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Come albero   

  notiziario mensile parrocchiale

SETTEMBRE 2012


AL SIGNORE DELLA CROCE

Gesù, che nel buio sulla terra e nel buio del sepolcro hai chiesto a Dio perché ti aveva abbandonato, e nel buio del sepolcro rimani in attesa della risurrezione, facci intravvedere che non c’è abisso da cui non sia possibile invocare Dio.

Ricordaci che le nostre prove fisiche, spirituali e morali sono parte del tuo Venerdì Santo e che tu le vivi con noi e le superi in noi.

Tu, che, lacerato e straziato dal dolore, hai elevato un alto grido prima di morire, accogli il nostro grido, concedici di giungere all’ultimo giorno della nostra esistenza terrena con la volontà di consegnare nelle mani del Padre il nostro spirito, la nostra vita e la nostra morte.

Signore della croce, aiutaci a riconquistare ogni giorno la legge del morire a noi stessi per vivere il primato assoluto di Dio, di Te e del tuo Vangelo.

Carlo Maria Martini,
Via Crucis, ed. San Paolo, 2011, pag. 106


 

UNA CORDA A TRE CAPI
anno della fede, cinquant'anni del Concilio,
memoria del cardinale Martini

Mercoledì 19 settembre. Scrivo queste righe accompagnato da una pioggia fitta e insistente: l’estate sembra davvero finita. I nostri ragazzi hanno iniziato l’anno scolastico, anche l’anno calcistico, il campionato occupa i fine settimana… e anche per la comunità cristiana questo è tempo di ripresa. Un nuovo anno.
Il Papa Benedetto ha proposto a tutta la Chiesa di vivere questo anno come anno della fede, anno di riscoperta del dono della fede e del compito di trasmetterla alle nuove generazioni.
Il prossimo undici ottobre saranno cinquant’anni dall’apertura del concilio ecumenico Vaticano II. Il nostro Consiglio pa- storale, prima dell’estate, ha scelto di celebrare insieme queste due ricorrenze: anno della fede e anniversario del Concilio. Vogliamo rileggere quelle parole del Concilio che, a distanza di mezzo secolo, continuano ad essere uno stimolo a vivere in modo più maturo e consapevole la nostra fede.
Ma un terzo avvenimento segna queste settimane: lo scorso 31 agosto si è spento il cardinale Carlo Maria Martini, per ventidue anni nostro arcivescovo. Nelle pagine che seguono trovate alcune voci che ne ricordano la figura. Ho pensato allora di dedicare alla sua memoria gli incontri che nel corso di questo anno della fede ci accompagneranno nella riscoperta del Concilio: anno della fede, cinquant’anni del Concilio e memoria del cardinale Martini.
Tre eventi che si stringono a formare un’unica solida fune. Come dice la Scrittura Sacra: «una corda a tre capi non si rompe tanto presto» (Qo 4,12).
Invito la nostra comunità e gli amici che pur non abitando il nostro quartiere seguono con stima e affetto la vita della nostra parrocchia alla CATTEDRA DEL CONCILIO.

Lo scorso 24 luglio con il mio amico don Giovanni Barbareschi mi recai a Gallarate per salutare il Cardinale. Dopo la celebrazione della messa lo accompagnammo nel suo appartamento e, facendomi coraggio, gli chiesi di poterlo riprendere con una cinepresa. Mi sarebbe piaciuto, infatti, inaugurare la nostra Cattedra del Concilio con la registrazione video di qualche suo pensiero sul Concilio. Con mia grande sorpresa il Cardinale aderì immediatamente alla mia proposta, forse perché il titolo ‘Cattedra del Concilio’ evocava in lui il ricordo di una sua importante iniziativa: la cattedra dei non credenti. Nell’Aula Magna dell’Università statale il Cardinale per diversi anni ha dato voce a uomini e donne ‘pensanti’, che si interrogano seriamente. In ognuno di noi, diceva il Cardinale, c’è un credente e un non-credente che si interpellano, si confrontano, si misurano anche con le parole della fede.
Anche la nostra parrocchia con don Angelo riprese quella iniziativa. Quest’anno vogliamo mettere il Concilio in cattedra, stare in ascolto delle sue parole perché destino in noi la consapevolezza della nostra fede e rischiarino, se possibile, i nostri dubbi.
Il primo incontro sarà alle ore 21 di mercoledì 10 ottobre, vigilia dell’apertura del Concilio cinquant’anni fa. Il professor Saverio Xeres, docente di storia della Chiesa nella facoltà teologica di Milano traccerà il quadro storico nel quale il Concilio si è collocato.
La lezione sarà preceduta da un video che ci restituirà le immagini di quel primo giorno, la figura paterna di Giovanni XXIII, le parole indimenticabili che al termine di quella giornata inaugurale, pronunciò dalla finestra del suo appartamento e, dono prezioso proprio per la nostra comunità, le ultime immagini del cardinale Martini riprese lo scorso 24 luglio, un mese prima della morte. Sarà, ne sono certo, una intensa emozione rivedere questi volti tanto amati.
La cattedra proseguirà con cadenza mensile e posso solo anticiparvi alcuni nomi: Enzo Bianchi priore della Comunità di Bose, Giuseppe Laras, già rabbino capo a Milano, Andrea Grillo docente di liturgia a Padova, il pastore Paolo Ricca, teologo della Facoltà teologica valdese di Roma e padre Silvano Fausti, gesuita. Per ogni serata pensiamo di poter offrire anche un video che con materiale d’archivio ci permetta di rivivere la stagione conciliare.

