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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico C


omelia di don Giuseppe
nella decima domenica
dopo Pentecoste
28 luglio 2013

 

1Re 3,5-15
1Cor 3,18-23
Lc 18,24b-30

IL CAMMELLO E LA CRUNA

Prima e terza lettura di questa domenica rispondono ad una domanda: che cosa è decisivo nella vita?
Salomone, il grande sovrano vissuto un millennio prima di Cristo, risponde alla nostra domanda con una preghiera rivolta a Dio perché gli conceda sapienza piuttosto che ricchezza. E infatti la Scrittura sacra celebra Salomone così: "Dio concesse a Salomone sapienza e intelligenza molto grandi e una mente vasta come la sabbia che è sulla spiaggia del mare…Da tutte le nazioni venivano per ascoltare la sapienza di Salomone…" (1Re 5,9ss.).
L'esempio di Salomone prepara la pagina evangelica che si concentra appunto su quella sapienza che è sequela del Signore Gesù liberando il cuore e le mani dall'accumulo dei beni.
Sapienza che è consapevolezza che il vero tesoro dell'esistenza non sta nell'accumulo ma nell'incondizionata dedizione al Signore e alla sua parola: è Lui il tesoro, la perla di inestimabile valore. Ricordiamo come Gesù mandi i suoi discepoli a mani vuote, ricchi solo di quel tesoro che è la sua Parola. E infatti Pietro dirà, quasi con orgoglio: "Non possiedo né argento nè oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, alzati e cammina" (At 3,6).
L'appello a liberarsi dal possesso percorre l'intero evangelo e ha il suo culmine nella beatitudine dei poveri, perché di essi è il Regno dei cieli.
A molti questo elogio della povertà è sembrata la consacrazione della povertà stessa, invito alla rassegnata accettazione della povertà con la promessa di una beatitudine che nell'al di là ricompenserebbe chi quaggiù ha patito povertà.
Proprio questo insegnamento ha fatto dire che la religione sarebbe alienazione, rassegnazione passiva che subisce la povertà piuttosto che vincerla. E si deve riconoscere che tale accusa è stata talora pertinente. Per questo io credo che per poter riproporre il messaggio della povertà evangelica bisogna prima annunciare risolutamente la maledizione della povertà quando essa non è scelta libera e consapevole, ma condizione subìta e generata dall'ingiustizia, dalla iniqua distribuzione delle risorse della terra.
Se volessimo rendere ancor più attuale questa parola dovremmo ricordare come oggi la povertà di gran parte dell'umanità deriva da cause che appartengono alla responsabilità degli uomini.
Non è questa la sede per una analisi di tale drammatico fenomeno ma resta vero l'insegnamento dei profeti che hanno levato la voce a difesa dei poveri , vittime dei potenti: "C'è gente i cui denti sono come spade per divorare gli umili e i poveri eliminandoli dalla terra". Per questo Dio è dalla parte dei poveri: "Non depredare il povero perché Dio difenderà la sua causa" (Prov 22,22).
Anche l'espressione paradossale del vangelo odierno: "Più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel Regno dei cieli", vuole con linguaggio appunto paradossale, affermare l'incompatibilità tra ricchezza e Regno di Dio. Alla domanda: Che cosa è decisivo nella vita? L'Evangelo odierno risponde con l'appello ad una scelta, sottolineo una scelta, di povertà.
Se è maledizione la povertà creata dall'ingiustizia sociale è benedizione la povertà che ognuno di noi può scegliere, anzi deve scegliere se vuole essere discepolo del Signore. Se quindi la pagina evangelica non ci esonera dal compito di riconoscere le ragioni della povertà, le responsabilità e quindi le doverose riforme che assicurino maggiore equità, sempre la pagina evangelica impegna ognuno di noi ad uno stile di vita sobrio, alieno dallo spreco e dal lusso, capace di vera condivisione. Proprio la parte conclusiva dell'evangelo odierno promette a chi compie scelte di libertà dal possesso, dall'attaccamento a cose e persone, il centuplo.
La scelta di uno stile di vita libero dal possesso assicura una pienezza di vita, il centuplo appunto, non una mortificante miseria ma una pienezza esaltante. Questo stile di vita proposto alla libertà di ogni discepolo del Signore deve essere anche opzione preferenziale della Chiesa. Il Concilio, in un testo davvero decisivo, ha scritto: "Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza" (Lumen gentium n.8).
La scelta di povertà da parte della Chiesa e di tutti i suoi membri non è quindi solo atteggiamento morale di distacco e libertà dalle cose, più profondamente è imitazione coerente del suo Signore che "da ricco che era si è fatto povero" (2Cor 8,9). Non si tratta solo, per la chiesa e per ogni discepolo del Signore di "portare gli uni i pesi degli altri", compito doveroso soprattutto in tempi difficili di crisi; si tratta semplicemente d'essere chiesa di Cristo, fedele al suo Signore che "spogliò se stesso, prendendo la natura di un servo" (Fil 2,6-7).
Dobbiamo essere grati a Dio per aver donato alla sua Chiesa un pastore come papa Francesco che ha fatto del messaggio evangelico della povertà un tema decisivo del suo pontificato: "Ah come vorrei una chiesa povera e per i poveri". Così ha detto rivolgendosi ai Giornalisti il 16 marzo. C'è in questo accorato auspicio il vissuto del vescovo Jorge Mario vicino alla sua gente e in particolare ai poveri del suo Paese.
La Chiesa dei poveri che non pochi Padri avrebbero voluto come frutto maturo del Concilio sarà certamente uno dei grandi obbiettivi di papa Francesco, seguace del 'poverello di Assisi'.

 

 

 

 



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