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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico A


omelia di don Giuseppe
nella IV domenica dopo Pentecoste
6 luglio 2014

 

Gen 6, 1-22;
Gal 5, 16-25;
Lc 17, 26-30.33;

Possiamo chiamare questa domenica: domenica del diluvio: a questo episodio catastrofico accaduto nella notte dei tempi fanno riferimento prima e terza lettura della liturgia odierna. Del diluvio troviamo traccia non solo nel primo libro della Bibbia. Il diluvio, racconto che ha colpito la nostra immaginazione di bambini, è raccontato da diverse tradizioni mediorientali. I Sumeri hanno il loro Noè che si chiama Ziusudra, quello dei Babilonesi si chiama Atrahasis. In questi racconti gli dei decidono di distruggere l'umanità che è divenuta troppo numerosa e turba i loro sonni. Ma uno degli dei avverte in segreto l'eroe, il Noè di turno, che costruisce un'arca di salvezza. Le analogie con il racconto biblico sono evidenti: è probabile che queste diverse leggende conservino il ricordo di una o più inondazioni catastrofiche nell'area mesopotamica, l'attuale Irak. Più importante è cogliere il messaggio religioso che gli autori biblici trasmettono attraverso questo racconto. La causa del diluvio non è il capriccio degli dei ma il peccato dell'uomo: grande è la malvagità degli uomini al punto che Dio si pente d'aver creato l'umanità e decide di cancellarla dalla faccia della terra, con l'unica eccezione di Noè, l'uomo giusto che trova grazia agli occhi del Signore e diviene principio di speranza per il futuro dell'umanità. A questo punto vorrei congiungermi con il testo evangelico che abbiamo appena letto perché, descrivendo i tempi di Noè, ha una osservazione che mi sembra illuminante per noi e per il nostro tempo. "Nei giorni di Noè mangiavano e bevevano, prendevano moglie, prendevano marito…fino al giorno in cui venne il diluvio". E poco dopo, a proposito di un'altra catastrofe che distrugge Sodoma, la città colma di corruzione si ripete: "Mangiavano, bevevano, compravano, vendevano, piantavano, costruivano…". Mi colpisce il contrasto tra la malvagità dilagante sulla terra e il tranquillo disinteresse di quanti continuano come se niente fosse…. vivono alla giornata, facendo le cose di ogni giorno-- appunto mangiare e bere, prender moglie o marito-senza inquietudine, senza consapevolezza delle proprie responsabilità. Temo che si riproduca anche ai nostri giorni questo atteggiamento irresponsabile. E' frequente sentire, di fronte a episodi clamorosi di malcostume, commenti del tipo: "intanto sono tutti uguali…" "intanto non c'è niente da fare, sarà sempre così" e in nome di questa acida rassegnazione si rinuncia al dovere fondamentale dell'indignazione. L'evangelo di questa domenica denuncia l'indifferenza di quanti sono esclusivamente preoccupati di fare i fatti propri: mangiare, bere, prender moglie o marito, comprare, vendere, piantare, costruire…. non hanno occhi per il dilagare del male in tutte le sue forme. E invece l'indignazione di fronte al degrado è un dovere morale al quale ci sottraiamo per quieto vivere, persuasi che tanto non cambia nulla, che fanno tutti così e quindi….Temo che la crescente sfiducia nei confronti della vita politica e civile si alimenti anche da questa rassegnata indifferenza che non è più capace di indignazione. Non dimentichiamo che parole di indignazione sono sulle labbra dei Profeti, di Giovanni Battista e soprattutto sulle labbra di Gesù. L'indignazione è certamente uno stile evangelico: esprime la reazione della coscienza di fronte a quelle situazioni che contraddicono la verità dell'Evangelo, calpestano la dignità dell'uomo, soprattutto dei piccoli e dei poveri. Dietrich Bonhoeffer, il pastore della chiesa evangelica che ha pagato la sua indignazione contro il nazismo con la vita, si è chiesto: "Ci sarà rimasta tanta forza di resistenza interiore contro le situazioni imposteci, ci sarà rimasta tanta spietata sincerità verso noi stessi, da poter ritrovare la strada della semplicità e della rettitudine?".

 

 

 

 



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