La Cattedra del Concilio sarà la principale occasione formativa che la nostra comunità propone a tutti nel corso di questo anno e sono certo troverà ascolto attento da parte di tutti noi che amiamo questa nostra comunità. Nel video che aprirà la prima serata, in risposta alla domanda: A cinquant’anni dal Concilio quale è il ricordo più bello che lei ha?, il cardinale Martini afferma: «Io sono stato presente al Concilio non in quanto Padre conciliare, non ero vescovo, ma sono stato a Roma in quegli anni che sono stati i più belli della mia vita. Eravamo entusiasti, guardavamo al futuro, parlavamo con il mondo. È stata una bellissima esperienza». Anche noi, modestamente, con l’aiuto di maestri e testimoni affidabili tenteremo di riviverla. Ci vediamo il dieci ottobre, alle ventuno.

Intanto la pioggia che ha lavato Milano per tutta la mattina lascia il posto ad un pallido sole. Sarà di buon auspicio per questo anno.

don Giuseppe


Salutiamo il nostro parrocchiano
Mons. Carlo Redaelli
nominato Arcivescovo di Gorizia
venerdì 28 settembre in chiesa
ore 20.00 S. Messa celebrata da Mons. Redaelli
al termine rinfresco in oratorio

domenica 14 ottobre
Ingresso del nuovo Arcivescovo a Gorizia.
Per chi volesse partecipare è previsto un bus con partenza da piazza Bernini la mattina di domenica e ritorno nella notte.
Informazioni e iscrizioni in ufficio parrocchiale



NASCERE DALL'ALTO
omelia di don Giuseppe nella III domenica
dopo il martirio di San Giovanni il precursore
Domenica 16 settembre 2012
(Is 32, 15-20; Rm 5, 5b-11; Gv 3, 1-13)

 


 

NELLA LINGUA DI CIASCUNO
La lezione di Martini: la Parola di Dio prima di tutto


Dopo una lunga vita spesa a farsi eco della Parola di Dio, era rimasto quasi senza parole. Quando gli ultimi suoni che dovevano esserci consegnati – puri respiri, quasi – sono stati consegnati, il cardinale Martini ha consegnato anche lo spirito. L’ha consegnato a Dio, certamente. Ma tutte le sue parole, fino all’ultimo respiro, le ha prima consegnate a noi. Che cosa ci dicevano queste parole? E chi le eredita? E come deve fiorire il seme, ora che ha assolto il suo compito fino a nascondersi nella terra e morire?
Le sue parole dicevano, alla fine, una cosa sola: che c’è una sola Parola veramente degna di ascolto. Non era ancora stata così semplice e così possente, nei tempi della nostra giovinezza, questa primavera della Parola di Dio. Negli anni del nostro indecifrabile scontento, del nostro conflitto civile, delle nostre nevrosi ecclesiogene, questo primato dell’ascolto della Parola sull’eccitazione dei nostri progetti rivoluzionari, ci arrivò – in un primo momento – come una pietra lunare. E poi, poco a poco, si fece domestica. Incominciò a insegnarci la differenza fra la paura e la fede. Fra il giudizio degli uomini e il giudizio di Dio. Fra la stizza per il nostro sentirci abbandonati ai giochi delle potenze mondane, e la conquista di una indomabile determinazione a custodire la fede che vince il mondo. Amandolo, persino. Di fronte alla persuasiva suggestione di questa fiducia incrollabile nella Parola di Dio, alcune coscienze stravolte dalla convinzione di dover consegnare all’odio e alla violenza la regìa di una storia diversa, consegnarono – letteralmente – le armi. E molti, che avevano archiviato lo smarrimento di Dio, imparando a convivere con il vuoto, si persuasero di poterne parlare di nuovo.

Il primo erede delle parole di Carlo Maria Martini è, di diritto, la Chiesa. Nessuno, meglio della Chiesa, sa che cosa fare di questa eredità, e con questa eredità. La Chiesa, custode della Parola di Dio, discerne la sua tradizione. E sa che c’è un solo Maestro. Anche questo rispetto e questa obbedienza ecclesiale ereditiamo da Martini. La parola “discernimento” è diventata famosa proprio come una cifra caratteristica del suo insegnamento. Essa rimanda, per definizione, alla necessità di non farci presuntuose controfigure dell’autorevolezza della Parola di Dio, fronteggiando la Chiesa. Noi siamo parte, affettuosa e solidale, del discernimento della Chiesa. Non lo rendiamo più difficile, lo agevoliamo con le mille risorse dell’intelligenza di agape (1Cor 13, 4–13).
Ma l’eredità che la Chiesa riceve dai suoi servitori fedeli non è un geloso possesso, un orgoglioso sequestro. Molti uomini e donne proprio questo impararono dallo stile evangelico e umano di Martini. Furono colpiti con loro sorpresa dall’immagine di una Chiesa che non è avara dei suoi beni, a cominciare proprio dalla Parola di Dio. Impararono – e noi fummo costretti a ricordare – che la Chiesa non ha bisogno, né intenzione, di proteggere la Parola di Dio affogandola nel gergo di un linguaggio esoterico. Scoprirono che, dalla Pentecoste sino ad ora, l’autentica predicazione cristiana si fa intendere nella lingua di ciascuno. E dunque tutti possono rendersi conto che c’è, per ciascun essere umano, una Parola buona di Dio.

