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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico A


omelia di don Giuseppe
nella I domenica
dopo la Dedicazione
26 ottobre 2014

 

At 10, 34-48a
1Cor 1,17b-24
Lc 24,44-49a

TESTIMONI

Nel cuore del breve testo evangelico sta l'imperativo di Gesù ai discepoli: Di questo voi siete testimoni. E questo termine, testimoni, ritorna quattro volte sulle labbra di Pietro nella prima lettura. Termine analogo, annunciare, ritorna anche nella pagina di Paolo. Il discepolo di Gesù è quindi costituito testimone. Sostiamo su questa parola che ci qualifica. Il testimone è qualcuno che ha visto, udito, toccato con mano e quindi è in grado di attestare quanto ha visto, udito, toccato. Prima della testimonianza vi è un fatto raccolto dagli occhi, vi sono parole raccolte dagli orecchi e custodite nella memoria. Anzi Pietro sottolinea, nella prima lettura, ed è un dettaglio davvero significativo, che i discepoli chiamati ad essere testimoni sono tali perchè hanno mangiato e bevuto con Gesù. Hanno mangiato e bevuto con Lui, hanno vissuto con lui e condiviso il gesto quotidiano del pasto, possiamo dire sono suoi compagni perché hanno diviso con lui il pane: com-pagni, con il pane. Quando l'evangelista Marco riferisce la chiamata dei dodici apostoli da parte di Gesù ha una annotazione preziosa: "Chiamò a sé quelli che voleva perché stessero con lui e per mandarli a predicare" (3,13s.). La prima ragione della scelta dei dodici è stare con Gesù. Pietro con grande concretezza declina questo stare con Gesù nei termini umanissimi del mangiare e del bere insieme. Solo da questa familiarità con il Signore può nascere la testimonianza. Potremmo dire che la testimonianza è cosa dei sensi. Senza gli occhi che hanno visto, le orecchie che hanno udito, le mani che hanno toccato, senza questa esperienza concreta, addirittura materiale, non è possibile la testimonianza. Il testimone non parla di sé, non riferisce parola sue, parla di un altro, è voce di un evento che lo precede. Anzi sappiamo che i discepoli a fatica e con molti dubbi hanno accolto il compito della testimonianza. Il cammino della chiesa comincia con questi dodici increduli. Uomini che nell'ora della prova sono fuggiti, tutti, con l'unica eccezione di Giovanni, lui solo sotto la croce. In verità la Chiesa prima che su questi uomini poco affidabili è fondata su Gesù: la pietra angolare è Gesù, solo Lui. I dodici e poi tutti i discepoli, noi compresi,i dovranno solo ridire a tutti e per sempre che solo in Lui, nel Signore crocifisso e risorto vi è salvezza per ogni uomo. Non dovranno esibire la loro fede, quanto mai incerta, ma farsi eco dell'unica Parola che salva, quella Parola che appunto la morte non ha potuto cancellare e che ancor oggi ci coinvolge, ci affascina, ci inquieta. Forse anche noi avvertiamo la sproporzione tra il messaggio vertiginoso dell'evangelo e la pochezza della nostra fede, ci sentiamo impari al compito di testimoniare che Gesù è il Vivente. Eppure proprio a uomini dubbiosi, increduli, inadeguati Gesù ha affidato il suo evangelo. Nessuno di noi si consideri quindi inadatto: non dobbiamo trasmettere parole nostre e tanto meno esibire la nostra fede: dobbiamo dappertutto proclamare ad ogni creatura solo l'Evangelo, niente altro che l'evangelo. Con l'unica certezza che lo Spirito di Gesù agisce con noi e conferma in noi la sua parola. Il testimone obbedisce ad una verità che non ha fabbricato con la sua intelligenza, è quindi un uomo, una donna singolarmente libero e coraggioso. Il termine testimone nella lingua greca è marturos, da cui martire. La testimonianza può essere martirio cioè fedeltà alla verità anche a caro prezzo. Quanti uomini e donne, non solo per una fede religiosa ma anche per coerenza con la propria coscienza, con ideali e valori nei quali credevano, hanno testimoniato con la vita. Ricordiamo quanti soffrono in Medioriente proprio in questi mesi per amore della giustizia, della libertà, della fede. Uomini e donne dalla schiena diritta.

 

 

 

 



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