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Come albero   

  notiziario mensile parrocchiale

Novembre 2008


Chiesa dei crocicchi

Una felice, meglio, una provvidenziale coincidenza ha voluto che la pagina evangelica con la quale ho iniziato il mio servizio nella nostra parrocchia fosse quella dei servi mandati dal loro padrone a chiamare gente, tanta gente per prendere parte al banchetto per le nozze del Figlio. Dice il testo di Matteo: «Andate agli incroci delle strade… e quei servi usciti nelle strade…». Anche Luca riporta un testo analogo (14,15-24): il servo viene mandato nelle piazze e per le strade a chiamare poveri, storpi, ciechi e zoppi e una seconda volta ancora il servo deve andare per le strade e lungo le siepi e spingere tutti ad entrare nella sala della festa.

Questa Parola che ho ascoltato, con grande emozione, lo scorso 12 ottobre mi è sembrata indicazione autorevole di uno stile di chiesa: chiesa delle strade e dei crocicchi. Si potrebbe dire, con una punta provocatoria: non chiesa del tempio, delle mura, del recinto sacro. È vero: tutte le tradizioni religiose segnano un luogo, uno spazio sottratto agli usi profani e riservato al culto e ai gesti religiosi. Questo spazio, che alle origini è un semplice fazzoletto di terra delimitato da pietre, diviene col tempo edificio, tempio, santuario, basilica, cattedrale… Ma come è possibile rinchiudere in uno spazio, per quanto sacro, l’immensità di Dio? Potremo mai sequestrarlo e ridurlo alla nostra misura? È davvero singolare la preghiera che Salomone rivolge a Dio proprio nel momento in cui, completata a Gerusalemme la costruzione, il Tempio viene “dedica-to” ossia riservato definitivamente ad accogliere la presenza di Dio in mezzo al suo popolo: «Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra? Ecco i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruita. Volgiti alla preghiera del tuo servo e alla sua supplica, Signore, mio Dio; ascolta il grido e la preghiera che il tuo servo oggi innalza davanti a te. Siano aperti i tuoi occhi notte e giorno verso questa casa, verso il luogo di cui hai detto: lì sarà il mio nome. Ascolta la preghiera che il tuo servo innalza in questo luogo» (1Re 8,27ss.). Interrogativo davvero paradossale quello di Salomone: il costruttore del Tempio è consapevole di non poter rinchiudere in uno spazio pur magnifico la divina presenza.

Nessuna religione con i suoi luoghi di culto potrà mai rinchiudere quel Dio che i cieli non possono contenere. Vuol dire, allora, che non possiamo isolare uno spazio, un luogo e considerarlo sacro a differenza di altri luoghi o spazi che sarebbero “profani” estranei alla divina Presenza. Già il nostro vecchio catechismo alla domanda: Dov’è Dio? rispondeva sicuro: In cielo, in terra e in ogni luogo. Quante volte abbiamo avvertito questa Presenza nella natura: nell’incerto chiarore dell’alba o nella calda luce del tramonto, in riva al mare o sulla vetta di una montagna, in una radura del bosco o sotto la volta immensa e stellata del cielo. Quante volte è salita alle labbra la parola del Salmo 18: «I cieli narrano la gloria di Dio e l’opera delle sue mani annuncia il firmamento». I ragazzi e le ragazze che hanno vissuto o vivono l’esperienza dello scautismo conoscono l’emozione di certi incontri attorno al fuoco del bivacco, guardati dalle stelle. Intensa la preghiera in quei momenti, non rinchiusi da mura ma affidati all’abbraccio sconfinato del cosmo.

A questo punto a qualcuno verrà il sospetto che io non ami l’edificio chiesa. Niente affatto. Continuando una felice abitudine di don Angelo, i frequentatori della nostra chiesa avranno visto occuparmi personalmente dell’arredo floreale della nostra chiesa. Ai miei studenti del Collegio dove ho trascorso gli ultimi diciassette anni, che notavano il mio prendermi cura del verde del cortile dicevo: È più facile prendersi cura di arbusti e fiori piuttosto che di voi, ragazzi. Con le piante e i fiori si ottengono spesso risultati più gratificanti di quelli che voi mi date… Evidentemente una battuta provocatoria, solo una battuta. I frequentatori della nostra chiesa spero noteranno la cura perché, nonostante i suoi limiti, la nostra chiesa sia bella. Amo l’edificio-chiesa eppure i servi della parabola devono andare ai crocicchi, nelle strade, nelle piazze anche lungo le siepi che segnano i viottoli campestri. Leggo in questo andare un’indicazione vincolante per me e per tutta la comunità che si raccoglie nella nostra chiesa. Tra i momenti più significativi di queste prime settimane vi sono stati gli incontri nelle case per preparare il battesimo o per pregare accanto al corpo di un defunto. Ho notato, con sorpresa e con gioia, come la confidenza fosse l’atmosfera immediata e spontanea di quelle brevi soste. Confidenze talvolta difficili che certo non si raccontano al primo che capita, storie familiari accennate con discrezione e pudore, forse nel timore d’essere giudicati. E piccoli doni, come la bottiglia di vino genuino o addirittura l’invito a sedere alla tavola che si stava preparando e prendere una rapida, cordialissima cena. Sono davvero grato alle famiglie che in queste settimane mi hanno accolto con grande simpatia.

Nelle prossime settimane don Paolo, don Alberto ed io ci metteremo per strada, verremo ai crocicchi e chiederemo di entrare nelle vostre case per una breve sosta di saluto, conoscenza e preghiera, in preparazione al Natale. È quella che viene chiamata “benedizione delle case”.

