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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico C


omelia di don Giuseppe
nella III domenica
dopo il Martirio di S. Giovanni
15 settembre 2013

 

Is 43,24c-44,3
Eb 11,39-12,4
Gv 5,25-36

UDIRE LA VOCE DEL FIGLIO DI DIO

Nella pagina evangelica mi colpisce una affermazione ripetuta due volte: dice Gesù: "Viene l'ora ed è questa in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio….viene l'ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce", la voce del Figlio di Dio. I morti ascoltano una voce, quella del Figlio di Dio.
Questa affermazione di Gesù mi stupisce perché è quanto di più lontano dalla nostra esperienza quotidiana: l'esperienza del silenzio che accompagna la morte. Chi muore non ci ascolta più e davvero strazianti sono le grida di madri e mogli che chiamano a gran voce il figlio, il marito che non possono più rispondere.
La morte è terribile perché interrompe ogni comunicazione.
Possiamo parlare di chi ci ha lasciato, ma non possiamo più parlare con chi ci ha lasciato, non potrà più ascoltare e rispondere alle nostre parole.
La morte distrugge la forza delle parole che sono il mezzo fragile eppur efficace della comunicazione. Inutili sono ormai le nostre parole ai morti perché non hanno un orecchio capace di ascoltarle.
Si comprendono i disperati tentativi di ristabilire un dialogo con chi non è più con noi. Tentativi vani come vano è il conforto di rivedere in sogno chi ci ha lasciato. Eppure siamo felici di poter dire: Sai, ho sognato…quella persona cara defunta…mi ha parlato…Ma è solo un sogno. E invece Gesù afferma: la mia voce entra nel regno dei morti, rompe l'isolamento, infrange il silenzio: "I morti udranno la voce del Figlio di Dio…".
Mentre le nostre parole tentano disperatamente di destare chi si è addormentato nel sonno della morte ma non ricevono alcuna risposta se non il silenzio, la voce del figlio di Dio raggiunge i morti e li ridesta. Questa voce ha ridestato Lazzaro, già da quattro giorni nel sepolcro. Ha ridestato il giovane figlio della Vedova di Nain, la ragazza figlia di Giaro capo della Sinagoga…questa stessa voce raggiungerà i nostri orecchi ormai chiusi a ogni altra voce e ci ridesterà alla vita.
Questa stupenda certezza che la fede ci dona è terribilmente distante dall'esperienza del silenzio che scende dentro di noi con la morte d'altri, soprattutto di una persona cara.
E' l'esperienza di un dialogo ormai impossibile. Con quella persona che ci ha lasciato non potremo davvero parlare più. E qualcosa di me muore con la morte dell'altro. Col silenzio di chi muore e col quale non potremo parlare più, la morte dell'altro penetra in me spezzando questa appartenenza reciproca.
Al fondo la morte svela il senso profondo della vita, svela una appartenenza reciproca, una comunione di vita che appunto la morte interrompe.
Allontanare la morte d'altri, renderci a essa indifferenti vuol dire negare questa appartenenza , negare che il senso della vita va cercato nella reciprocità e non nella distanza.
Lo scrittore Cesare Pavese ha espresso mirabilmente questa appartenenza, anche nel caso della morte del 'nemico', una riflessione la sua che è particolarmente adatta a questi nostri giorni che potrebbero conoscere un nuovo conflitto. Scrive: "Ho visto i morti sconosciuti, i morti che erano miei avversari…Se un ignoto, un nemico diventa, morendo, una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l'ha sparso. Potremmo infatti essere al loro posto: per questo ogni guerra è una guerra civile, ogni caduto somiglia a chi resta e gliene chiede ragione"(La casa in collina, p. 185).
Mentre per noi la morte è un silenzio che rende vano tentare di parlare con chi è morto, per Gesù la sua voce penetra nel regno dei morti e li richiama alla vita. Con un tratto di singolare umanità Gesù intuisce la fatica dei discepoli, la nostra fatica a credere alla sua parola. Consapevole della sorpresa che tale affermazione può suscitare in noi, Gesù dice: "Non meravigliatevi di questo…"
Restiamo nello stupore per questa parola che ci ridona speranza.

 

 

 

 



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