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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico C


omelia di don Giuseppe
nella IV domenica di Avvnto
9 dicembre 2012

 

Is 4, 2-5
Eb 2, 5-15
Lc 19, 28-38

AVVENTO NELLA CITTÀ E PER LA CITTÀ

Non ci sorprenda la lettura di questa pagina evangelica che evoca i giorni che precedono la Pasqua piuttosto che questi giorni che precedono il Natale. L'ingresso di Gesù in Gerusalemme è una vera e propria rappresentazione, diremmo una messa in scena del venire di Gesù, del suo entrare nella città, cioè nel luogo della nostra quotidiana esistenza. Gesù è 'Colui che viene'. Quante volte questo verbo ricorre a proposito di Gesù: "Venne nella sua casa…" (Gv 1,11). E a Zaccheo dice: "Oggi devo venire nella tua casa" (Lc 19,5). Quante volte Gesù ha ripetuto questo verbo: "Sono venuto a cercare e salvare ciò che era perduto"; "Non sono venuto per i sani ma per i malati"; "Sono venuto perché abbiano la vita". E l'ultima, conclusiva parola della Rivelazione: "Sì verrò presto. Vieni Signore Gesù" (Apoc 22,20). Nel cuore della celebrazione eucaristica cantiamo: "Annunciamo la tua morte Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell'attesa della tua venuta". Siamo quindi un popolo che attende. Ma attendiamo perché qualcuno viene. Dio ha infatti deciso di venire e abitare in mezzo al suo popolo. Si spezza così l'isolamento, la solitudine beata della divinità che sta altissima nei cieli: così gli uomini hanno pensato la divinità, distante nella sua altezza irraggiungibile.

Ed ecco invece che Dio viene: "Benedetto colui che viene", acclama la gente di Gerusalemme. Riflettendo su questo titolo -Gesù,colui che viene - mi sono chiesto: ma noi cristiani non ci qualifichiamo forse per la certezza che Gesù è già venuto? Non misuriamo forse il tempo a partire dalla sua venuta? Quest'anno che volge al termine non è forse il 2012 dopo Cristo, dopo la sua venuta? Non si dice forse che una differenza tra cristianesimo e ebraismo starebbe proprio nella certezza che per noi il Messia è già venuto, mentre Israele ancora lo attende? Certo noi proclamiamo la venuta del Signore, ne custodiamo le parole consegnate nelle Scritture sacre, quando ci rechiamo in Terrasanta abbiamo l'emozionante esperienza di mettere i nostri passi là dove Lui ha camminato, di contemplare i paesaggi che i suoi occhi hanno visto. Il Signore è già venuto e noi ne facciamo memoria. Siamo uomini e donne di memoria, chiamati a custodire e trasmettere una memoria.

Ma non solo. Se il Signore è sempre colui che viene e noi viviamo nell'attesa della sua venuta allora il cristiano è chiamato ad aprirsi al futuro, al nuovo, all'avvento. Il nostro sant'Ambrogio che abbiamo appena celebrato, ci ricorda che dobbiamo "Cercare sempre il nuovo e custodire l'eredità del passato". La nostra vita trascorre tra la gioiosa certezza della fedeltà di Dio e dei suoi doni affidati alle nostre mani e il cammino aperto al futuro. Tra memoria e futuro scorrono i nostri giorni. E infine Gesù viene, nella città. Viene in groppa ad un asino, non a un cavallo, cavalcatura guerresca. Viene perché spade e lance diventino aratri per la semina e falci per la mietitura. Viene per anticipare quella condanna del ricorso alla guerra come mezzo di soluzione dei conflitti che la coscienza cristiana sarà capace di formulate solo due millenni dopo, nel Concilio che vogliamo continuare a ricordare. Viene nella città perché la sua parola che è certo rivolta anzitutto alla coscienza e alla libertà di ogni uomo è altresì una parola per la città, per la convivenza civile, una parola per la polis, la città, quindi una parola 'politica'.

Quando la Chiesa alza la sua voce non già per difendere suoi privilegi ma per dare voce ai soggetti più deboli della società, contro la disoccupazione e la precarietà del lavoro, per il rispetto della dignità di ogni donna e uomo senza discriminazioni, allora è semplicemente fedele al suo Signore. Allora la Chiesa è quell'asino che porta il Signore. Non c'è fatica più bella di questa.

 

 

 

 



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