Questo ci basti, per dire una buona parola – una benedizione – su questo vescovo della Chiesa, e fratello nostro, che ha faticato al “remo della parola” di Dio (Lc 1, 2), fino a quando non ebbe finite le parole per insegnarcele. Le nostre parole, passano e muoiono, come devono. La Parola di Dio, però, se ne riscalda e vive. (Caro Cardinale Martini, tu sai che io sono stato il tuo teologo arruffaparole, al confronto con te, impareggiabile narratore della Parola. Eppure, non mi hai mai tolto la parola. Dio sa se non è un buon esempio di agape, questo. Dio ti benedica, indimenticabile fratello vescovo).

Mons. Pierangelo Sequeri,
preside della Facoltà Teologica di Milano



È MORTO UN PADRE DELLA CHIESA

La notizia dell’aggravamento delle condizioni di salute del card. Carlo Maria Martini mi raggiunse nel Monastero di Bose, dove mi trovavo per gli esercizi spirituali con un gruppo di preti. Bose è forse la fondazione che maggiormente ha percorso i cammini indicati dal cardinale per rivitalizzare la vita della Chiesa: ritornare alle sorgenti limpide e fresche della Sacra Scrittura, promuoverne la conoscenza, lo studio, la preghiera per immettere lo Spirito genuino della Rivelazione nelle stanche secche del fiume della Chiesa. Assieme ai monaci l’abbiamo accompagnato con la preghiera nel suo sereno transito. Poi nel viaggio di ritorno i pensieri e le emozioni si sono affastellate nella mia mente e nel mio cuore. Mi è impossibile ordinarle, occorrerà lasciarle sedimentare e riprenderle con maggiore lucidità e ponderatezza. Per me è stato un modello, un maestro, una guida e prima ancora un amico riservato e rispettoso come solo lui sapeva essere.

Mi ricordo quando lo incontrai a Gerusalemme, in occasione del primo pellegrinaggio da Vescovo nel 2004, ed egli salutandomi mi disse: “Adesso devi darmi del tu”. Questo era il card. Martini, un uomo autentico, schietto, genuino, da farmi ricordare l’apprezzamento di Gesù per un apostolo, Natanaele: “Questo è un autentico israelita in cui non c’è falsità” (Gv 1,47). Era limpido come i suoi occhi chiari. Volendo riassumere in una immagine la sua figura di religioso e di pastore, mi rifarei a quella di “Padre della Chiesa”. Martini non fu un vescovo fra tanti, fu un vero, autentico Padre della Chiesa, con una capacità di rivitalizzare una tradizione gloriosa come quella ambrosiana, della più grande diocesi del mondo, aprendole le ricchezze delle Sacre Scritture. Questo suo risalire alle origini, alle sorgenti fondanti ogni autentica fede, mi pare essere il merito maggiore che lo fece di conseguenza anche attento, aperto, dialogante con il suo tempo.

Oltre alla Scuola della Parola, che riempiva di migliaia di giovani il duomo di Milano, quella sua iniziativa della Cattedra dei non credenti indica l’attenzione, la cura e la premura di Martini per l’uomo contemporaneo, i suoi problemi, i suoi dubbi, le sue angosce, la sua ricerca fuori da schemi convenzionali. La capacità di ascoltare, di comprendere, di dialogare, di illuminare senza imporre, senza scomunicare, mi pare un pregio di cui portargli riconoscenza e gratitudine. Come un vero Padre della Chiesa che vuole dare la vita, rigenerare, aiutare tutti a ricominciare, per dare un senso compiuto agli smarrimenti ed inquietudini dell’uomo contemporaneo. Il suo Magistero occupa ben tre scaffali della mia biblioteca, è un tesoro su cui bisognerà ritornare come avviene per i Padri della Chiesa. Non posso non ricordare con viva commozione che da Arcivescovo emerito venne molte volte di giovedì, accompagnato dal mio segretario, in Ticino, per una breve passeggiata in località che amava rivedere; seguivano il pranzo in Curia e poi il rientro a Gallarate nella casa di riposo, di cui era ospite. Conservo nel cuore quegli incontri e quelle conversazioni lucide, serene, coraggiose. L’ultima volta che lo visitai a Gallarate mi regalò una raccolta di suoi scritti e interventi intitolati “Le ragioni del credere”.

Questo fu il Padre della Chiesa Carlo Maria Martini, offrire anche all’inquieto uomo moderno le ragioni della speranza che era in lui, che è il compito assegnato da Gesù a Pietro: offri le ragioni della speranza che è in te.

