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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico C


omelia di don Giuseppe
nella III domenica di Quaresima
domenica
3 marzo 2013

 

Dt 6,4a; 18,9-22;
Rm 3,21-26;
Gv 8,31-59.

ABRAMO

Undici volte ritorna nell'evangelo di questa terza domenica di Quaresima il nome di Abramo. Questo insistente richiamo ad Abramo ha riportato alla mia mente una espressione che troviamo molte volte nelle Scritture Sacre, quasi una definizione di dio: Di Lui si dice che è il Dio dei nostri padri, Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, Dio di Gesù Cristo, anche Lui discendente di Abramo.
Dio dei nostri padri. Dunque Dio, prima di essere il mio Dio è il Dio di altri, appunto dei nostri padri. Può essere il mio Dio perché è il Dio di altri e io lo posso conoscere solo perché è il Dio di altri e questi altri di Lui mi hanno parlato. Se voglio conoscere Dio devo allora conoscere e ascoltare questi altri, e primo tra tutti Abramo.

Qualche volta ci sorprende il desiderio di stabilire con Dio un rapporto immediato, diretto, a tu per tu, senza passare attraverso la mediazione talora opaca e faticosa di altri uomini, la mediazione della Chiesa. Ci sono persone che amano frequentare la chiesa solo quando è deserta, avvolta dal silenzio e avvertono fastidio nella preghiera comunitaria, come adesso stiamo facendo. Certo, questo tramite umano che è la Chiesa può rappresentare talvolta un ostacolo ingombrante eppure è proprio attraverso altri, uomini e donne, che Dio è venuto incontro a noi, a cominciare da Abramo.

In una notte piena di stelle Dio si rivolse ad Abramo così: "Conta le stelle, se le puoi contare. Così numerosa sarà la tua discendenza, come le stelle del cielo e la sabbia che è sulla riva del mare". In quella notturna stellata c'eravamo anche noi, tra i figli promessi ad Abramo, chiamati a fare parte di questo immenso popolo dei figli di Abramo. È grazie a questa ininterrotta catena di credenti, i figli di Abramo, che il nome e le parole di Dio sono giunte fino a noi. È dentro questo popolo che Gesù, della stirpe di Abramo, è venuto nel mondo. E noi oggi possiamo credere proprio perché altri prima di noi ha creduto, a cominciare da Abramo.

La fede è come la vita: possiamo trasmettere la vita, possiamo perderla, non possiamo darla a noi stessi ma solo riceverla. E così la fede: possiamo trasmetterla, perderla, ma non darla a noi stessi: solo riceverla. E la ricevo grazie al gesto semplicissimo di chi mi trasmette ciò che a sua volta ha ricevuto e che poi tocca a me trasmettere ad altri. Se noi adulti nella fede interrompiamo la trasmissione delle parole e dei gesti della fede, da chi i nostri figli impareranno a conoscere e pronunciare il nome di Dio e rivolgersi a Lui nella preghiera? È vero, questo tramite umano, il popolo di Dio, il popolo dei figli di Abramo, la chiesa ci sembra talora più un ostacolo e arriviamo a dire: credo in Dio, credo in Gesù Cristo, ma proprio non posso credere la Chiesa.

La bellezza e semplicità della fede sembra offuscata e appesantita da questa realtà umana, troppo umana. Le dimissioni del papa Benedetto, oggi dopo sette anni, non diremo il suo nome nel cuore della celebrazione, rivelano anche una situazione di divisione, di profondo malessere nel corpo della chiesa.
Don Lorenzo Milani che molto aveva sofferto dentro la chiesa fiorentina diceva: Si può avere una madre brutta, ma è sempre la propria madre.

 

 

 

 



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