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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico A


omelia di don Giuseppe
nella prima domenica di Avvento

17 novembre 2013

 

Is 51, 4-8
2Ts 2,-14
Mt 24, 1-31

ANDIAMO VERSO LA FINE O VERSO IL FINE?

Con questa domenica inizia un nuovo anno secondo il calendario della Chiesa.
Ci sono infatti diversi calendari perché ci sono diversi modi di organizzare il tempo.
Il calendario agricolo segue il ritmo delle stagioni e il lavoro dei campi; il calendario scolastico prevede i giorni di lezione, i giorni di esami e i giorni di vacanze; il calendario calcistico con le partite del campionato e quelle delle diverse coppe…Ci sono calendari diversi per le diverse tradizioni religiose a partire dagli eventi fondatori delle diverse religioni.
Anche la chiesa ha un suo calendario scandito da diverse stagioni o tempi: tempo di Avvento, di Natale, di Quaresima, di Pasqua, di Pentecoste, sono i tempi o le stagioni della vita di Gesù che la Chiesa ci fa ripercorrere perché anno dopo anno rivivendo le tappe della vita di Gesù noi ne assumiamo lo stile e a lui diventiamo sempre più somiglianti.

La pagina evangelica annuncia a tinte fosche la fine del tempo e la fine del mondo: Verranno meno le opere dell'uomo a cominciare dal grandioso Tempio di Gerusalemme: "Non rimarrà pietra su pietra"!
Questo linguaggio esprime una dura verità: noi abitiamo il tempo, lo calcoliamo, tentiamo di dominarlo, lo sfruttiamo al meglio ma non ne siamo affatto padroni, ne siamo solo provvisori inquilini.
Proprio a partire da questi testi terrificanti, e che troviamo anche nelle pagine del Primo Testamento, i predicatori del passato scuotevano i loro ascoltatori con accenti terroristici. Si racconta che il padre Matteo da Bascio, fondatore dei Capuccini, dal pulpito declamava un poema efficace descrizione dei peccati, intercalando con un ritornello: "All'inferno peccatori, scellerati al grande inferno. Che il ben fare avete a scherno ostinati negli errori, scellerati al grande inferno". Un linguaggio questo che oggi fa sorridere piuttosto che incutere paura, in ogni caso un linguaggio improponibile.
Eppure non possiamo sbarazzarci magari con un gesto di sufficienza, di questo tema arduo ma decisivo.
Dobbiamo lasciarci istruire dall'appello a vivere la precarietà del tempo, dal nostro inesorabile andare verso la fine. Non siamo onnipotenti, non siamo padroni né del nostro vivere né del nostro morire, così come non siamo padroni di questo mondo nel quale stiamo da inquilini.
Ma come vivere nell'attesa della fine?
A Luigi Gonzaga, ragazzo, chiesero come si sarebbe comportato se quello che stava vivendo fosse stato il suo ultimo giorno, "Continuerei a giocare". Una risposta solo apparentemente ovvia.
Andiamo verso la fine ma non cediamo al disfattismo, non smettiamo di giocare con i nostri figli, non smettiamo di lavorare per il futuro.
Ma in verità non andiamo solo verso la fine ma, come ci ricordano le ultime parole dell'Evangelo di oggi, andiamo incontro a qualcuno che viene verso di noi.
Questa è infatti la prima domenica del tempo di Avvento e dice quindi di una venuta, di un incontro.
In verità noi non andiamo semplicemente verso la fine, verso la distruzione di tutte le cose, noi andiamo verso Colui che è il fine , il termine, il senso del nostro vivere.
Pur segnati dalla precarietà i nostri giorni non sono una vicenda insensata e il nostro tempo non scandisce solo l'inesorabile andare alla fine. Il nostro orizzonte non è sinistramente fosco e catastrofico. Incominciamo a vivere una attesa, attesa di un Avvento, di una venuta.
Credo che il momento più bello di un incontro è quando si sale le scale, per andare ad un incontro.
Iniziamo oggi il nostro avvento, andiamo passo dopo passo, gradino dopo gradino verso il Signore. E' bello salire le scale perchè ogni gradino ci porta più vicini alla persona che amiamo e che presto stringeremo tra le braccia.

 

 

 

 



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