Mons. Pier Giacomo Grampa,
Vescovo di Lugano


IL MENDICANTE CON LA PORPORA

Se lo avesse voluto, magari attenuando qualche sua posizione riformatrice, avrebbe potuto varcare il soglio pontificio. Ma a Roma preferì Gerusalemme. E al potere, gli studi e la gente. Martini non è stato soltanto un grande arcivescovo di Milano, negli anni difficili del terrorismo e dello sgretolamento morale della Prima Repubblica. Non è stato soltanto il tenace promotore della cattedra dei non credenti, il teologo raffinato e anticonformista, l'oppositore creativo pur nella disciplina delle gerarchie ecclesiastiche. È stato soprattutto un padre comprensivo in una società che di padri ne ha sempre meno, pur avendone un disperato bisogno. Nessuno avrebbe mai immaginato che l'algido rettore gesuita, scelto da Giovanni Paolo II alla fine degli anni Settanta come successore di Sant'Ambrogio, così aristocratico e apparentemente freddo, avrebbe parlato al cuore di tutti, non solo dei fedeli, con tanta concreta semplicità. Delle molte lettere alle quali Martini rispose, negli anni in cui tenne la sua rubrica sul Corriere, fino al giugno scorso, rubrica che spiacque a Roma, ne vorrei ricordare una sola. Di un non credente, convinto però che «quella cosa bellissima che è la vita non ha potuto crearla nessun altro che un essere straordinario». Martini rispose così: «Nonostante la differenza tra il mio credere e la sua mancanza di fede siamo simili, lo siamo come uomini nello stupore davanti al creato e alla vita». Sono parole bellissime che disegnano il senso profondo di un destino comune. E interrogano la nostra coscienza, un «muscolo», diceva Martini, che va allenato.

Nel suo libro Le età della vita, il Cardinale ricordava un proverbio indiano che divide la nostra esistenza in quattro parti. Nella prima si studia, nella seconda si insegna, nella terza si riflette. E nella quarta? Si mendica, anche senza accorgercene. Il mendicante con la porpora ha avuto l'umiltà di dismettere i suoi abiti curiali e di condividere con noi timori e fatiche. E come un padre ha tentato di aiutarci a sciogliere i dubbi che ci assalgono «la notte, quando l'oscurità affina i sensi e l'immaginazione». A rispondere a quelle domande sui valori della vita che assomigliano a tanti «sassi che cadono nel buio del pozzo» e ad insegnarci, da grande comunicatore qual era, le insostituibili virtù del dialogo e dell'ascolto. In Conversazioni notturne a Gerusalemme, scritto con Georg Sporschill, Martini affrontò molti argomenti scomodi per la stessa Chiesa: dalla contraccezione all'adozione dei single, dalla comunione per i divorziati alle tematiche del fine vita, forse tra le cause del suo isolamento ecclesiastico. E il rifiuto finale di un accanimento terapeutico, quasi un testamento biologico, farà discutere e riflettere.

Nell'ultimo colloquio che avemmo, Martini, ormai senza voce, soffriva per gli scandali che scuotevano la Chiesa (indietro di 200 anni, dice nell'ultima intervista che pubblichiamo) e, pur su posizioni diverse, manifestava tutto il suo affetto e la sua vicinanza al Pontefice. Sarebbe un gesto altamente simbolico per l'unità della Chiesa, persino rivoluzionario, se lunedì in Duomo, per l'estremo saluto, ci fosse anche Benedetto XVI.

Ferruccio De Bortoli,
Direttore del Corriere della Sera

 


Saluto del card. Tettamanzi
a conclusione della Messa esequiale

Carissimi fedeli e amici tutti,
mi è difficile dire una parola in questo momento, tante sono le emozioni, tanti i ricordi che si accumulano, tante le voci ascoltate che si sono riversate in questi giorni come un fiume nel mio cuore. Sì, mi è davvero difficile parlare.
Il Cardinale Martini mi ha imposto le mani per la consacrazione episcopale. Lui è stato, per me come per tantissimi altri, punto di riferimento per interpretare le divine Scritture, leggere il tempo presente e sognare il futuro, tracciare sentieri per la missione evangelizzatrice della Chiesa in amorosa e obbediente docilità al suo Signore. Il cardinale Martini mi ha accolto come suo successore sulla cattedra di Ambrogio e Carlo consegnandomi il pastorale mentre mi diceva: “Vedrai quanto sarà pesante!”.

Mi è difficile parlare. Eppure vorrei in questo momento tentare di essere voce di questa Chiesa di cui il Cardinale Carlo Maria è stato, nel nome del Signore, padre, pastore, maestro, servo, intercessore, testimone della verità di Dio e della dignità dell’uomo. Che cosa dice oggi questa santa Chiesa di Milano? Dice: “Noi ti abbiamo amato! per il tuo sorriso e la tua parola, per il tuo chinarti sulle nostre fragilità e per il tuo sguardo capace di vedere lontano, per la tua fede nei giorni della gioia e in quelli del dolore, per la tua arte di ascoltare e di dare speranza a tutti: a tutti!” . Dice ancora questa Chiesa di Milano: “Noi ti amiamo e di fronte al mistero della morte professiamo la nostra fede nella Risurrezione e nella Comunione dei Santi, che non separa coloro che si amano ma li chiama a una più alta partecipazione alla gloria di Dio. Noi ti amiamo e sappiamo che ci sei e ci sarai vicino: sempre!”.
Dice di nuovo la nostra Chiesa: “Noi diamo lode a Dio insieme con te: ‘Benedetto il Signore, il Dio di Israele, che ha visitato e redento il suo popolo’. Noi diamo lode a Dio che ti ha donato di vivere secondo il tuo motto di Vescovo Pro veritate adversa diligere e che ti ha chiamato ad entrare ora nella gioia senza ombre attraversando nella fede e nella speranza la fatica del soffrire e del morire”.

