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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico B


omelia di don Giuseppe
nella II domenica dopo Pentecoste
10 giugno 2012

 

Sir 16, 24-30
Rm 1, 16-21
Lc 12, 22-31

NON PREOCCUPATEVI...

Ci sono parole che ascoltate in particolari situazioni risultano problematiche, al limite inaccettabili. Così è dell'Evangelo di oggi, una pagina che mi ha inquietato. Se potessi non aprirei bocca. In questi tempi di crisi economica, di perdita di posti di lavoro, di incapacità per molte famiglie ad arrivare a fine mese, come posso ripetere: Non preoccupatevi per la vita, di quello che mangerete… di quello che indosserete… e di nuovo: Non state a domandarvi che cosa mangerete e berrete… non state in ansia…
Il paragone così suggestivo con gli uccelli del cielo che certo non lavorano per procurarsi cibo e i gigli del campo ai quali Dio stesso provvede un abito di stupenda bellezza, questo paragone rischia d'esser indisponente.

A differenza degli uccelli e dei fiori del campo, noi dobbiamo, con il sudore della fronte, procurarci cibo e vestito. Questi beni necessari non piovono dall'alto ma sorgono dalla fatica quotidiana. E oggi è addirittura arduo trovare il modo di procurarseli, è arduo trovare lavoro. Sembrerebbe quindi una pagina del tutto inattuale, improponibile. Una pagina che sembra suggerire una sorta di tranquilla attesa di una soluzione dall'alto grazie ad una Provvidenza che non può non farsi carico di ciò che è per noi necessario. Ma andiamo al cuore dell'evangelo odierno, a quel triplice appello di Gesù: Non preoccupatevi, anzi si dovrebbe tradurre non angosciatevi! Ho pensato immediatamente a quelle 38 persone che, dall'inizio dell'anno si sono tolti la vita perché si sono sentite impotenti di fronte alle responsabilità che la crisi economica gettava sulle loro spalle. Schiacciati dalle preoccupazioni, angosciati, proprio come dice l'evangelo di oggi. Disperati. Ma senza arrivare a questi casi davvero estremi, quanti padri e madri di famiglia guardano con preoccupazione al futuro dei loro figli, quanti giovani dormono sonni inquieti per un domani incerto.

Ma perché, come ci dice l'Evangelo, dovremmo superare l'angoscia? Semplice e disarmante la risposta: Dio nutre gli uccelli del cielo, Dio riveste l'erba del campo, Dio sa che noi uomini abbiamo bisogno di cibo e vestito. In una parola: Dio si prende cura.
L'angoscia che nasce dalla terribile esperienza della impotenza di fronte ad un futuro incerto e fosco può trovare nella fede, non già la ricetta miracolistica ma la serena certezza che i nostri giorni, fragili e incerti, sono affidati a Colui che conosce ciò di cui abbiamo bisogno, affidati ad un Dio che si prende cura. La fede non è insieme di risposte rassicuranti ma una sola elementare certezza: Dio sa ciò di cui abbiamo bisogno e si prende cura. Una certezza che sembra scossa proprio dai giorni che viviamo segnati per tanta gente dalla paura d'esser travolti dalla oscura forza del terremoto. Come aver fede quando le più elementari certezze vacillano? La certezza del lavoro e del pane quotidiano, la certezza della terra ferma sotto i piedi. Come non cedere all'amara conclusione che la condizione umana è storia insensata piena di furore e di furia, che non vuol dire niente? La fede è certezza che nonostante tutto Dio si prende cura di noi, come una mano amica che tiene la nostra mano, la stringe per infondere coraggio e così aiutare ad attraversare la bufera e vincere l'inquietudine.

A noi è detto di cercare una cosa sola: il Regno di Dio e la sua giustizia. Cercarlo, perchè è già in mezzo a noi, nascosto negli innumerevoli gesti di amore, condivisione, accoglienza, fraternità, giustizia, di cui tanti uomini e donne sono capaci soprattutto in questi giorni difficili. Cerchiamolo in questi gesti e non nelle oscure e squallide trame di potere che, purtroppo, deturpano il volto della nostra santa madre Chiesa che amiamo come figli e che vorremmo senza macchie e senza rughe.

 

 

 

 



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