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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico B


omelia di don Giuseppe
nella I domenica
di Avvento
16 novembre 2014

 

 

LA FINE DEL TEMPO

La lunga pagina evangelica annuncia a tinte fosche la fine del tempo: verranno meno anche le opere dell'uomo a cominciare dalla più grandiosa per gli ascoltatori di Gesù: il grandioso tempio di Gerusalemme: "Non sarà lasciata pietra su pietra che non venga distrutta". Questo linguaggio allusivo che non deve esser inteso come puntuale descrizione del tempo della fine, esprime una dura verità: noi abitiamo il tempo, lo misuriamo, lo calcoliamo, tentiamo di dominarlo, lo sfruttiamo al meglio ma non ne siamo davvero i padroni, ne siamo solo inquilini provvisori. Il linguaggio di queste pagine apocalittiche della Scrittura Sacra, preso alla lettera, ci sembra del tutto improponibile, più che incutere terrore rischia di farci sorridere. Eppure non possiamo sbarazzarci, magari con un gesto di sufficienza, di questa verità certamente ardua ma decisiva. Dobbiamo invece lasciarci istruire dall'appello a vivere la precarietà del tempo, la costitutiva fragilità di tutte le cose. La dura esperienza della precarietà del tempo ci ricorda il nostro limite, ci impedisce di ritenerci onnipotente, appunto come se fossimo padroni del tempo, padroni del nostro vivere e del nostro morire. Eppure innamorati di questa terra e di questo nostro tempo. Si racconta che un giorno a Luigi Gonzaga intento al gioco, chiesero 'Cosa faresti se questo giorno fosse per te l'ultimo?'. Continuerei a giocare rispose il ragazzo. Invece nella prima generazione cristiana la persuasione della fine imminente aveva spinto alcuni ad abbandonare il lavoro: perché lavorare, prendersi cura della terra, se questa terra è al capolinea? E invece ha ragione il ragazzo che continua a giocare o chi continua a lavorare perché in verità non andiamo verso la fine, la catastrofe cosmica, ma andiamo vero il fine, verso Colui che è il fine, il termine, il senso del nostro precario esistere. Andiamo verso Colui che ha voluto condividere la nostra fragile condizione umana perché nulla e nessuno vada perduto. La fosca pagina segnata da eventi catastrofici si conclude nel segno del Signore Gesù, il Figlio dell'uomo che viene sulle nubi del cielo con grande potere e gloria. L'Evangelo di oggi ci avverte della precarietà di tutte le cose anche le più belle. Ma questa domenica nel segno della fine è la prima domenica di Avvento è l'inizio di un nuovo anno per il calendario cristiano. La chiesa custodisce un suo calendario perché ha una sua nozione del tempo come itinerario verso il mistero di Cristo, di domenica in domenica, rivivendo le tappe della vita del Signore Gesù, la Chiesa ci educa ad assumere gli stili di vita propri di Cristo, per essere a Lui sempre più somiglianti. Il tempo che iniziamo oggi a vivere--tempo di Avvento-- dice di una venuta, di un incontro. In verità noi non andiamo semplicemente verso una catastrofe cosmica che lasci solo un cumulo di macerie; andiamo verso Colui che è il compimento di ogni nostra speranza. Incominciamo a vivere una attesa, attesa di un avvento, attesa di qualcuno che ci viene incontro. Tutti noi conosciamo l'emozione che ci prende quando andiamo ad un appuntamento. Iniziamo oggi il nostro Avvento, andiamo passo dopo passo verso Colui che ci viene incontro. Lo stringeremo tra le braccia: adesso abbiamo 38 giorni di trepidante attesa. Buon cammino di avvento.

 

 

 

 



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