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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico A


omelia di don Giuseppe
nella quarta domenica di Quaresima
30 marz
o 2014

 

Es 34, 27 -35,1
2Cor 3, 7-18
Gv 9, 1-41

QUARTA DOMENICA DI QUARESIMA, DETTA DEL CIECO NATO.

Un intero capitolo composto da 41 versetti, diremmo righe, racconta la guarigione di un uomo cieco dalla nascita.
In verità all'apertura degli occhi l'evangelista dedica due versetti, due righe delle 41 che compongono il testo. Le altre 39 raccontano quel miracolo che è la fede: apertura di uno sguardo che riconosce nell'uomo chiamato Gesù il Signore.
Il miracolo della guarigione, che a noi può sembrare più interessante come grande atto di potenza sovrumana, interessa all'evangelista come segno, cioè come gesto che attraverso l'apertura degli occhi vuol dire altro e di più: vuol dire il venire alla fede che è appunto un nuovo e più penetrante sguardo, che riconosce nell'uomo Gesù di Nazareth il Signore.
La storia del cieco guarito è storia del venire alla luce della fede.
L'intero evangelo di Giovanni è percorso da questa antinomia tra tenebre e luce, tra incredulità e fede.
Fin dalla prima pagina.
Scrive infatti il Prologo: "La luce brilla nelle tenebre ma le tenebre non l'hanno accolta. A coloro che l'hanno accolta è stato donato di diventare figli di Dio". E' questo eterno conflitto tra luce e tenebre, tra fede e incredulità che l'Evangelo ci racconta.

Soffermiamoci sui personaggi di questa pagina.
Anzitutto i discepoli che danno voce ad un pregiudizio duro a morire. Dicono: Chi ha peccato perché nascesse cieco? La malattia sarebbe quindi il segno del castigo divino per le colpe commesse.
Gesù con una battuta liquida questo pregiudizio.
Ed ecco in scena i due personaggi principali, Gesù e il cieco.
Ancora una volta è Gesù che prende l'iniziativa della guarigione ma subito coinvolge il cieco nel cammino di guarigione: il cieco deve andare a lavarsi gli occhi sui quali è stato spalmato il fango.
Notiamo questo modo di Dio di venire incontro al bisogno dell'uomo, non facendo cadere dall'alto i suoi doni ma coinvolgendo l'uomo.
Il cammino verso la guarigione che è anche cammino verso la fede domanda la nostra attiva partecipazione. E infatti quell'uomo andò, si lavò e tornò che ci vedeva. E la piscina dove si lava si chiama Siloe che vuol dire Inviato. Chi guarisce è Gesù, l'Inviato di Dio.
Potremmo fermarci qui, condividere la gioia per questi occhi che finalmente vedono la luce, ma siamo appena agli inizi. Il bello deve ancora venire.
Dal momento in cui il cieco ha ritrovato la vista comincia per lui un altro cammino verso la conoscenza di quell'uomo che gli ha aperto gli occhi. Chi è quest'uomo? E noi assistiamo ad un cammino progressivo, simile a quello compiuto, ricordate, dalla Samaritana. Si parte dalla semplice costatazione che si tratta di un uomo che chiamano Gesù. Poi lo si riconosce profeta, più avanti si ammette che se costui non fosse da Dio, non avesse cioè una particolare relazione con Dio, non avrebbe potuto far nulla. In seguito è detto l'Inviato, il Messia, il Figlio dell'uomo per giungere al punto culminante quando il cieco guarito si getta ai piedi di Gesù e lo riconosce Signore.
Ora finalmente gli occhi vedono davvero cioè riconoscono il mistero di quell'uomo chiamato Gesù.
Notiamo come il cammino verso la fede che è riconoscimento del volto di Gesù, è come sospinto dalle contestazioni di quanti non vogliono accettare la guarigione. E' grazie a queste contestazioni che la fede del cieco guarito si fa sempre più chiara e sicura.

Anche per noi le obiezioni, i dubbi, le contestazioni che sembrano scuotere la nostra fede possono diventare l'occasione per una fede sempre meglio pensata e vissuta.
Questa storia ci riguarda, è come una parabola della nostra condizione umana.
Il cieco che non ha nome, ci rappresenta. Forse ci disturba l'essere assimilati ad un cieco. Noi siamo invece persuasi di avere buoni occhi capaci di penetrare nella complessa struttura della realtà, conoscerla e modificarla.
Le scienze non ci hanno forse aperto gli occhi?
L'evangelo di oggi ci dice che il non riconoscere Gesù come nostro Signore, come luce e quindi senso ultimo della nostra esistenza fa sì che ci si trovi nell'oscurità.
Questa è la nostra condizione. Non basta avere, come oggi abbiamo, una conoscenza sempre più vasta del mondo, è necessaria una luce che indichi la mèta, il traguardo, il senso del nostro vivere.
Accanto al cieco che ha ritrovato la luce vi è un gruppo di persone che pur avendo buona vista sono nell'oscurità. Sono farisei e sono persuasi di veder bene, di non aver bisogno di alcuna luce. E' la presunzione dell'uomo che ritiene di bastare a se stesso e di non aver bisogno di nessuna altra luce.
Più vera, invece, la parola del salmo: "Il Signore è mia luce e mia salvezza di chi avrò paura?" (Sal 27,1), " Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino" (Sal 118,105).

 

 

 

 

 



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