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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico A


omelia di don Giuseppe
nella quarta domenica di Avvento

8dicembre 2013

 

Is 40,1-11
Eb 10,5-9a
Mt 21,1-9

L'ASINO PORTA IL MISTERO

L'evangelo di questa domenica di Avvento è come una messa in scena del venire di Dio in mezzo a noi.
L'ingresso di Gesù in Gerusalemme è come una vera e propria rappresentazione di questo tempo di Avvento, tempo del venire di Dio in mezzo a noi. Sono molti i titoli che possiamo adoperare per indicare Gesù: è il figlio di Giuseppe il falegname, è il figlio di Maria, è il Signore, è il Figlio del Dio altissimo, è il Salvatore, è l'Agnello di Dio, è lo Sposo, è il Pastore buono, è l'Amico, è l'uomo della croce, è il Risorto…ma possiamo anche chiamarlo il Veniente, Gesù Colui che viene.

L'ultima parola che conclude le Scritture Sacre è appunto nel segno dell'avvento: "Colui che attesta queste cose dice: Sì vengo presto! Amen. Vieni, Signore Gesù" (Apocalisse 22,20). L'ultima parola conclusiva della Bibbia è quindi nel segno dell'attesa, è una parola di Avvento. E sempre nell'Apocalisse Gesù è presentato come "Alfa e Omega, Colui che è, che era e che viene" (1,8). E nel cuore della celebrazione eucaristica cantiamo: "Annunciamo la tua morte Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell'attesa della tua venuta".
Siamo quindi un popolo che attende.
Ma attendiamo perché Qualcuno viene. Dio infatti ha deciso di venire e abitare in mezzo al suo popolo.
Innumerevoli volte nel Primo Testamento ritorna il verbo venire: Dio viene. Si spezza così l'isolamento, la solitudine beata della divinità che sta altissima nei cieli. Così gli uomini hanno sempre immaginato la divinità: distante nella sua altezza irraggiungibile. E invece ecco che Dio viene. "Benedetto Colui che viene" acclama la folla a Gerusalemme. Riflettendo su questo titolo - Gesù, colui che viene - mi sono chiesto: ma noi cristiani non ci qualifichiamo forse per la certezza che Gesù è già venuto?. Non misuriamo forse il tempo a partire dalla sua venuta? 2013 dopo Cristo!
Non si dice forse che una differenza tra Cristianesimo ed Ebraismo starebbe proprio nella certezza che per noi il Messia è già venuto mentre Israele ancora lo attende? Ma se Gesù non è solo colui che era, che è ma anche colui che viene, forse dobbiamo lasciarci istruire dall'attesa di Israele.
Certo, noi proclamiamo la venuta del Signore, noi ne custodiamo la parola consegnata nelle Scritture, quando ci rechiamo a Betlemme, a Nazareth, a Gerusalemme abbiamo la consolante certezza di camminare là dove Lui ha camminato, di contemplare i paesaggi che Lui ha contemplato. È venuto il Signore e noi ne facciamo memoria, secondo il suo comando: "Fate questo in memoria dio me". Proprio perché il Signore è venuto noi siamo uomini e donne di memoria, chiamati a custodire e trasmettere una memoria. Le parole della fede noi le abbiamo ricevute da altri che prima di noi le hanno ricevute e custodite e trasmesse.

Ma non siamo solo uomini e donne di memoria, chiamati a custodire e trasmettere quanto abbiamo ricevuto. Il Signore che è già venuto è atteso e noi viviamo nell'attesa della sua venuta. Per questo il cristiano non è solo chiamato a custodire e conservare il passato, la memoria ma anche ad aprirsi al futuro, al nuovo.
Niente è tanto distante dallo stile di Avvento quanto il rassegnato pessimismo di chi dice: "Niente di nuovo sotto il sole". Il Signore viene, il tempo non è ancora definitivamente concluso, noi non siamo chiamati solo a ripetere il passato ma siamo chiamati ad aprirci a colui che viene, alla sua novità. Se Gesù è già venuto e al tempo stesso è Colui che viene, allora noi siamo già salvati, già in possesso delle primizie dello Spirito ma non ancora pienamente e compiutamente realizzati.
La nostra vita scorre tra il già e il non-ancora; i nostri giorni scorrono tra la gioiosa certezza dei doni di Dio posti nelle nostre mani e insieme il cammino di pieno compimento delle promesse di Dio. Tra memoria e futuro scorre la nostra esistenza.
L'evangelo di questa domenica annuncia la venuta del Signore nella città, a Gerusalemme dove entra non a cavallo, cavalcatura propria della guerra, ma in groppa ad un asino. Viene nella città perché la sua parola che è certo anzitutto rivolta alla coscienza e alla libertà di ogni uomo è altresì una parola per la città, per la convivenza civile. Quando la Chiesa alza la sua voce a difesa dei soggetti più deboli della società, contro la precarietà del lavoro, per il rispetto della dignità di ogni uomo senza discriminazioni, è fedele al suo Signore venuto nella città e per la città. E viene sull'asino che, senza saperlo, porta i misteri.
Un Autore antico ha scritto: E' L'ASINO CHE PORTA I MISTERI.
E il mistero è Gesù stesso.
Oggi questo asino è la Chiesa. E' lei che porta Gesù ma in verità è Lui, il Signore, che la porta e la sostiene.

 

 

 

 



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