Negli anni dal 1965 al 1969 ricordo d’aver vissuto questa esperienza, certo faticosa ma gratificante. Visitai molti dei prestigiosi appartamenti del grattacielo di piazza della Repubblica così come le case di ringhiera delle vecchie abitazioni ormai del tutto demolite per far posto ai palazzi del Centro Direzionale. Ma allora avevo poco più di vent’anni! La nostra visita sarà preceduta da un annuncio perché avvenga nell’assoluto rispetto della libertà di ogni famiglia. Vogliamo fare nostro lo stile di Gesù tracciato nella piccola parabola di Apocalisse 3,20: un solo versetto ma che racchiude la premura e insieme la discrezione del Signore: «Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui cenerò con lui ed egli con me». Notiamo: l’iniziativa di questo incontro è di Dio che manda il suo Figlio in mezzo a noi, così come il Re della parabola manda i suoi servi a chiamare alla festa di nozze. Davvero è sempre Dio che fa il primo passo verso di noi e incessantemente viene a cercarci. Mettendoci per le strade del nostro quartiere, noi tre preti vorremmo avere un poco del desiderio che Dio ha di incontrare ogni uomo. Busseremo, suoneremo alle vostre porte, salvo che un vostro avvertimento ci prevenga dal farlo. Se la porta si aprirà e solo se si aprirà, entreremo e faremo una breve sosta in casa vostra. Se la porta si aprirà: perché solo nella libertà può avvenire l’incontro.

Ricordo, molti anni fa, d’aver visto una tela che raffigurava proprio questa piccola parabola: Gesù davanti alla porta nell’atto di bussare. E il pittore faceva notare che la porta non aveva maniglia che permettesse di aprire dall’esterno. Solo la nostra libertà può spalancare la porta dell’incontro. Ci auguriamo che tante porte si aprano perché le mani si possano stringere, gli sguardi incontrarsi, le voci fondersi per una breve invocazione che manifesti la presenza della pace di Cristo. Considero una felice occasione per me, appena arrivato, poter uscire dalla chiesa dove in queste settimane vi ho incontrati numerosi. Con un piccolo gesto che molti hanno apprezzato: al termine delle messe domenicali salutarvi sulla porta della nostra chiesa. È un gesto cortese che ho imparato a compiere sulla porta della chiesa parigina dove ho vissuto negli anni dei miei studi. E ricordo la lieta sorpresa di incontrare qualche persona amica che si trovava a Parigi per una vacanza. Non è questa la buona abitudine di ogni casa ospitale: accompagnare alla porta l’ospite, salutarlo, prender congedo con un gesto affettuoso? E perché quel che avviene sulla porta di casa non può ripetersi sulla porta della chiesa? Forse perché la Chiesa è un luogo sacro, estraneo a gesti di affettuosa cortesia? Credo invece che quanto più la chiesa cercherà di assumere l’atmosfera accogliente della casa tanto più sarà un luogo nel quale sarà bello entrare, sostare e uscire rincuorati.

Nelle prossime settimane usciremo nei crocicchi delle strade e verremo alla porta della vostra casa per dire a tutti, a tutti senza eccezioni, l’invito alla festa cioè alla lieta comunione con Dio. Nessuna altra parola sarà sulle nostre labbra, nessuna altra intenzione ci muove. Troverete, un paio di giorni prima, un avviso all’ingresso delle vostre abitazioni. Il gran numero di famiglie non ci permette di venire solo nel tardo pomeriggio quando più facilmente la famiglia o almeno qualche suo componente è presente: chi, assente, vorrà riceverci nella sua casa, potrà segnalare il suo desiderio e subito dopo le feste natalizie io stesso sarò lieto di venire ad incontrarvi.

don Giuseppe

 



Omelia della Messa di ingresso di don Giuseppe
12 ottobre 2008

Ieri mattina, di buon’ora, sono salito a salutare il mio amico don Giovanni Barbareschi; ancora per poco abito nel suo stesso palazzo. Gli ho portato gli ultimi fichi della nostra campagna di cui è ghiotto e salutandomi mi dice, con un nodo di commozione nella voce: “Ciao, parroco, finisce una storia”. Immediata mi è venuta la replica: “Ma ne comincia un’altra”.

Ecco, io mi trovo stamattina come sul crinale tra una lunga storia, sessantasei anni di vita, tempo di pensionamento, quarantatré di sacerdozio, che si conclude e un’altra, assai più breve, che si apre. I volti di tantissimi vecchi amici sono stamattina come la traccia di questa storia che mi riempie di gratitudine e certo, inutile nasconderlo, di commozione e nostalgia. I volti che ancora non conosco dei tantissimi nuovi amici di San Giovanni in Laterano, sono come la promessa di una storia certo breve, ma spero intensa, che scriveremo insieme. Non vi racconterò la storia che si chiude: ho provato a farlo sulle pagine di “Come albero”, senza nascondere gli infortuni, pochi in verità, che hanno segnato il percorso. Vorrei solo, brevemente, tracciare una mappa dei luoghi nei quali questa storia si è dispiegata perché sono i luoghi di una memoria colma di gratitudine. Il primo luogo è la mia città natale, Busto Arsizio, il luogo della mia famiglia. Mio padre che pur non avendo familiarità con i testi sacri aveva un suo modo di dire che allora ragazzino non capivo ma che adesso riscopro profondamente evangelico. Diceva, a proposito di qualche persona che gli era ostile, avversa: bisogna ammazzarla di cortesia. Non è forse una eco paradossale dell’evangelico: rispondi al male sempre e solo con la forza inerme del bene? Mi piacerebbe avere il suo spirito magnanimo. E mia madre: da lei non solo ho avuto il colore degli occhi di cui sono particolarmente fiero e che è stato causa di affettuose proteste delle mie sorelle, ma da lei ho ricevuto soprattutto lo sguardo, la luce della fede, senza parole ma con la paziente fedeltà di ogni giorno. E ricordando i miei genitori il pensiero corre ad un altro luogo, al piccolo cimitero di Caslino d’Erba dove riposano. Da quel luogo caro alla mia famiglia sono arrivati i fiori che ornano l’altare questa mattina.