“Noi ti abbiamo amato, noi ti amiamo, noi ci uniamo ora al tuo canto di lode. Continua a intercedere per tutti noi”.

 


“FESSURE”
ricordi della nostra amicizia con Padre Carlo

La fessura è un punto di vista privilegiato. Nella sua limitatezza non consente distrazione. L'attenzione rimane concentrata su un frammento, e succede che vedi la realtà e le persone attraverso le sfumature, i cenni, il non detto, un gesto, uno stile. È così, attraverso fessure, che lungo tutti i ventidue anni della sua permanenza a Milano, abbiamo conosciuto “Padre Martini”.

I primi tempi che ci conoscevamo, un giorno sento squillare il telefono, rispondo, sento la sua voce: “Pronto, sono Padre Martini...”. Voleva sapere se mi ero rimessa dalla forte emicrania del giorno prima. Ben presto fu sempre semplicemente Padre Carlo: nei momenti privati, di riposo, a casa nostra, a tavola, una volta anche il compleanno con le candeline. Andavamo a prenderlo in piazza Fontana, quasi furtivamente. Lui invece non faceva nulla di speciale per passare inosservato e così il vicino di casa si trovò a salire con noi in ascensore, un po' stupito.
Le vacanze le passava a Carezza, Dolomiti. Noi lì vicino. La montagna era un ambiente ideale per stare con lui: il tempo era disteso, governato solo da distanze e dislivelli, da sole e pioggia, la difficoltà della parete, la lunghezza del percorso, la lontananza del rifugio. Lì tutto era particolarmente semplice. Lui sapeva vivere tutto nella naturalezza più totale, eppure non gli apparteneva per niente lo spirito facile della compagnia, dello stare allegramente in gruppo. Diceva di sé : “Io non sono mai andato all'asilo. Dicono che si vede”. Semplicemente era libero, in qualsiasi situazione. Lo si capiva anche dalla sua completa fiducia verso gli altri: mai dubbi o riserve sulla scelta del percorso, sulle vie ferrate, sulle sicurezze in parete (e forse avrebbe avuto ragione di averne!). Sempre sereno o, al massimo, ironico. Vedevamo che per lui che ogni momento era un momento buono. Adesso lo capiamo meglio, ma allora ci spiazzava.
Come ci spiazzava la sua capacità di stare nella natura senza intellettualismi, osservandola e godendone per quello che era, non come metafora o rimando a realtà spirituali. Così sullo Schenon del Latemar poteva sdraiarsi e addormentarsi dietro ai suoi occhiali da sole, perché era stanco. Nel grande catino erboso del Larsec si tolse gli scarponi e celebrò la messa su una grande pietra. La corda da montagna arrotolata serviva a tener ferma la tovaglia. Il vino era buono. Al rifugio Bolzano, sullo Sciliar: ci arrivammo distrutti, alla fine di un percorso estenuante. Eravamo tutti assetati, ma ci stupì ugualmente l'enorme stivale di birra che il Padre ordinò e bevve con grande soddisfazione! Nonostante il parere dell'amico gesuita (“un cardinale non rientra mai dopo le cinque”) non si sforzava di conservare schemi, di dare immagini di sé, e quella volta sforò i tempi previsti. Ma nello zaino teneva un pettine: alla fine della discesa, prima di rientrare tra la gente, mi chiese di prenderglielo e si pettinò. La sua innata eleganza era anche rispetto per gli altri.

C'erano anche i momenti più seri. Ogni tanto metteva distanza tra sé e il gruppo e capivamo che voleva stare in silenzio e pregava. Altre volte camminare a lungo diventava l'occasione per confidenze: ancora continuo a stupirmi di come abbia potuto rivelare certe preziosissime schegge di sé a gente come noi, allora poco più che ragazzi. Spesso si parlava di argomenti molto impegnativi, che riguardavano la chiesa, la morale, la religione in generale, ma eravamo noi giovani a sollevare le questioni o l'amico teologo. Lui diceva poche cose, brevi, ma forti, come quelle che molto più tardi sono comparse più distesamente nei suoi libri e nelle interviste di quando non era più a Milano. Diceva il suo pensiero, ma non entrava nelle discussioni. Lasciava che le cose andassero per proprio conto e lui passava sul versante della leggerezza, come quando ci lasciò lì a discutere e prese sulle ginocchia nostro figlio. Alla domanda “perché hai quella fossetta nel mento?” il Padre gli spiegò che gliela aveva fatta la mamma shiacciandolo col dito quando era nato.

