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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico C


omelia di don Giuseppe
nella II domenica
dopo il Martirio di S. Giovanni
8 settembre 2013

 

Is 5,1-7
Gal 2,15-20
Mt 21,28-32

IL DIRE E IL FARE

La parabola dei due figli conferma il detto 'tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare'.
Il primo figlio dice con prontezza la sua volontà di lavorare nella vigna ma poi non lo fa. Tra le sue parole e il suo agire c'è distanza, davvero c'è di mezzo il mare.
Il secondo figlio dice con sincerità che proprio di andare a lavorare nella vigna non ne ha voglia, ma poi ci ripensa e va nella vigna. Qui il fare cambia, rovescia il dire, le parole.
Si potrebbe concludere: più che le parole contano i fatti, solo i fatti, solo il nostro agire realizza con verità le nostre parole. E non a caso, nell'ultimo giorno, la nostra vita sarà giudicata non già a partire dalle parole che avremo detto, non ci sarà chiesto conto delle nostre professioni di fede o delle nostre parole devote, ma la nostra vita sarà giudicata dall'agire, dalle concrete e materialissime azioni compiute: ci sarà chiesto conto del pane che abbiamo condiviso, delle sete che abbiamo placato, del calore che abbiamo dato a corpi infreddoliti, della compagnia donata a malati e carcerati.
Possiamo parlare, non stupitevi, di un vero e proprio 'materialismo' evangelico, dove conta l'agire concreto, materiale appunto, ben più che le parole.
E' così vero che più volte ritorna sulle labbra di Gesù l'appello a non limitarsi a dire la verità ma impegnarsi a 'fare' la verità (Gv 3,21). Infatti: "beati coloro che ascoltano la mia parola e la mettono in pratica" (Lc 8,19ss.) E ancora: familiari di Gesù sono quanti ascoltano la sua parola e la osservano( Lc 11,27s.). Non basta ascoltare l'Evangelo: forse alcune sue parole abitano la nostra memoria e magari le ripetiamo, bisogna realizzare queste parole: "Non amiamo con la lingua ma con opere e verità" (1Gv 3,18). Ancor più concreto l'apostolo Giacomo: "Se un fratello e una sorella sono senza vestito e sprovvisti di cibo e uno di voi dice loro 'Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi' ma non date loro il necessario per il corpo, che giova? Così anche la fede: se non ha le opere è morta in se stessa" (2,14-15). E Paolo con una formula efficace invita a "fare la verità nella carità" (Ef 4,15).

La Chiesa è stata e continua a essere giustamente preoccupata dell'ortodossia, cioè della retta, rigorosa proclamazione delle verità di fede. Formulare e custodire con parole rigorose i contenuti della fede è compito prezioso.
Non è la stessa cosa affermare che Gesù di Nazareth nato da Maria è il figlio di Dio, il Messia, l'unico Salvatore oppure affermare che è uno dei grandi profeti, uno dei grandi maestri spirituali, uno dei tanti benefattori dell'umanità. Due formulazioni che contengono due diverse verità circa la persona di Gesù.
Credetemi, per me e credo per voi, non è la stessa cosa affidare la vita a Gesù riconosciuto unico Salvatore oppure a un Gesù, grande e illustre pensatore e filantropo. Paolo non avrebbe detto quella straordinaria parola che abbiamo ascoltato: "Non sono io che vivo ma Cristo che vive in me", se Gesù fosse appunto solo uno dei tanti benefattori dell'umanità.
Proprio non è la stessa cosa.
Custodire con parole limpide il contenuto della fede è quindi compito necessario al quale la Chiesa non si è mai sottratta, anzi.
Nei primi secoli cristiani, quando appunto la fede cristiana andava formulandosi anche con parole e affermazioni precise proprio per custodire con rigore l'autentico contenuto della fede, in qualche caso si è arrivati a duri scontri per la scelta di una sola parola che doveva esprimere con la massima esattezza il contenuto della fede.
E riconosciamolo, battendoci il petto: in nome dell'ortodossia, cioè della rigorosa formulazione della fede purtroppo sono stati accesi roghi o comminate scomuniche per eliminare chi enunciava dottrine ritenute erronee.

Alla luce della parabola odierna dovremmo avere cura non solo per l'ortodossia, la retta enunciazione della fede, ma anche per l'ortoprassi, cioè il retto agire conforme alla fede evangelica.
Faccio un esempio che mi viene suggerito dalla inquietante situazione che viviamo per il pericolo di un nuovo conflitto in Medioriente.
Oggi facciamo nostro l'appello accorato di papa Francesco per la pace in quelle terre.
E' necessaria una ortoprassi, cioè una prassi, un agire, scelte coerenti con l'evangelo della pace.
E' necessaria la rinuncia a qualsiasi soluzione militare: solo questa è prassi coerente con l'Evangelo. Ecco un caso in cui è necessaria una ortoprassi, ovvero scelte politiche che affidino al negoziato e non alla forza degli armamenti la ricerca di un ragionevole compromesso.

E infine solo un cenno alla conclusione della parabola: il secondo figlio ha saputo ravvedersi e agire secondo la volontà del Padre che lo chiamava al lavoro.
Gesù rimprovera i suoi contemporanei che non hanno accolto l'appello alla conversione rivolto loro da Giovanni Battista.
Pubblicani e prostitute, due categorie di persone allora massimamente disprezzate, hanno invece raccolto l'appello a cambiare vita e quindi saranno, proprio loro, i primi nel Regno.
Anche noi accogliamo l'appello a una vita coerente con l'Evangelo della pace e preghiamo con le parole di Francesco d'Assisi: Signore fà di me uno strumento della tua pace.

 

 

 

 



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