Un altro luogo di questa geografia della memoria è Milano. Sull’immagine ricordo della mia ordinazione sacerdotale avevo scritto semplicemente, dopo il mio nome: prete per il servizio della chiesa che è a Milano. Sono stato preso in parola e da allora, per quarantatré anni con brevi eccezioni sono sempre stato in questa città. La prima esperienza nella parrocchia di san Gioachimo e le amicizie di allora dopo quarant’anni sono ancora vive, e poi lunghi anni in Università Cattolica accanto a grandi maestri e amici nello studio e nell’insegnamento. E poi Padova sempre per l’insegnamento universitario. In quella città ho trovato colleghi e amici carissimi, così come a Bassano e Marostica: oggi sono qui. E poi gli anni parigini, ancora studio e pratica pastorale in una grande metropoli. E di nuovo a Milano nel Collegio di via Statuto e nel quartiere di Brera dove ho stretto legami meravigliosi di amicizia. Diciassette anni indimenticabili con i miei studenti. Come vorrei dire i nomi di tutti per ringraziare, perché quello che sono e ho fatto lo devo a tutti voi amici di questa lunga storia. Ma tre nomi, devo ricordarli. Sento vicini in questo momento il dottor Brasca e il prof. Lazzati come lo sono stati in un frangente non facile della mia vita. Ed è qui vicino a me don Giovanni Barbareschi. Mi ha attribuito il titolo di ‘custode della sua vecchiaia’, in verità è lui che mi ha affettuosamente custodito in questi diciassette anni.

Una storia finisce e una nuova si apre e vorrei sognarla ad occhi aperti, leggendo la pagina evangelica di oggi. Ci parla di crocicchi di strade dove ripetere a tutti, proprio a tutti, buoni e cattivi una sola parola: Venite, siete attesi alla festa che è comunione con Dio e con tutti gli uomini e le donne che Dio ama. Sarebbe bello essere sempre più chiesa dei crocicchi delle strade, dove la gente va e viene e si incontra, per dire a tutti solo la gioia dell’Evangelo. Non è forse questo lo stile che il nostro don Angelo ha proposto con discrezione ed efficacia a questa comunità? Chiesa dei crocicchi, luogo di incontro aperto, come i rami dell’albero ospitale per gli uccelli del cielo.E ancora nell’Evangelo di oggi leggo una seconda parola preziosa per la nuova storia che inizio.

A dire il vero verrebbe voglia di fermarsi sulla soglia della grande sala piena di gente che fa festa, immagine di una umanità riconciliata. Ma il testo continua e sembra francamente sgradevole per quel poveretto buttato fuori perché sprovvisto dell’abito da cerimonia. Ma non è evidentemente un problema di etichetta, di galateo. L’abito rinvia alle disposizioni interiori, agli stili di vita, ai comportamenti. San Paolo ripetutamente ci invita a spogliarci dell’uomo vecchio per rivestirci della novità di Cristo. Sarebbe bello essere una comunità di null’altro preoccupata se non di rivestirsi di Cristo, una comunità nella quale ci si aiuta reciprocamente per una sempre e più grande fedeltà a Lui, a Lui soltanto. Chiesa dei crocicchi, chiesa che di nient’altro si veste se non del suo Signore.

Scriveva Antoine de st-Exupery, l’autore del Piccolo Principe: «Se vuoi costruire una imbarcazione, dopo aver raccolto la ciurma, non preoccuparti di organizzare il lavoro, fissare i compiti, procurare il legname e le vele; prima suscita nella tua ciurma la nostalgia del mare aperto, sconfinato. Allora tutti si metteranno al lavoro». Il mio amato mare di Sardegna è lontano eppure io vorrei destare in voi e in me la nostalgia di sconfinati orizzonti.



Saluto del Vicario Episcopale della città di Milano,
Sua Ecc.za mons. Erminio De Scalzi
per l’immissione nel ministero di parroco di don Giuseppe GRAMPA

La parrocchia di S. Giovanni in Laterano è lieta di accogliere, in forma solenne e ufficiale, il suo nuovo pastore nella persona di don Giuseppe Grampa.

Classe 1942, nato a Busto Arsizio, vicario parrocchiale a S. Gioachimo in Milano, docente di Filosofia delle Religioni all’Università di Padova e all’Università Cattolica di Milano - Facoltà di Scienze Politiche; rettore del Pensionato Arcivescovile S. Paolo dal 1991 al 2008 a Milano; collaboratore dell’Ufficio Comunicazioni Sociali della Curia Arcivescovile; direttore del periodico “Il Segno”. Ora felicemente parroco di S. Giovanni in Laterano dove metterà al servizio di questa comunità tutte le sue doti di intelligenza e di cuore.

Questa parrocchia accoglie il suo nuovo parroco innanzitutto con fede, perché egli è segno dell’attenzione e della cura di Gesù Buon Pastore per la sua Chiesa. E lo fa con simpatia e con gioia, perché ha già avuto modo di conoscere don Giuseppe nelle sue doti di squisita umanità e profondità e semplice spiritualità.

