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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico C


omelia di don Giuseppe
nella IV domenica
dopo il Martirio di S. Giovanni
22 settembre 2013

 

Pr 9, 1-6
1Cor 10, 14-21
Gv 6, 51-59

EUCARISTIA LINGUAGGIO DURO

I testi di questa domenica annunciano una comunione con Dio attraverso la convivialità: stare alla stessa tavola, condividere il pane e il vino per realizzare una misteriosa eppur vera comunione con Dio stesso. Appartiene a molte tradizioni religiose la possibilità di entrare in comunione con la divinità attraverso il cibo, grazie ad un pasto rituale. Prendere cibo insieme, gesto di comunione fraterna, di reciproca accoglienza diviene altresì il modo per condividere non solo l'amicizia umana ma la vita stessa della divinità. Nel primo testo, dal libro dei Proverbi, la Sapienza cioè Dio stesso ci invita: "Venite mangiate il mio pane, bevete il mio vino". E Paolo: "Il pane che noi spezziamo non è forse comunione con il corpo di Cristo?" E l'evangelo riferisce la reazione della gente alle parole dette da Gesù nella sinagoga di Cafarnao. Ma che cosa aveva detto Gesù di tanto urtante da provocare la reazione dei suoi ascoltatori? Parole difficili per l'intelligenza umana: la promessa di dare Se stesso, la sua carne e il suo sangue come nutrimento e bevanda. E infatti gli ascoltatori che hanno capito bene si chiedono: "Ma come può costui darci la sua carne da mangiare?" Dunque non solo un pasto che attraverso il calore della convivialità stabilisca una comunione con la divinità ma la promessa di donare nel pane e nel vino se stesso, la sua carne e il suo sangue. Di fronte ad una reazione tanto netta di rifiuto che, sappiamo, porterà molti ad abbandonare Gesù, ci si potrebbe aspettare da parte Sua una rettifica, una sorta di correzione di tiro, il tentativo di attenuare il realismo anche per noi sconvolgente, delle sue parole. Insomma, Gesù avrebbe potuto aggiungere: Sì, vi ho detto che bisogna mangiare la mia carne e bere il mio sangue, ma queste parole che vi urtano, sono solo un modo di dire, una espressione paradossale per dire che vi lascio un segno della mia presenza: ogni volta che ripeterete queste parole e questo gesto vi ricorderete di me, sarà come avermi ancora in mezzo a voi. E invece Gesù non fa nessuno sforzo per addolcire il realismo urtante delle sue parole, non rende più accettabile, più comprensibile la sua promessa. Si è suoi discepoli solo se si accetta il realismo delle sue parole, quel duro realismo che gli ascoltatori rifiutano. Forse vi chiederete perché insista tanto sulla reazione degli ascoltatori: essi hanno capito perfettamente che Gesù promette di dare se stesso, carne e sangue, come cibo e bevanda. E appunto non accettano questo realismo che urta la loro e forse anche la nostra sensibilità. La gente ha capito bene, ma Gesù non dà una interpretazione più tranquilla della sua sconvolgente promessa. Forse anche noi, di fronte alla verità del corpo e del sangue del Signore nei poveri segni del pane e del vino, forse anche noi esitiamo e siamo tentati di pensare che appunto si tratti solo di un modo di dire ma che in verità quel pane è pane, niente altro che pane che ricorda Gesù, allude alla sua vita data per noi, così come il pane è spezzato per noi e il vino versato per noi e per tutti. Un bellissimo testo, un saluto all'Eucaristia, musicato mirabilmente da Mozart dice: "Ti saluto vero corpo nato dalla Vergine Maria, corpo che ha veramente sofferto, corpo immolato sulla croce…". Aggiungiamo che anche Lutero, il padre della Riforma, affermava la sua fede nell'Eucaristia, con queste precise parole: "Io credo fermamente non solo che il corpo di Cristo è nel pane, ma che il pane è corpo di Cristo". E' giusto ricordare la fede di Lutero nell'Eucaristia anche se oggi non è questa la posizione delle Chiese riformate. Mi chiedo, infine, perché gli ascoltatori di Gesù, la gente di Cafarnao, non hanno accettato le parole di Gesù? Provo a rispondere così: Essi avevano una nozione di Dio così elevata, pensavano Dio totalmente altro rispetto all'uomo che era per loro inaccettabile la promessa di Gesù di legare la sua presenza ad una povera materia umana. Un Dio così alto e altro dall'uomo non poteva avere un sapore di pane, un sapore di umanità. E invece l'uomo Gesù è la fragile, stupefacente presenza di Dio. E' sul suo volto d'uomo che ormai dobbiamo riconoscere quel Dio che nessuno ha mai potuto vedere in faccia. Nella povertà di questa materia, pane e vino, continua la stupenda, ma riconosciamolo, sconvolgente presenza di Dio dentro la nostra umanità. Linguaggio duro per le pretese della nostra intelligenza, eppure, condizione di una vita che nemmeno la morte potrà distruggere.

 

 

 

 



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