ADA AUERSPERG (a. 88)
GIORGIO MOTTERLINI (a. 70)
GIULIO CARNEVALI (a. 88)
SIMONA RECAGNI VANOTTI (a. 51)

 


 


torna alla homepage