Credo che, in questo momento, nel cuore di don Giuseppe ci sia, sotto la sua apparente tranquillità, un poco di trepidazione. Ma vorrei rassicurarlo, perché conosco bene questa parrocchia. Egli può contare sull’aiuto di tante persone: i sacerdoti suoi confratelli – don Paolo, don Alberto, don Giorgio – i sacerdoti del decanato, i tanti laici presenti e quanti egli potrà chiamare ad essere non semplici collaboratori, ma responsabili.

Vorrei fare a don Giuseppe tre semplici auguri.

Il Signore ti doni un cuore grande, capace di amare e di accogliere tutti: piccoli e grandi, giovani e anziani, poveri e ricchi, intelligenti e semplici. Guarda a questa comunità con occhio paziente, caritatevole, misericordioso, amico e propositivo. Sappi riconoscere il bene profondo e il bisogno di Dio che consapevolmente o inconsapevolmente abita il cuore di tante persone della città. Sono sicuro che ai fedeli di S. Giovanni in Laterano darai tutto il bene che ti so capace di donare, sapendo che nessun cuore è lasciato così libero per tutti gli affetti veri e sinceri, quanto il cuore di chi ha scelto Dio.

Ti auguro di essere un uomo di tanta umanità, un credente dalla fede umile e profonda e un prete di grande carità pastorale. Sì, perché il prete, prima di essere prete è un uomo, un credente tra i credenti. Usa tutte le tue forze per metterle a disposizione dell’annuncio del Vangelo. Senza nulla togliere alle esigenze del Vangelo, tutti, attraverso la tua vita, sappiano che questo Evangelo è “grazia e misericordia”.

Ti auguro di essere il prete di tutti. Non lasciarti sequestrare da nessuno; sii capace di comporre, nel tuo impegno pastorale, l’inevitabile tensione fra “custodia di chi c’è” e “ricerca di chi manca”, e sono i più. Vorrei che tutta la tua comunità sentisse con te questa ansia missionaria. Non aver paura di sbilanciarti nella ricerca di chi non c’è... I tuoi di fedeli sanno che lo fai perché la festa del ritrovarsi sia più partecipata e più grande.

Vorrei, ora, fare memoria di alcune persone: delle tue sorelle, i tuoi cari qui presenti, ed in particolare del fratello Vescovo; di papà e mamma, che sento, in questo momento, le persone a te più vicine.

Un ricordo riconoscente per don Angelo Casati, tuo predecessore. A lui va la gratitudine dell’intera diocesi. Egli ha custodito questa comunità che ora ti affida come quell’albero grande e frondoso nato dal piccolo ma possente seme del vangelo, che per più di 22 anni ha offerto ospitalità fra le sue fronde a tantissime persone, attratte dalla sua frescura, protette dalle sue foglie, ma sospinte a cielo aperto dal vento che agita le sue fronde.

Don Angelo, scriveva don Giuseppe, lascia come preziosa eredità a questa parrocchia due tratti della sua personalità che don Giuseppe so capace e felice di continuare: la cura per le relazioni con le persone e la cura per la Parola di Dio. Auguri, don Giuseppe.

 




Saluto di sua Ecc. mons. Pier Giacomo Grampa,
vescovo di Lugano
all’ingresso di don Giuseppe domenica 12 ottobre

Sarebbero tante le cose che il fratello, vescovo, vorrebbe dire a don Giuseppe, diventato parroco, ma riassumo il mio saluto augurale in tre parole: gioia - trepidazione - fiducia.

Gioia. Un vescovo è convinto che la cura pastorale di una comunità sia il vertice del ministero sacerdotale. Allora non posso che gioire per questo traguardo raggiunto da don Giuseppe, senza nulla togliere ai delicati e preziosi servizi svolti finora. Questo nuovo impegno rappresenta la pienezza e testimonia la maturità raggiunta. Non posso che gioire, sicuro che con me gioiscono le sorelle e i familiari, gli amici e dal cielo anche papà e mamma che partecipano con noi a questa gioia.

Trepidazione per la consapevolezza che si tratta di un impegno complesso e non facile nel contesto storico contemporaneo, nell’ambito di una grande città come Milano e in una successione particolare, quella di un parroco carismatico come è don Angelo Casati.

Fiducia basata sulla fiducia che il tuo cardinale ti ha dimostrato; per i buoni maestri che hai avuto; per le preziose amicizie che hai coltivato. Non faccio nomi perché correrei il rischio di dimenticare qualcuno, ma tu li hai ben presenti tutti. Ma fiducia anche per le esperienze maturate, per gli esempi ricevuti e dati di fedeltà alla Chiesa, di attenzione al mondo, di sensibilità aperta verso gli uomini fratelli: soprattutto i più bisognosi nella ricerca intellettuale, nelle difficoltà esistenziali. Fiducia perché ti accompagna la protezione della Madonna dell’aiuto e di San Calogero che hai amato con filiale fedeltà; ti sono vicini amici sicuri ed anche i tuoi di casa restano sempre un appoggio fidato.

Don Giuseppe, coraggio; conduci al largo, in mare aperto, la barca della tua nuova parrocchia, apri le vele e fa’ che a spingerla sia solo il soffio dello Spirito Santo, nella gioia e con fiducia.

 



Le paure che sono in noi

Giovedì 6 novembre si è aperta in parrocchia la nuova edizione della Cattedra dei non credenti, in continuità, come l’ha presentata don Giuseppe, con la Cattedra martiniana e sulle tracce del suo proseguimento, condotto per tanti anni da don Angelo: unica esperienza del genere in Milano.

