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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico C


omelia di don Giuseppe
nella seconda domenica
dopo la Dedicazione
3 novembre 2013

 

Is 25, 6-10a
Rm 4, 18-25
Mt 22, 1-14

IL CONVITO E L'ABITO

La pagina evangelica di questa domenica risulta chiaramente dall'unione di due testi, due parabole accostate: la prima costruita attorno al simbolo del banchetto di nozze, la seconda attorno al simbolo dell'abito di festa.

Il simbolo del convito è immediatamente eloquente, è universale. Prendere parte a un banchetto vuol dire bel più che nutrirsi, è gesto carico di significati: convivialità, amicizia, festa, comunione tra le persone…Non stupisce allora che in tutte le tradizioni religiose il pasto preso insieme sia espressione della comunione tra gli uomini e degli uomini con la divinità. Anche nella fede cristiana il gesto decisivo e più significativo è un convito, un pasto rituale di convivialità umana e di comunione con Dio. E' il gesto che stiamo compiendo ora partecipando alla cena del Signore.
La parabola odierna adopera questo simbolo per indicare l'intenzione di Dio di convocare tutta l'umanità a una festa eterna. Tutta l'umanità. Certo i primi invitati non hanno accolto l'invito ma i doni di Dio sono senza pentimento e quindi altri vengono invitati, anzi tutta l'umanità con un gesto di sconfinata larghezza. Buoni e cattivi, belli e brutti, anche l'ultimo malconcio rottame umano è raggiunto dall'invito: vieni anche tu alla festa. Questo è l'Evangelo, la gioia dell'Evangelo. I discepoli di Gesù hanno consapevolezza di dover, anzitutto, essere portatori di questo annuncio lieto: Dio chiama, invita, vuole sottrarci all'isolamento per convocarci nel suo popolo, nel convito del suo Regno. Prima di qualsiasi precetto morale, prima dei comandi e dei divieti, prima di ogni altra parola deve risuonare l'invito alla gioia dell'Evangelo. Perchè la sala sia stracolma e sia festa per tutti. La prima parabola si ferma qui, sulla soglia della sala affollata da una umanità che nonostante le fatiche e le brutture che ne sfigurano il volto è chiamata alla gioia della comunione con Dio. Sarebbe bello fermarci qui, sulla soglia della sala e godere la gioia che dilaga tra i commensali.

Ma alla prima parabola ne segue una seconda che sembra guastarne il clima festoso.

Questa seconda parabola si concentra attorno al simbolo dell'abito per la festa. Anche questo è simbolo universale: abbiamo abiti diversi per le diverse circostanze della vita, abiti da lavoro, abiti da cerimonia, abiti casual per occasioni informali…il nostro modo di vestire parla di noi, esprime i nostri sentimenti. Ricordo un giorno di 53 anni fa quando davanti all'altare della mia chiesa mi toglievo la giacca e indossavo la lunga veste nera. E ricordo le parole che accompagnavano quel gesto: Ti sei spogliato dell'uomo vecchio e ti sei rivestito dell'uomo nuovo. Così iniziavo il cammino verso il sacerdozio. Valore simbolico della veste che dice la condizione interiore dell'uomo, manifesta il suo cuore. Allora non si può stare nella sala del banchetto senza l'abito di festa, se il cuore non è vestito dio gioia. Notiamo il trapasso dalla prima alla seconda parabola, dall'invito al banchetto alla necessità dell'abito di festa.

L'accostamento di queste due parabole indica la progressiva presa di coscienza da parte della chiesa delle origini: essa deve anzitutto diffondere a tutti il lieto annuncio, l'appello alla comunione festosa con Dio, ma al tempo stesso deve farsi guida e maestra indicando gli atteggiamenti, i comportamenti, appunto l'abito per stare nella festa alla quale Dio vuole invitarci.

 

 

 

 



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