Poi Gerusalemme.
E dopo la pausa di Gerusalemme, vennero i giorni di Gallarate.
Cominciammo ad andarlo a trovare all'Aloisianum, prima nel salottino a piano terra, poi, quando gli fu più difficile camminare, nel suo appartamento in fondo al corridoio, con la porta a vetri. Chissà perché, è rimasto impresso a tutti quel corridoio. Una volta mi parve interminabile, quando lo percorremmo col Padre rientrando da una gita a Baveno: lui camminava con il bastone da una parte e suor Germana dall'altra. Ogni tanto sembrava che perdesse l'equilibrio, si fermava, lo aiutavamo a raddrizzarsi e ripartiva coraggiosamente. Nessun cenno di fastidio, di insofferenza. A Baveno ci avevano raggiunti per brevi istanti nostro figlio con la sua famigliola. Fu un momento magico quando Martini vide il bambino che aveva solo nove mesi . Si guardarono a lungo negli occhi; restarono così, per un tempo che ci sembrò interminabile. Mi sembrava che tutta una vita di amicizia, di ricordi arrivasse ora a raggiungere Gabriele e ci oltrepassasse lanciandosi in avanti. Ricordo quando il bambino era invece mio figlio e la volta che gli regalò un orso di peluche, di quelli che si infila la mano dentro, come un burattino. Venne subito battezzato “Orso Carlo”. Oggi con “OrsoCarlo” ci gioca Gabriele, mio nipote. La prima volta che andammo a Gallarate venne anche nostra figlia: lui parlò molto con lei, ascoltava, domandava: come sempre voleva capire, i giovani in particolare. A Gallarate i tempi erano totalmente dedicati all'incontro, interrotti brevemente solo dalla somministrazione delle medicine. Momenti intensi. Si parlava di tutto, anche se la voce diminuiva. Lui sempre chiedeva le nostre opinioni, come faceva a Carezza, quando doveva preparare le omelie e si leggevano insieme i testi biblici, poi lui chiedeva: “Voi che cosa ne pensate?”. Nella gita a Baveno, durante le vacanze di Natale, gli infermieri ci avevano spiegato come somministrargli le medicine. Dovevamo essere molto precisi, nei tempi e nelle modalità. Ero un po' preoccupata di saper accudire senza violare la sua riservatezza. Per tutto il giorno, in ogni occasione lui seppe renderci semplice questo piccolo servizio. Per noi una tenerissima esperienza. Uno dei pomeriggi a Gallarate ci volle offrire il tè: chiese alla persona che lo accudiva di portare anche la torta; ci fu qualche resistenza, ma insistette: voleva sorridere, aveva il gusto della leggerezza. Apprezzava i momenti conviviali e ne ricordiamo diversi legati a nomi di rifugi: il Nigra, il Duca di Pistoia. “Rifugio” è il nome giusto per quei ricordi.

Negli ultimi incontri a Gallarate, ci regalava i suoi libri e voleva sempre scrivere la dedica. Ammiravamo la sua tenacia, con la fatica che gli costava, nel prendere la penna e scrivere, senza alcun segno di insofferenza, incurante dello sfrangiarsi del tratto, per nulla contrariato dalla linea che ormai si muoveva sciolta, libera da ogni forma sulla pagina bianca. Ora vi riconosciamo la cifra di un cammino.

Grazie padre Carlo,

Ornella e Federico


FATIMA E NON SOLO FATIMA ...

In un cielo azzurrissimo porcellanato la bianca statua del Cristo Re, che sovrasta Lisbona, ci accoglie nel suo abbraccio, assieme ai bianchi quartieri portuali della città, alle stradine medioevali che si inerpicano in un continuo saliscendi e che impareremo a conoscere, alle torri e alla fortezza alla confluenza del fiume Tago con l’Oceano, al ponte rosso uguale a quello di San Francisco. La statua è stata voluta come ringraziamento, dopo l’orrore della II guerra mondiale, a cui il Portogallo non ha partecipato mantenendosi neutrale. Questo è un posto dedicato alla pace, all’accoglienza e alla multicultura: ci piace cominciare da qui, in un Paese che ha visto viaggi, scoperte, mondi impensati, mantenendo una sua fiera e forte identità. Percorriamo in pullman le avenidas ombreggiate da doppie file di alberi, con splendidi marciapiedi in pietra chiara, arabescati da disegni neri sempre diversi: capiamo che questa capitale ha un fascino particolare, che scopriremo poi. Siamo tutti molto addolorati per il cardinale Martini. La mattina, arrivati nell’incantevole medioevale Evora, durante la messa nella chiesa di San Francesco, ci uniamo idealmente in preghiera ai milanesi e a tutti coloro che stanno per salutarLo. Troppe sono le riflessioni che ciascuno si porta nel cuore, per riportarle qui. Un campanile a vela, con le campane sospese nel cielo, ci fa avvertire un’atmosfera senza tempo, in questo borgo lindo, dove il gotico si mescola alle case bianche bordate di giallo, ad un tempio romano, alle festose ceramiche che occhieggiano nelle viuzze.

Tomar ci sorprende con la inquietante fortezza dei Templari, divenuta poi dell’Ordine dei Cavalieri di Cristo, dopo la loro dispersione: la decorazione manuelina che arricchisce con i cordami ritorti che sempre ricordano il mare non alleggerisce un’impressione di potenza schiacciante, di forza cupa che i mostri a guardia della chiesa e del convento sembrano moltiplicare, eco dei complicati rapporti tra Chiesa, Sovrani e fede.