Il tema della serata: “Le paure che ci abitano” ha avuto come relatrice la prof.ssa Silvia Vegetti Finzi psicologa e docente di psicologia dinamica all’università di Pavia.

Silvia Vegetti Finzi introduce il tema tratteggiando una storia delle origini della paura.
Dalla paura che appartiene a tutti gli animali (la paura del pericolo immediato che fa scattare meccanismi di autodifesa di fronte all’aggressore o all’evento naturale), si passa alla paura che appartiene solo all’uomo: quella che nasce dalla riflessione, dal pensiero.

In questa trasformazione, alla paura che ha per oggetto gli elementi naturali e un pericolo incombente, si aggiunge nell’uomo la paura del rapporto con gli altri.

Questo passaggio è testimoniato da un documento fondamentale della nostra cultura occidentale: l’Iliade. Achille ha paura di non essere più riconosciuto come autorevole, come eroe; teme di perdere l’onore; teme il disonore. Da questa paura traggono origine le vicende successive, come recita la traduzione del Pindemonte: “Cantami o diva del Pelìde Achille l’ira funesta…”.

Nasce così la cultura della paura, cioè una cultura che usa la paura per costringere, condizionare la libertà degli altri.

L’animale ha pulsioni. Anche all’uomo, in quanto animale, appartengono pulsioni, di tipo essenzialmente erotico ed aggressivo. Ma nell’uomo le pulsioni trovano forme narrative che le rendono pensabili, raccontabili, condivisibili. La pulsione pensata, narrata diventa passione. Nasce la nostra cultura occidentale: la cultura della paura che governa le relazioni e le istituzioni. La tragedia greca testimonia che le passioni appartengono alle persone che hanno potere, come il re e la regina (mai agli schiavi o ai bambini), e il luogo in cui vengono rappresentate è la reggia, in una dimensione corale che tutto coinvolge.

Nella storia le passioni riconducibili all’orizzonte dell’attesa, cioè la paura e il suo opposto, la speranza, rimangono costanti, invariate, anche se mutano i copioni, i codici, i riti; cambiano le espressioni, non il nostro patrimonio passionale.

Nel medioevo, ad esempio, la paura si rappresenta come paura della dannazione, cui fa riscontro la speranza della salvezza.

È Spinoza, nel Seicento, con il suo trattato delle passioni, a mettere in guardia nei confronti delle passioni dell’attesa: paura e speranza, appunto. Passioni negative che distraggono dal presente, dall’impegnarsi qui e ora nella città terrestre.

Oggi il quadro appare diverso: la speranza è a breve tempo. Le religioni l’hanno spostata dal celeste al sociale; e la politica ha abbandonato le grandi utopie e si è ridotta ad amministrazione del contingente.

È l’epoca delle passioni tristi, secondo l’espressione di Baruch Spinoza: domina il grigio, il volare basso; non più tragedie corali nella reggia, ma soliloqui nella stanza chiusa, come testimonia il teatro intimistico e borghese del ‘900. Partiti da Eschilo si arriva a Ibsen.

In questo scenario, l’elezione di Barak Obama appare come un clamoroso segnale in controtendenza: la vittoria del ritorno al sogno e alla speranza.

Il venire meno della speranza alimenta la paura. Allora si tenta di negarla o di proiettarla al di fuori di noi su qualcosa o qualcuno che possa essere individuato come responsabile, perché questo ci rassicura.

Tuttavia ci sono eventi di tale portata, come le Twin Towers, lo tsunami, o la strage di Beslan, che ci fanno consapevoli che la morte non si può rinchiudere negli ospedali o circoscrivere nei cimiteri.

Così la paura prende nuove forme: diventa paura della paura, paura fluttuante. Ansia di niente e di tutto.

È una cultura in cui si cede alle passioni tristi, specie tra i giovani, al senso di inadeguatezza, di vergogna per la distanza dai modelli di efficienza e di bellezza che ci vengono continuamente proposti. Il tutto vissuto in una grande solitudine, senza possibilità di narrazione e di condivisione, perché manca lo scambio naturale tra i pari attraverso il gioco e la libera aggregazione, e perché i genitori non hanno più il tempo per educare. 4000 suicidi di giovani tra i 16 e i 24 anni l’anno scorso: la maggiore causa di morte dopo gli incidenti stradali.

Una strada possibile: l’alleanza tra le generazioni riscoprendo l’importanza della relazione nonni – nipoti, come Silvia Vegetti Finzi descrive nel suo ultimo libro Nuovi nonni per nuovi nipoti – la gioia di un incontro.

I nonni di oggi, quelli che hanno fatto il ‘68, devono tornare a raccontare per insegnare a sperare e uscire dalla paura, dalle fobie, dalla depressione.

Una bella testimonianza di una mamma che ha ritrovato le memorie del padre sopravvissuto alla ritirata di Russia e le ha riproposte al figlio per una loro diffusione, fanno da chiusura alla serata, insieme ad una citazione di Emily Dickinson.

Ornella Zanda



Per una Chiesa audace
sul nuovo libro del Card. Martini Conversazioni notturne a Gerusalemme. Mondadori, Milano 2008.

