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La Parola predicata

 

 

 


Anno liturgico A


omelia di don Giuseppe
nella IV domenica dopoPasqua
11 maggio 2014

 

At 6, 1-7
Rm 10, 11-15
Gv 10, 11-18

UN GREGGE DI PECORE INTELLIGENTI

Ecco una pagina evangelica che esprime la cultura agro-pastorale di quel tempo. Le pagine della Bibbia conoscono tanti pastori. Era pastore Abele che offriva a Dio i primi nati del suo gregge (Gen 4,4), pastore Abramo (Gen 12,16), pastore Mosè (Es 3,1) pastore è Davide (1Sam 16,11) pastore Giobbe ricco di settemila pecore e tremila cammelli (Gb 1,2). E soprattutto Dio stesso è pastore: "Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla" (Sal 22,1);"Ecco io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura" (Ez 34,11ss.). E mentre allora questa immagine pastore-gregge rivelava l'intensa relazione di cura del pastore per il suo gregge suo decisivo bene, oggi questa immagine evoca piuttosto una condizione di passività tipica del gregge. Oggi dire di un insieme di persone che è un gregge non è precisamente fare un apprezzamento. E assimilare qualcuno ad una pecora non è proprio fargli un complimento. Pensare la nostra relazione con il Signore Gesù nei termini appunto di pecore di un gregge, rischia di suggerire un atteggiamento gregario, privo di iniziativa. L'immagine di Gesù pastore buono e di noi pecore del suo gregge rischia oggi d'essere sgradevole. Ma se leggiamo con cura i termini che qualificano la relazione tra il Pastore e le sue pecore, allora scopriamo che tale relazione non ha niente di negativo, non è proprio quella di un gregge che, passivamente, va dietro al pastore. Ben cinque volte nella pagina evangelica si dice che il Pastore dà la vita e questo verbo allude all'amore incondizionato che trova nella croce la sua decisiva manifestazione. Questa è la prima caratteristica del Pastore: dare la vita. Ancora, quattro volte ricorre il verbo conoscere: è questa la seconda caratteristica del Pastore, conoscere le sue pecore: "chiama le sue pecore una per una" (Gv 10,3). Dare la vita e conoscere: non una relazione autoritaria nè di comando: decisiva l'intima relazione del Pastore con le sue pecore: relazione di conoscenza e di dedizione fino al dono di sé. Anzi notiamo come la relazione tra Pastore e pecore è analoga alla relazione tra il Padre e il Figlio. Vuol dire, allora, che anche noi partecipiamo della vita stessa di Dio, siamo introdotti nell'intimità stessa della relazione tra il Padre e il figlio suo Gesù. Ma vorrei notare il verbo che viene usato per qualificare le pecore: ascoltano. Viene subito alla mente uno dei testi più importanti per la tradizione ebraica: "Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio. Il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutte le forze" (Dt 6,4). Israele, il popolo di Dio è un popolo che ascolta. E anche il discepolo di Gesù sta seduto ai suoi piedi in ascolto delle sue parole, come Maria di Betania al punto che Gesù dice: "Maria ha fatto la scelta migliore".Ma allora queste pecore che ascoltano non sono affatto passive, pecore appunto nell'accezione corrente, sono deste, aperte a comprendere, insomma pecore intelligenti. Non si sta dentro il popolo di Dio, diciamo pure dentro il gregge, come gregari, ma come soggetti liberi, consapevoli. La pagina evangelica si conclude con una grande apertura universale: il Pastore che ha offerto la sua vita per la moltitudine, per tutti, raccoglierà in un unico popolo, un unico gregge quanti ascolteranno la sua voce. E' significativo che Gesù dica: vi sarà un solo gregge e un solo Pastore. Non dice: vi sarà un solo ovile. Non dice: vi sarà una sola chiesa. L'istituzione-chiesa, l'ovile, lascerà il posto ad un solo popolo che tutti raccolga nella fedeltà all'unico Pastore.

 

 

 

 

 



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