Fatima ci aspetta. Molti di noi sono inizialmente sconcertati dall’enorme spianata che circonda la Capelinha dell’apparizione (ha la forma di piazza San Pietro, ma è di dimensioni maggiori...), dalla chiesa che è stata fatta costruire di fronte alla basilica (contiene fino a 9.000 persone), dalla inevitabile mercificazione che avvolge questi luoghi e dalla cementificazione che forse è altrettanto inevitabile, date le folle di pellegrini: qualcuno fatica a trovare un raccoglimento che si aspettava più facile. La Via Crucis tra gli olivi e i lecci, nei luoghi dei Tre Pastorelli, ci riporta una più concentrata meditazione. Ci interroghiamo, la sera, sul significato di un pellegrinaggio: certo, è importante venire proprio “nel” luogo; confrontarsi con i fedeli che percorrono in ginocchio la spianata colpisce come vedere, ricordano, ragazzi pregare di notte sotto l’acqua davanti alla grotta di Lourdes. Non è senza impotanza che il messaggio di Fatima sia arrivato a semplici e umili, rammenta Don Giuseppe. Poi la preghiera comune, in tante lingue diverse ma uguale nell’invocazione, in questa Capellina aperta e a vetri, accessibile ugualmente a tutti anche allo sguardo, ci restituisce la potente emozione di una condivisione e la breve processione illuminata dalle candele scioglie nella commozione le nostre richieste e i nostri ringraziamenti.

Coimbra, sede di una delle più antiche università d’Europa, città natale di 6 re portoghesi e della dinastia dei Borgogna, testimonia con la preziosa, ricca ed austera biblioteca universitaria e con l’imponenza del Duomo Romanico la sua secolare importanza: qui, nel convento del Carmelo, risiedeva suor Lucia, qui in una chiesa è visibile S. Antonio ancora con la veste agostiniana (S. Antonio nato a Lisbona, eh sì, poi passato ai Francescani). Interessanti edifici liberty, allegro fado che risuona per le viuzze medioevali. Poi ci impressiona il monastero di S. Maria della Vittoria a Batalha, voluto come ringraziamento per la vittoria dei Portoghesi contro il re spagnolo di Castiglia: difficile è descrivere l’imponenza e la grazia di questo complesso in stile gotico-manuelino, con volute e fregi così particolari. La ieraticità della navata centrale, le dolci geometrie del chiostro ci incantano, ma non quanto le cosiddette cappelle imperfette, che si apronono nella loro incompiutezza verso il cielo mai completate, ma suggestive con il susseguirsi di ricami in pietra traforata e con i pizzi che – ancora una volta - indicano l’influenza di culture diverse. Testimonianza indubbia di potere e di forza, questo luogo ci regala un insolito particolare affettuoso: il sepolcro del fondatore e di sua moglie inglese (una Lancaster), mostra i due sovrani in atto di tenersi teneramente le mani, per l’eternità.

Nazarè, villaggio di pescatori in riva all’Oceano, ci lascia intravedere qualche vecchina ancora vestita con le tipiche gonne nere a balze, corte per poter entrare in acqua ad aiutare i pescatori di ritorno con la barca carica di pesci. Obidos ci incanta con il tripudio di colori delle case bianche e blu, con i fiori che occhieggiano ovunque e… - diciamolo - con la deliziosa Ginja, vino liquoroso a base di ciliegie. Qui, in una chiesa, oltre alle pareti decorate con splendidi azulejos, vediamo affrescati nel soffitto angeli neri: segno della curiosa attenzione ai nuovi mondi esplorati e dell’accettazione - nel 1500...!!! - dell’uguale dignità di creature di culture diverse.

Lisbona con il Duomo, le piazze magnifiche dai palazzi quasi parigini, le vie tortuose dove sembra aggirarsi lo scrittore Pessoa, i barrios (quartieri) più “sgarrupati” come l’Alfama o più tipici e pieni di vita come il Barrio Alto, gli spericolati tram gialli lanciati su e giù per le salite, sembra offrire continue occasioni di stupore. Due visite sono notevoli: il Museo dell’armeno Gulbenkian, raffinato collezionista di pezzi di rara bellezza – dall’arte orientale ai quadri degli impressionisti a stupefacenti creazioni di Lalique – e il quartiere di Belem. A Belem ci sono l’omonima Torre, da dove partì l’esploratore Vasco de Gama, uno dei simboli della città, e il monumento al Navigatore, che testimonia l’orgoglio per il coraggio e l’intraprendenza di un popolo che ha sempre sfidato l’oceano. Sembra di respirare questa tensione verso l’ignoto anche a Cabo de Roca, l’estremo lembo di terra occidentale che si protende a picco sul mare, a 140 m. sopra spettacolari faraglioni e scogli, là dove, recita la lapide, “la terra finisce e il mare comincia”, come diceva il poeta Camoes. Lì, le onde che si spezzano sulle rocce, venendo chissà da quali lontananze, ci suggeriscono che ogni tumultuoso travaglio alla fine si stempera, si ricompone in una diversa ed insperata armonia.

