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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico C


omelia di don Giuseppe
nella IV domenica dopo Pasqua
21 aprile 2013

 
At 21,8b-14
Fil 1,8-14
Gv 15,9-17

AMATEVI PERCHÈ IO VI HO AMATI

L'evangelo di questa domenica racchiude il comandamento che Gesù lascia ai suoi: amatevi come io vi ho amati. L'antico precetto ebraico: Ama il prossimo tuo come te stesso, non basta più: ama come Cristo ti ha amato. Davvero vertiginosa questa parola che chiede a me, ad ognuno di noi - esseri fragili e incerti quali siamo - di amare come Dio ci ha amati e ci ama. Non è l'unica volta che l'Evangelo ascoltiamo questa parola: Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli (Mt 5,48) o "Siate misericordiosi come misericordioso è il padre vostro " (Lc 6,36). Queste diverse parole in forma di comandamento sembrano indicare l'imitazione di Dio misericordioso, perfetto. Una proposta francamente sproporzionata per le nostre deboli spalle. Come la creatura potrà imitare il Creatore? Ecco che ci viene in soccorso una lettura più attenta del testo nella sua forma originaria e non nella sua traduzione che, come in questo caso, è inadeguata. La parola di Gesù può esser meglio resa così: Amatevi dell'amore con cui io vi ho amati, amatevi in forza del mio amore.

Gesù e il suo amore per noi non è solo modello grande e irraggiungibile per noi ma è causa, sorgente, principio della nostra capacità di amare. L'amore che ci ha avvolti - Gesù ci ha chiamati amici - amore che è in noi ci rende capaci di amare, quasi lasciando dilagare quell'amore che ha interamente invaso la nostra vita. Con una formula breve: capaci di amare perché amati. Dio per primo ci ha amati e così ci ha resi capaci di amare. Questa stupenda certezza trova una conferma nella nostra vita quotidiana. Chi non ha mai sentito su di sé il calore d'esser amato, chi non è stato accolto da un grembo di tenerezza a fatica, poi, si apre all'amore. Più facilmente è chiuso, duro, ostile, diffidente. Le famiglie che si sono aperte all'adozione e non sono poche nella nostra comunità, conoscono la fatica di far sentire il calore, la tenerezza di una famiglia ad un bambino segnato da un abbandono e che ha sperimentato solo l'anonimato di un Istituto. Quando si scava nel passato di giovani aggressivi, violenti, duri, spesso si trova un deserto di affetti, l'assenza della cura premurosa di un volto.

Una delle parole più belle di papa Francesco : "Il prendersi cura, il custodire chiede bontà, chiede d'essere vissuto con tenerezza…Non dobbiamo avere timore della bontà, della tenerezza. È addirittura una legge biologica: senza il calore del solco il seme non si schiude, senza il sole che comincia a riscaldare questa incerta primavera gli alberi non si vestono di foglie e di fiori. Così è anche per l'essere umano. Diventa capace di amore, di confidente apertura all'altro se è accolto in un grembo di tenerezza. Possiamo ora meglio capire la parola evangelica: Amatevi dell'amore con cui vi ho amati, perchè io per primo vi ho amati e così vi ho resi capaci di amore.

Volgiamo, allora, i nostri sguardi alla Croce. Ci sentiamo prima di tutto guardati dall'Uomo della croce, sentiamo su di noi lo sguardo misericordioso del Figlio di Dio crocifisso. Senza questo sguardo di amore sarebbe troppo grande per le nostre spalle il peso di una testimonianza evangelica di amore nel mondo di oggi. Non siamo noi a guardare il Crocifisso, siamo da Lui guardati. Ecco la chiesa è la comunità di quanti, scoprendosi guardati da Dio con infinita tenerezza, diventano capaci di guardare con amore ogni umana sofferenza. Amati e quindi capaci di amore. Possiamo così capire l'insistenza nell'evangelo odierno sul 'rimanere' nell'amore di Cristo, fare di Lui e del suo amore per noi la nostra casa, la nostra abitazione, lo spazio nel quale rimanere. Anzi, il testo tradotto bene è ancor più intenso: Gesù non dice: "Rimanete nel mio amore", ma "Rimanete nell'amore, il mio".

 

 

 

 



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