I protagonisti di questo piccolo libro sono entrambi gesuiti - uno conosciuto in tutto il mondo sia come studioso della Bibbia sia attraverso i suoi libri, che è stato dal 1980 al 2002 nostro arcivescovo e che all’ultimo conclave era considerato “papabile”; l’altro, Georg Sporschill più impegnato sul versante sociale, che prima a Vienna si è occupato di giovani e adulti senza tetto e poi da parecchi anni nell’Europa dell’Est (soprattutto Romania, Moldavia e Bulgaria) ha dato vita a istituzioni per i ragazzi di strada –. I due non si conoscevano personalmente, ma il luogo di incontro è stato il Pontificio Istituto Biblico di Gerusalemme dove il Cardinale si era ritirato dopo aver lasciato la diocesi di Milano. I due vivono in mondi diversi, ma sono uniti da legami come la fede, l’appartenenza al medesimo ordine e la preoccupazione appassionata per il futuro della Chiesa e, soprattutto, quale futuro ci potrà essere per i giovani. Il dialogo offre risposte alle domande dei giovani, cerca soluzioni a problemi incalzanti, non lascia da parte temi scottanti. È dalla vita che nascono le domande, le risposte risuonano spesso sbalorditive e anticonvenzionali - non distanti accademicamente o preconfezionate con un linguaggio untuoso o clericale –. Che ciò provenga da un Cardinale può anche suscitare meraviglia. Ma noi abbiamo conosciuto la singolare libertà e franchezza del nostro Arcivescovo. I colloqui restano su un piano intellettuale, forse meno esigente degli incontri fatti dal Cardinale Martini durante le sessioni della Cattedra dei non credenti, da lui voluta negli anni del suo episcopato. Ma non per questo sono meno coinvolgenti ed interessanti. Il sottotitolo: “sul rischio della fede” è un invito ad una fede viva, che deve saper rischiare e non deve avere paura.

Padre Bartolomeo Sorge, gesuita, così presenta il volume:
Che fine ha fatto la Chiesa coraggiosa e aperta, di cui il Concilio Vaticano II aveva tracciato il profilo? È la domanda che oggi molti si pongono. Le risposte manifestano più delusione e preoccupazione che fiducia e speranza. La Chiesa - si dice - oggi non guarda più al futuro, ma al passato. E si citano l’involuzione in atto nei confronti della riforma liturgica; l’impasse del movimento ecumenico; l’insistenza sui «valori non negoziabili» che ostacola il dialogo; gli interventi della Gerarchia che condizionano l’autonomia dei laici in politica. In realtà, non ci si può fermare a questi (e altri) casi, per quanto significativi. La questione è più di fondo.

Una risposta seria viene ora dal volume, fresco di stampa, del card. Carlo Maria Martini. È un condensato della ricca esperienza dottrinale, spirituale e pastorale del Cardinale, che si traduce in un chiaro invito al coraggio e alla speranza. Non è senza significato che, per lanciare questo messaggio, egli si rivolga ai giovani. Il vero pregio della lunga intervista sta certamente nella sensibilità pastorale che Martini dimostra verso il mondo giovanile e i suoi problemi, ma in realtà il messaggio riguarda tutti.
Con la parresia evangelica che lo contraddistingue, il Cardinale inizia rilevando che oggi «vi è un’indubbia tendenza a prendere le distanze dal Concilio. Il coraggio e le forze non sono più grandi come a quell’epoca e subito dopo». Come mai? «È indubbio - riconosce - che nel primo periodo di apertura alcuni valori sono stati buttati a mare. La Chiesa si è dunque indebolita»; pertanto non devono sorprendere le paure e le resistenze di molti: «Posso ben comprendere le loro preoccupazioni se solo penso a quanti in questo periodo hanno abbandonato il sacerdozio, a come la Chiesa sia frequentata da un numero sempre minore di fedeli e a come nella società e anche nella Chiesa sia emersa una sconsiderata libertà» (p. 103). Tuttavia, i limiti del postconcilio non tolgono nulla alla grandezza dell’evento conciliare. Nonostante tutto - conclude Martini - «Dobbiamo guardare avanti. […] credo nella prospettiva lungimirante e nell’efficacia del Concilio» (p. 104).
Talune riflessioni contenute nel libro potranno risultare ostiche e discutibili. Non è un caso che i mass media insistano soprattutto su quanto Martini ha detto circa l’ordinazione di viri probati per fare fronte alla crisi di sacerdoti (p. 100); a proposito della «timidezza» della Chiesa nella valorizzazione piena della donna (p. 108); sulla ripresa del dialogo ecumenico e interreligioso (p. 112); intorno al tema della sessualità (p. 91 ss.). In realtà, il contributo più importante del libro è la «ventata» di fiducia e di speranza che da esso emana e si trasmette a chi legge. Il vero messaggio del lungo dialogo con i giovani si può riassumere in tre prospettive, che costituiscono la chiave dell’intero colloquio: 1) la necessità per i cristiani di «pensare in modo aperto»; 2) il bisogno che la Chiesa ha di riscoprire il ruolo dei giovani; 3) l’urgenza di costruire una nuova «cultura della relazione».