L’ultimo giorno, 8 settembre – festa di Maria – ci regala un’inaspettata emozione: la visita al nuovo quartiere nato per l’Expo in un luogo dove c’erano solo pietre e sassi (loro sì che ce l’hanno fatta, in tre anni, ed anche bene, loro…). Qui siamo catturati dalle ardite linee architettoniche dei palazzi che si protendono verso il mare come vele di enormi velieri, dal ponte lungo 17 km che attraversa l’esteso estuario del Tago, dalle spettacolari geometrie delle palme stilizzate ideate dal famoso architetto Calatrava, da una modernissima concezione urbana. Ancora una volta tradizione ed apertura al futuro si fondono in maniera creativa ed originale. E poi sì – confessiamolo – diventiamo tutti bambini entusiasti nell’Oceanario, uno dei più grandi e particolari acquari d’Europa: siamo come risucchiati in un mondo marini che ci viene incontro, sempre diverso e quasi enigmatico, da queste vasche gigantesche in cui ci sembra di penetrare. Bandiere di tanti Paesi si riflettono sull’acqua, un senso di armonia e di equilibrio ci è suggerito dagli spazi. Una strana funivia orizzontale, che segue la linea della riva del fiume, come per permettere ai visitatori di percorrere con lo sguardo il dipanarsi delle linee architettoniche, simboleggia forse tanti desideri inespressi o tante speranze.

Così mi piace ricordare il saluto di Lisbona, nel giorno in cui partiamo per ricongiungerci al nostro Duomo ed alla nostra Milano.

Daniela Costamagna


 

VENERDÌ 28 SETTEMBRE ALLE ORE 21.00

Primo incontro del
PERCORSO DI PREPARAZIONE AL MATRIMONIO

Un secondo corso è previsto a partire dal 18 gennaio 2013

Per informazioni e iscrizioni
rivolgersi in Segreteria parrocchiale


DOMENICA 30 SETTEMBRE
FESTA DELL'ORATORIO


Programma
Ore 10,00 S. Messa
Al termine si scende in Oratorio per i giochi
Ore 12,30 Pranzo per i bambini e i ragazzi
(iscrizioni in oratorio 5 € entro venerdì 28 settembre)
Ore 14,00 grandi giochi insieme
Ore 16,30 Merenda e… riviviamo l’estate:
istantanee dalle vacanze insieme

 

Domenica 7 ottobre 2012
Castagnata dell’Oratorio alla Bressanella di Lecco
Informazioni e iscrizioni in Oratorio

 


"VENITE, CANTIAMO LA NOSTRA GIOIA AL SIGNORE" (salmo 94, 1)

Con la riapertura dell’oratorio, torna in servizio anche il Coro dei giovani per animare la Messa delle 10. Anche quest’anno ci ritroveremo qualche venerdì per fare le prove, sempre dalle 20.45 alle 21.45 oppure la Domenica dopo la Messa.
Il calendario completo del coro sarà presto a disposizione in oratorio e sulla pagina http://cantosangiovanni.blogspot.com.
A quanti hanno sempre pensato o per la prima volta pensano che il coro sia una proposta “appetibile” ripetiamo quanto dice il Salmista: "Venite, cantiamo la nostra gioia al Signore!" e aggiungiamo… "già dalla prossima domenica!".
Il gruppo, ormai consolidato, è sempre in attesa di nuove leve, soprattutto di voci maschili.
Non servono iscrizioni, ma solo un po’ di voce e sorriso.
È questo forse il segreto per cui dopo tanti anni la proposta del coro conserva ancora la sua freschezza e il suo slancio... nonostante la sveglia puntata per essere in chiesa alle 9.40!

Coro Erano Uomini Senza Paura


 

Ricomincia lo SPAZIOSTUDIO!!!!

Dal lunedì al giovedì dalle ore 15 alle 17 in Oratorio
per i ragazzi delle Scuole Medie e Superiori
Per informazioni, iscrizioni, adesioni come volontario:
rivolgersi a don Paolo o in segreteria parrocchiale


Riapre lo SPAZIO GIOCO PER BAMBINI,
segno concreto e semplice dell'attenzione educativa
che l'oratorio e la parrocchia vogliono dare anche ai bambini
tra i 6 mesi e i 3 anni
martedì, mercoledì e giovedì mattina dalle ore 9 alle ore 12
Per informazioni rivolgersi in segreteria parrocchiale

 


 

IL FUTURO DI PIAZZA BERNINI
martedì 9 ottobre alle ore 21 in oratorio
incontro con Lucia Castellano
Assessore ai Lavori Pubblici


 

Nella Comunità parrocchiale:

 

hanno ricevuto il battesimo

ELIA GUZZI
NORA MARIA RAIMONDI
EMANUELE PAGNUZZATO
MATILDE CATERINA UBIALI
LINDA MARIA SOLE GIANNINI
FRANCESCO SOLAZZI
THEO GLAESER
BIANCA MARIA FLAVIA MARROSU
GRETA INNOCENTI
FEDERICO GIUSEPPE CONRADO
THARUKA SANDITH WEERAKKODY MUDALIGE


si sono uniti in matrimonio

FRANCESCA DINDO E DARIO BIANCHI

 

abbiamo affidato ai cieli nuovi e alla terra nuova

ANGELA PELLEGRINI (a. 83)
MARIO ZITO (a. 94)
GIORGIO FERRARI (a. 81)
NUNZIO CRISÀ (a. 54)
GIOVANNA BARTOLLINO (a. 77)
BLANDINA CARRARO (a. 95)
ROSA MELANIA PRETTO (a. 82)
VARA FINESCHI (a. 86)
MARCO INVERNIZZI (a. 82)
ROBERTA FILIPPINI (a. 66)
RAFFAELE MELLES (a. 80)
ROMEO LUIGI MAZZUCCHELLI (a. 71)
GIUSEPPE PELIZZI (a. 83)
ADRIANA PINARDI (a. 91)

 


 


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