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La Parola predicata

 

 

 


Anno liturgico A


omelia di don Giuseppe
nella II domenica dopoPasqua
27 aprile2014

 

At 4, 8-24a
Col 2, 8-15
Gv 20, 19-31

SIAMO TUTTI TOMMASO, L'INCREDULO

Tommaso è passato alla storia come l'incredulo, come colui che deve toccare con mano, che non si fida di ciò che gli altri riferiscono.
Tommaso è l'incredulo che è in ognuno di noi, è l'incredulo che sta anche tra i discepoli di Gesù. È sorprendente, leggendo i Vangeli, constatare la resistenza dei discepoli alla notizia della risurrezione: la tomba vuota e le testimonianze di quanti dicevano di aver visto,incontrato il Risorto, non fanno breccia nel duro realismo della morte. Gli Evangelisti sono unanimi nel registrare questa incredulità. Così, secondo Luca, quando le donne riferiscono d'aver trovato la tomba vuota, le loro parole vengono prese come "vaneggiamento" e non sono credute. E secondo Marco, le donne, uscite dal sepolcro ormai vuoto, fuggono via spaventate e non dicono niente a nessuno perché hanno paura. E sempre Marco annota che quando gli Undici videro il Risorto si prostrarono innanzi a Lui, alcuni però dubitavano. E Giovanni, abbiamo letto, quasi riassume questa incredulità nella figura di Tommaso. I discepoli che pure avevano ripetutamente ascoltato dal Maestro l'annuncio della sua passione e morte imminenti e della sua risurrezione il terzo giorno, sembra abbiano dimenticato quest'ultima parola. Anzi, due di loro fanno ritorno al loro villaggio di Emmaus per riprendere la loro vita consueta che avevano lasciato per seguire Gesù. Avevano sperato in Lui ma ormai tutto è finito. È a questi uomini rassegnati e sfiduciati che Gesù si fa incontro con i segni evidenti della sua passione. È lui l'uomo della croce, è vivo, corporalmente vivo. Se anche noi, pur avvertendo la bellezza dell'annuncio pasquale, siamo come paralizzati dall'incredulità, se di fronte alla morte di Gesù e più ancora di fronte alla morte di una persona cara non abbiamo che lacrime e rassegnazione, ecco siamo proprio come i discepoli: la fatica ad aprirci alla novità della pasqua è stata anzitutto fatica dei discepoli. Può essere anche la nostra fatica, quella di ognuno di noi. Pasqua è evento che supera ogni immaginazione, che scavalca ogni più ardita speranza. E evento per il quale non abbiamo parole perché non abbiamo alcuna esperienza di ciò che sta dopo la morte. Certo noi tutti avvertiamo l'ingiustizia della morte che ci strappa, ci porta via come un ladro, la presenza di un volto amato, ma solo la fede, affidamento incondizionato alla parola del Signore, può farci accogliere l'annuncio della Risurrezione. C'è un indizio,appena un indizio: io sono pieno di stupore al pensiero che i discepoli di Gesù così scettici, così restii a credere al Risorto poi ne sono diventati i testimoni coraggiosi fino a dare per lui la loro vita. Che cosa è accaduto tra quel venerdì di fuga impaurita e disperata dalla croce di Gesù e poi la loro vita di intrepidi testimoni? Che cosa è avvenuto? Noi siamo ancora qui, duemila anni dopo, alle prese con il mistero di quest'uomo messo a morte eppure non cancellato dalla storia e dal cuore di quanti hanno creduto e continuano a credere in Lui. A noi, proprio a noi, è dedicata quella parola di Gesù che abbiamo ascoltato e che può sostenere i nostri dubbi, le nostre fatiche a credere: "beati coloro che senza aver visto crederanno". I nostri occhi non hanno visto, le nostre mani non hanno toccato il corpo del Risorto eppure possiamo credere anche grazie al dito esitante di Tommaso che sfiora appena le ferite dei chiodi.

 

 

 

 

 



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