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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico A


omelia di don Giuseppe
nella terza domenica di Quaresima
23 marz
o 2014

 

Es 34, 1-10
Gal 3, 6-14
Gv 8, 31-59

ABRAMO NOSTRO PADRE

Ben undici volte ritorna nell'evangelo di questa terza domenica di Quaresima, il nome di Abramo.
Questo insistente richiamo ad Abramo ha riportato alla mia mente una espressione che troviamo ripetutamente attestata nelle Scritture sacre, quasi una definizione di Dio.
Di Lui si dice che è il Dio dei nostri padri, e precisamente Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, Dio di Gesù, anche lui discendente di Abramo. Dio dei nostri padri. Dunque Dio prima di essere il mio Dio è il Dio di altri, appunto dei nostri Padri. Può essere il mio Dio perché è il Dio di altri e io lo posso conoscere proprio perché è il Dio di altri e questi altri di Lui mi hanno parlato. Se voglio conoscere Dio devo ascoltare Abramo.
Qualche volta ci sorprende la tentazione di stabilire con Dio un rapporto immediato, diretto, a tu per tu senza passare attraverso la mediazione talora opaca e faticosa di altri uomini, la mediazione della chiesa.
Ci sono persone che amano frequentare la chiesa solo quando è vuota e avvertono fastidio nella preghiera pubblica, collettiva come adesso stiamo facendo. Certo questo tramite umano che è la Chiesa può rappresentare talvolta un ostacolo ingombrante eppure è proprio attraverso altri che Dio è venuto incontro a noi, a cominciare da Abramo.
n una notte piena di stelle Dio si rivolse ad Abramo così: "Conta le stelle se le puoi contare, così numerosa sarà la tua discendenza, come le stelle del cielo e la sabbia che è sulla riva del mare". In quella stellata notturna c'eravamo anche noi figli promessi ad Abramo, chiamati a far parte di questo grande popolo, i figli di Abramo.
E' grazie a questa ininterrotta catena di credenti-i figli di Abramo-che la fede è giunta fino a noi. E' dentro a questo popolo che Gesù, della stirpe di Abramo, è venuto nel mondo.
Eppure tra i discendenti di Abramo e Gesù nasce un conflitto insanabile, uno scontro duro che, abbiamo letto, arriva fino al tentativo di sopprimere Gesù. Eppure sono tutti discendenti di Abramo, appartenenti allo stesso popolo.
Ma Gesù in questa pagina dice una parola che i suoi contemporanei non possono accettare. Dice che decisiva non è l'appartenenza al sangue di Abramo ma è piuttosto fare le opere di Abramo, vivere della sua fede, non del suo sangue.
Quante volte Gesù reagirà energicamente contro la pretesa che essere figli di Abramo, avere il suo sangue, sarebbe titolo di privilegio esclusivo. Più volte dirà: verranno genti da oriente ad occidente dal nord e dal sud e siederanno a mensa con Abramo, mentre voi, suoi discendenti che avete il suo sangue, sarete cacciati fuori.
Le promesse di Dio non sono per un popolo, peggio per una razza, ma per l'intera umanità. Pretendere di legare Dio ad un popolo, ad una razza vuol dire negare quel Dio che è sì il Dio di Abramo , dei nostri padri, ma per una salvezza che è per tutti, per ogni uomo che lo cerca con cuore sincero. Nessuno spirito settario, nessun esclusivismo è compatibile con il respiro grande, universale del popolo di Dio, popolo dei figli di Abramo, figli innumerevoli come le stelle del cielo e la sabbia sulla riva del mare. Questa è la prima caratteristica della fede di Abramo.
Una seconda: la fede di Abramo è una fede 'nomade', propria di chi cammina. La prima parola che Dio rivolge ad Abramo è: "Parti dalla tua terra e và verso la terra che io ti indicherò". E Abramo partì, fidandosi di Dio, partì senza sapere dove andava. Una fede nomade quella di Abramo e dei suoi figli, una fede nomade la nostra, principio di ricerca instancabile, di santa inquietudine.
Dopo Abramo il credente, il popolo dei credenti è un popolo mai definitivamente installato nelle sue sicurezze, un popolo che si accompagna ad ogni ricerca, ad ogni speranza umana.
E infine la fede di Abramo ha una terza ardua caratteristica. Ricordiamo quell'episodio terribile quando Dio chiede ad Abramo il sacrifico dell'unico figlio.
La mano di Dio fermerà il coltello che si apprestava a colpire il ragazzo già posto sull'altare dell'offerta. Certo questo tremendo episodio sta a dire che Dio non vuole sacrifici umani come era orribile usanza di quel tempo. Ma questa richiesta ci dice che il punto-limite cui deve arrivare la fede è l'offerta della vita.
Ogni credente deve esser disposto come Abramo a rimettere tutto nelle mani di Dio, compresa la vita stessa. Oggi preghiamo con quanti si riconoscono figli di Abramo, con gli Ebrei e i Mussulmani: Benedetto sei tu, Signore Dio dei nostri padri. Non ritirare da noi la tua misericordia, per amore di Abramo, tuo amico".

 

 

 

 



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