1. «Pensare in modo aperto»
L’invito a «pensare in modo più aperto» (p. 21) è esplicito e continuo. Esso richiama alla mente il «sogno» di cui l’Arcivescovo parlò, nel 1999, al Sinodo dei Vescovi d’Europa. Martini non chiedeva un Concilio Vaticano III, come erroneamente gli attribuirono i mass media; auspicava invece la convocazione, di tempo in tempo, di assemblee rappresentative di tutto l’episcopato per affrontare i nodi che il Concilio non aveva risolto. Oggi, a dieci anni di distanza, il Cardinale fa rivivere con parole diverse il medesimo «sogno» di una Chiesa coraggiosa e aperta. «Un tempo - dice - avevo sogni sulla Chiesa. Una Chiesa che procede per la sua strada in povertà e umiltà, una Chiesa che non dipende dai poteri di questo mondo. Sognavo che la diffidenza venisse estirpata. Una Chiesa che dà spazio alle persone capaci di pensare in modo più aperto. Una Chiesa che infonde coraggio, soprattutto a coloro che si sentono piccoli o peccatori. Sognavo una Chiesa giovane. Oggi non ho più questi sogni. A settantacinque anni mi sono deciso a pregare per la Chiesa» (p. 61 s.). Il libro, però, lo smentisce. Dal lungo colloquio con i giovani traspare un Cardinal Martini capace, come sempre, di «pensare in modo aperto». Nonostante gli anni e la malattia, continua a «guardare avanti», a sognare, esortando i cristiani a fare altrettanto. Questa volta, però, insiste sul criterio educativo fondamentale a cui ispirarsi perché il «sogno» divenga realtà: «Il fondamento dell’educazione cristiana - dice - è la Bibbia […]. Non pensare in modo biblico ci rende limitati, ci impone dei paraocchi non consentendoci di cogliere l’ampiezza della visione di Dio» (p. 20). Il pericolo nel quale si può incorrere (anche nella Chiesa) è quello di lasciarsi condizionare dalla «mentalità ristretta» dell’individualismo imperante, dalla paura del diverso e dall’indifferenza per i bisogni dell’altro, preoccupati soltanto di guardare a se stessi, fino a fare di se stessi un assoluto.
È necessario, dunque, formarsi alla scuola della Parola. Infatti, spiega Martini, «in tutta la Bibbia, Dio ama gli stranieri, aiuta i deboli, vuole che soccorriamo e serviamo in diversi modi tutti gli uomini» (p. 20). Secondo la Bibbia, neppure le istituzioni, comprese quelle ecclesiali, sono un assoluto: certo, ne abbiamo bisogno, ma Dio non si può ridurre a esse: «Non puoi rendere Dio cattolico. Dio è al di là dei limiti e delle definizioni che noi stabiliamo» (p. 20). «Per proteggere questa immensità [di Dio] non conosco modo migliore che continuare sempre a leggere la Bibbia» (p. 21). È importante la formazione biblica, per imparare a «pensare in modo aperto». Questa, oggi, è una necessità, se «dobbiamo aiutare il mondo a trovare una direzione […], [se] dobbiamo decidere dove la società debba andare» (ivi); altrimenti si rimane asserviti alle mode culturali del momento e a tendenze ideologiche, che rendono incapaci di discernimento e di iniziative efficaci.
Ugualmente, se manca una formazione biblica, non è possibile progredire nel cammino con le altre confessioni religiose: non basta infatti essere informati, leggere e studiare. In proposito, Martini dà ai ragazzi un consiglio molto pratico: «Fatti invitare a una preghiera dal tuo interlocutore e un giorno portalo con te a messa. Se vuoi entrare in un altro mondo religioso, hai bisogno di un amico che ti accompagni. Questo non ti allontanerà dal cristianesimo, anzi renderà il tuo essere cristiano più profondo. Non avere paura dello straniero» (p. 28). Più conosceremo i fedeli di altre confessioni, più saremo tenuti a dare ragione della speranza e della fede che sono in noi. Così facendo, ameremo ancora di più la Chiesa: «Sarai felice di essere cattolico, e altrettanto felice che l’altro sia evangelico o musulmano. Queste diverse famiglie esistono per aiutare il maggior numero possibile di persone a trovare una patria in Dio» (p. 33). «Nella gioventù, cristiani e musulmani possono imparare con ancor maggiore facilità a convivere, a comunicare nella fede e a servire insieme l’umanità» (p. 46).
Ma il fondamento di questo «pensare in modo aperto» dovrà sempre essere la formazione biblica. Solo così infonderemo nei giovani gioia e coraggio, proponendo loro non solo riflessioni teoriche, ma anche grandi traguardi concreti.

2. Riscoprire il ruolo dei giovani
Il libro rende ragione di questo approccio positivo verso i giovani da parte del Cardinale. Esso sta sostanzialmente nella capacità di ascolto. Nessuno - spiega Martini - può essere considerato «oggetto» di pastorale. Tanto meno i giovani: «Sono soggetti che stanno di fronte a noi, con cui cerchiamo una collaborazione e uno scambio. I giovani hanno qualcosa da dirci. Essi sono Chiesa, a prescindere dal fatto che concordino o meno con il nostro pensiero e le nostre idee o con i precetti ecclesiastici. Questo dialogo alla pari, e non da superiore a inferiore o viceversa, garantisce dinamismo alla Chiesa» (p. 47). Il Cardinale insiste molto su questa metodologia pastorale per avvicinare i giovani d’oggi: «Il metodo giusto non è predicare alla gioventù come deve vivere per poi giudicarla con l’intenzione di cercare di conquistare coloro che rispettano le nostre regole e le nostre idee. La comunicazione deve cominciare in assoluta libertà […]. L’essere umano che incontro è fin dal principio un collaboratore e un soggetto. Dialogando insieme giungiamo a nuove idee e a nuovi passi condivisi» (p. 59 s.).
A questo proposito, Martini fa due affermazioni coraggiose. La prima riguarda l’importanza del ruolo critico (o profetico) che i giovani, per loro stessa natura, sono chiamati a svolgere nella Chiesa e nella società: «La generazione più giovane verrebbe meno al suo dovere se con la sua spigliatezza e con il suo idealismo indomito non sfidasse e criticasse i governanti, i responsabili e gli insegnanti. In tal modo fa progredire noi e soprattutto la Chiesa» (p. 60). Ovviamente la funzione critica non contrasta con la necessità che i giovani hanno di essere aiutati e accompagnati. Il problema, appunto, è come formarli: non imponendo loro una educazione, quasi siano incapaci di giudicare e di scegliere - insiste il Cardinale -, ma considerandoli sul serio collaboratori responsabili della loro stessa crescita umana e spirituale.
La seconda affermazione, che farà discutere, è contenuta nella risposta a un giovane che gli chiede se non abbia mai avuto paura di prendere decisioni sbagliate: «Alcune decisioni prese sono senz’altro da riconsiderare - risponde -. Ma […] ritengo che una scelta sbagliata sia preferibile a non scegliere affatto», perché, in fondo, una decisione sbagliata si può anche correggere; «mi angustiano, invece, le persone che non pensano, che sono in balìa degli eventi» (p. 64). Lo stesso - pare di capire - si deve dire dei giovani: è meglio che abbiano un ideale sbagliato, piuttosto che non ne abbiano alcuno; l’ideale sbagliato certo è pericoloso, perché conduce fuori strada; ma si può correggere. Invece, un giovane senza ideale, è già vecchio; non nel senso che gli anziani non abbiano ideali, ma nel senso che senza ideali la giovinezza è bruciata. «Vorrei individui pensanti - conclude -. Questo è l’importante. Soltanto allora si porrà la questione se siano credenti o non credenti» (ivi).

