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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico C


omelia di don Giuseppe
nella III domenica di Avvnto
2 dicembre 2012

 

Is 45, 1-8
Rm 9, 1-5
Lc 7, 18-28

SEI TU IL MESSIA?

Gettato nel buio di una prigione da Erode che non ne sopportava la parola intransigente, Giovanni il battista è attraversato da un dubbio terribile: questo Gesù di cui sente parlare è davvero l'Atteso al quale deve preparare la strada, oppure dobbiamo aspettare un altro? Il dubbio è legittimo perché Gesù non sembra corrispondere all'attesa di Giovanni. Il battista nella sua infuocata predicazione annunciava imminente il giudizio di Dio che, come scure, avrebbe abbattuto i prepotenti e i superbi, come un fuoco purificatore avrebbe distrutto tutto quanto non è buon grano. Ma sulle labbra di Gesù nessuna invettiva, nessuna condanna ma accorati appelli alla conversione. Gesù non si presenta come l'inviato di un Dio giustiziere bensì, come abbiamo letto domenica, è evangelo, cioè buona, bella notizia. Gesù è la buona e consolante notizia di una speranza offerta ad ogni uomo. Di qui lo sconcerto di Giovanni, quasi una crisi di fede.

Forse anche noi non siamo distanti dal sentire di Giovanni, quando vorremmo che un fuoco dal cielo incenerisse coloro che fanno il male. Mentre Giovanni , apostrofando i suoi contemporanei come 'razza di viperÈ invoca la vendetta di Dio, Gesù annuncia che a tutti è irrevocabilmente aperta la via del perdono e della misericordia. Alla domanda di Giovanni: "Sei tu colui che deve venire?" Gesù non risponde direttamente, non dichiara le sue generalità ma invita a scrutare alcuni segni, decifrarli per scoprire la sua identità. Ritroviamo qui lo stile tipico del manifestarsi di Dio: non faccia a faccia, non direttamente: Dio non è mai un oggetto della nostra indagine. Arriviamo a Lui solo attraverso lo spessore della realtà. Dio si comunica a noi attraverso situazioni, fatti, eventi umani. Dobbiamo leggere la sua presenza attraverso la trama, lo spessore della nostra esistenza quotidiana. In particolare si rivela a noi attraverso eventi di liberazione, di riscatto umano, di guarigione. Davvero 'la gloria di Dio è l'uomo vivente. Laddove si attua un processo di promozione umana, di solidarietà, di liberazione, di ricostruzione dell'umano, lì possiamo cogliere un segno, un indizio del Regno di Dio che viene, che si realizza.

Come credenti dobbiamo essere testimoni di una speranza che non si esaurisce nel tempo ma che trova nel tempo la sua prima attuazione. L'attesa del Regno di Dio non ci rende estranei alle attese che sono nel cuore degli uomini. Ecco una delle parole più belle del Concilio: "Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini dì'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore". Il credente non può opporre l'attesa di Dio e del suo Regno alle attese degli uomini per la costruzione di una convivenza umana più giusta. Ogni passo avanti nella direzione dell'umanizzazione realizza, anche se gli uomini non lo sanno, il disegno di Dio. E i credenti possono, anzi devono prendervi parte. Ma mentre collaborano con tutti gli uomini al compito di liberazione umana dalle molteplici forme di servitù, oppressione, alienazione i cristiani non devono smettere di annunciare l'evangelo: la suprema liberazione dell'uomo ci è data in Cristo, nella sua dedizione incondizionata. Nell'evangelo di oggi Gesù dice: "Beato colui che non trova in me motivo di scandalo", ovvero beato chi non si ferma, perplesso, incredulo di fronte al segno povero, inerme della mia umanità.

Ci avviciniamo al Natale. Anche in quella notte ci sarà dato un segno: "Questo sarà per voi un segno: troverete un bambino avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia". Sapremo riconoscere in quel povero e disadorno segno la presenza di quel Dio che ha tanto amato il mondo fino a dare il suo Figlio?

 

 

 

 



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