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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico B


omelia di don Giuseppe
nella I domenica di Avvento
domenica 18 novembre 2012

 

Is 13, 4-11
Ef 5, 1-11a
Lc 21, 5-28

LA FINE DEL TEMPO

La lunga pagina evangelica annuncia a tinte fosche la fine del tempo: verranno meno anche le opere dell'uomo a cominciare dalla più grandiosa per gli ascoltatori di Gesù: il grandioso tempio di Gerusalemme: "Non sarà lasciata pietra su pietra che non venga distrutta". Questo linguaggio allusivo che non deve esser inteso come puntuale descrizione del tempo della fine, esprime una dura verità: noi abitiamo il tempo, lo misuriamo, lo calcoliamo, tentiamo di dominarlo, lo sfruttiamo al meglio ma non ne siamo davvero i padroni, ne siamo solo inquilini provvisori.

Il linguaggio di queste pagine apocalittiche della Scrittura Sacra, preso alla lettera, ci sembra del tutto improponibile, più che incutere terrore rischia di farci sorridere. Eppure non possiamo sbarazzarci, magari con un gesto di sufficienza, di questa verità certamente ardua ma decisiva. Dobbiamo invece lasciarci istruire dall'appello a vivere la precarietà del tempo, la costitutiva fragilità di tutte le cose.
La dura esperienza della precarietà del tempo ci ricorda il nostro limite, ci impedisce di ritenerci onnipotente, appunto come se fossimo padroni del tempo, padroni del nostro vivere e del nostro morire. C'è una parola di Lutero che esprime in modo suggestivo come vivere i nostri giorni precari: "Se sapessi che il mondo deve finire oggi, pianterei ugualmente un alberello di melo". Perché piantare un albero se la fine di tutto è alle porte? Nella prima generazione cristiana la persuasione della fine imminente aveva spinto alcuni ad abbandonare il lavoro: perché lavorare, prendersi cura della terra, appunto piantare alberi, se questa terra è al capolinea? E invece ha ragione chi pianta alberi perché in verità non andiamo verso la fine, la catastrofe cosmica, ma andiamo vero il fine, verso Colui che è il fine, il termine, il senso del nostro precario esistere. Andiamo verso Colui che ha voluto condividere la nostra precaria condizione umana perché nulla e nessuno vada perduto.

La fosca pagina segnata da eventi catastrofici si conclude invece nel segno del Signore Gesù, il Figlio dell'uomo che viene sulle nubi del cielo con grande potere e gloria. L'Evangelo di oggi ci avverte della precarietà di tutte le cose anche le più belle. Ma questa domenica nel segno della fine è la prima domenica di Avvento. È l'inizio di un nuovo anno per il calendario cristiano. La chiesa custodisce un suo calendario perché ha una sua nozione del tempo come itinerario verso il mistero di Cristo, di domenica in domenica, rivivendo le tappe della vita del Signore Gesù, la Chiesa ci educa ad assumere gli stili di vita propri di Cristo, per essere a Lui sempre più somiglianti.
Il tempo che iniziamo oggi a vivere -tempo di Avvento - dice di una venuta, di un incontro. In verità noi non andiamo semplicemente verso una catastrofe cosmica che lasci solo un cumulo di macerie; noi andiamo verso Colui che è il compimento di ogni nostra speranza. Incominciamo a vivere una attesa, attesa di un avvento, attesa di qualcuno che ci viene incontro. Tutti noi conosciamo l'emozione che ci prende quando saliamo le scale per andare ad un appuntamento. Iniziamo oggi il nostro Avvento, andiamo passo dopo passo, gradino dopo gradino verso Colui che ci viene incontro. Lo stringeremo tra le braccia: adesso abbiamo 37 giorni di trepidante attesa. Buon cammino di avvento.

 

 

 

 



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