3. Costruire una «cultura della relazione»
La terza prospettiva aperta dal dialogo di Martini con i giovani costituisce il cuore di tutta l’intervista. Non è un caso che essa si trovi nella risposta alla difficile domanda sull’enciclica Humanae vitae e sulla barriera che il divieto della pillola e della contraccezione affermato da Paolo VI avrebbe eretto tra la Chiesa e la gioventù. «L’enciclica - risponde il Cardinale - ha posto in giusta evidenza molti aspetti umani della sessualità. Oggi, tuttavia, abbiamo un orizzonte più ampio in cui affrontare le questioni della sessualità» (p. 92). E qui il Cardinale introduce la prospettiva di una «nuova cultura della tenerezza» (o della relazione), che si dovrà elaborare nella direzione di una convivenza cristiana; di essa il Cardinale coglie i primi segni nei discorsi che oggi si fanno in tema di sessualità. In che cosa consiste questa nuova cultura? Movendo dal principio evangelico secondo cui ogni rinuncia può essere solo conseguenza di amore e abnegazione, Martini parla di un modo positivo - migliore di quello seguito fin qui dalla Chiesa - per affrontare i temi delicati della sessualità, della vita e dell’amore. «In confronto a quando ero giovane, oggi il mondo è assai diverso, quanto meno più aperto e sincero. Una volta non si poteva e non si voleva quasi parlare dell’argomento sessualità, era relegato al confessionale e all’ambito della colpa. Non è quello il posto che gli compete, lo è solo quando si tratta davvero di colpa e di problemi. Oggi c’è una grande spigliatezza. Nell’incontro e nel dialogo tra genitori, figli e figlie, adulti e bambini, vedo un’opportunità per una sessualità sana e umana» (p. 96). «La dedizione - dice Martini - è la chiave dell’amore: questo per me è fondamentale. L’essere umano è chiamato ad andare oltre se stesso. Ciò significa essere presente per gli altri e avere bisogno di loro. La dedizione, tuttavia, riguarda anche la trascendenza. Possiamo salire da un livello a un altro superiore. Nell’amore coniugale è insita questa dinamica, che parte dall’elemento animale e dalla riproduzione della specie, ma ha uno scopo. Tramite l’amicizia e la collaborazione, la protezione dei deboli e l’educazione, la trascendenza conduce al regno di Dio. Nella dedizione di sé gli esseri umani si aprono a Dio. Nell’incontro fisico si tende verso questo traguardo. Guardare la meta è più importante che domandarsi se sia permesso o se sia peccato» (p. 95). «Se vogliamo proteggere la famiglia e promuovere la fedeltà coniugale,dobbiamo rivedere il nostro modo di pensare. Illusioni e divieti non portano nulla» (p. 96). «Soprattutto in queste problematiche profondamente umane, come sessualità e corporeità, non si tratta di ricette, ma di percorsi che iniziano e proseguono con le persone» (p. 97). Ecco perché «la Chiesa deve lavorare a una nuova cultura della sessualità e della relazione» (p. 99).
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Nella Comunità parrocchiale:

hanno ricevuto il Battesimo

SOFIE GIORGIA GOLDFARB
ANDREA DAMIANI
MARCO ALESSANDRO COCCHI
MARTA MEANTI
CLAIRE MARIA ELVIRA FAPOM
GREGORIO EMANUELE TURNER
MIREA VIOLA GALLOTTI
GIOVANNI MORA
FEDERICO SPADOLA
CAROLINA MARIA TRALDI LE



abbiamo affidato ai cieli nuovi e alla terra nuova

SERGIO GRONDA (a. 76)
CAROLINA FORNENGO ved. COLOMBINI (a. 99)
ELENA ELLI ved. AMBROSO (a. 92)
GIUSEPPE CORTEMIGLIA (a. 92)
ROLANDO FIORELLI (a. 77)
CAMILLA FACCO (a. 92)
MARIA LUISA VALENTE ved. NEMES (a. 86)
CARLO LENTI (a. 80)
ERNESTINA CATTANEO ved. TRISOGLIO (a. 93)




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