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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico C


omelia di don Giuseppe
nella quarta domenica di quaresima
domenica 14 marzo
2010

 
Es 17,1-11;
1Ts 5,1-11;
Gv 9,1-38b.

In quel delizioso libriccino che è Il Piccolo Principe, vi è una affermazione che ci aiuta a cogliere il senso di questa pagina lunga e complessa: «Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi». Grande dono la vista, eppure vi è una capacità di vedere che non dipende dagli occhi, l’essenziale è invisibile agli occhi. Questa lunga pagina non è tanto la cronaca di una guarigione. Al miracolo dell’apertura degli occhi l’evangelista dedica una sola riga delle quarantuno che compongono il testo. Le altre quaranta righe raccontano quel miracolo che è la fede: apertura di uno sguardo che riconosce nell’uomo Gesù il Signore. Non dimentichiamo che uno dei termini per indicare il battesimo era quello di illuminazione e i battezzati erano chiamati illuminati. La storia del cieco guarito è storia del venire alla luce della fede.

In principio sta un pregiudizio duro a morire: «Rabbi chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Gesù liquida una volta per tutte il pregiudizio che vede nella malattia un castigo di Dio. «Sono la luce del mondo», dice Gesù e così anticipa il senso della guarigione. Appunto non solo una guarigione ma l’incontro con Colui che è la luce. L’intero vangelo di Giovanni è percorso dalla simbolica della luce e delle tenebre, della notte e del giorno: «La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno accolta… Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo». Così la prima pagina del quarto Evangelo. E Gesù dirà: «Chi segue me non cammina nelle tenebre». Gesù prende l’iniziativa della guarigione ma subito coinvolge l’uomo. È il modo tipico di Dio di venire incontro all’uomo: non facendo cadere dall’alto i suoi doni ma dando all’uomo un ruolo che lo coinvolga attivamente. Occorre accettare di andare a lavarsi gli occhi. E la fontana si chiama Siloe che vuol dire Inviato. Chi guarisce è Cristo, l’Inviato di Dio. Dal momento in cui ha ritrovato la vista inizia un altro cammino, verso la scoperta del mistero di quell’uomo chiamato Gesù. E il cammino, simile a quello della donna samaritana, è scandito dai titoli che il cieco guarito adopera per designare il suo guaritore. Si comincia con «l’uomo chiamato Gesù» e poi lo si riconosce “profeta”, più avanti si dice che “viene da Dio”, un’espressione questa che indica una particolare relazione con Dio stesso, e ancora di Lui si dice che è l’Inviato, il Messia, il Figlio dell’uomo, per arrivare al culmine quando il cieco guarito si getta in ginocchio davanti a Gesù e lo riconosce Signore.

Siamo di fronte a un itinerario verso la fede. Notiamo il punto di partenza, le successive tappe e il termine, cioè il riconoscimento di Gesù come Kyrios, Signore. Punto di partenza è l’umanità di Gesù. A chi gli chiede chi l’ha guarito, il cieco risponde: «Quell’uomo chiamato Gesù». Il punto di partenza del cammino di fede è l’incontro con l’umanità di Gesù di Nazareth. Anche per noi il cammino di fede inizia con la realtà umana, storica di una comunità di credenti, la Chiesa, inizia con la modestia dei segni sacramentali. Poi vi sono i passi incerti, approssimativi verso la fede, gradini verso il mistero di quell’uomo chiamato Gesù. C’è una lenta pedagogia della fede che accetta l’incerto venire alla luce. Ce lo ricordava il nostro cardinale Martini: in noi c’è un credente che convive e talora combatte con un non-credente che pure è in noi. Convivono nella vita di fede chiarezza e oscurità. Abbastanza luce perché si possa credere e oscurità perché il nostro credere non sia obbligato ma libero. Notiamo anche quanto siano importanti le obiezioni, le contestazioni che vengono mosse al cieco guarito. È proprio grazie a queste contestazioni che la sua fede si fa sempre più chiara e sicura. Anche per noi le obiezioni che talora sembrano scuotere la nostra fede possono diventare l’occasione per una più matura consapevolezza, per una fede sempre meglio pensata e vissuta.

E infine, dopo tante incertezze, la decisione, la professione di fede riconoscendo in Gesù il Signore. Questa formula è preziosa. Il termine Signore, in greco Kyrios che ritroviamo nel nostro Kyrie eleison, era usato per indicare il Sovrano in quanto aveva una relazione con la divinità. I primi cristiani adoperano questo termine per indicare Gesù risorto. È quindi la più antica formula di fede nel Risorto. Scrive Paolo: «Come esistono molti dèi e signori, per noi esiste un solo Dio e un solo Signore, Gesù Cristo» (1Cor 8,5). E ancora: «Se confesserai con la bocca che Gesù è il Signore e crederai col tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo» (Rm 10,9). Ricordiamo le prime professioni di fede in Gesù risorto. Tommaso: «Mio Signore e mio Dio» (Gv 20,28) e Giovanni: «È il Signore» (Gv 21,6). Leggiamo negli Atti dei Martiri il resoconto della condanna del vescovo di Smirne Policarpo (156-167 d.C.): «Gli venne incontro il Capo della Polizia e tentava di persuaderlo dicendo: Che c’è di male a dire Cesare è Signore e così salvarsi la vita?». Policarpo preferisce affrontare il martirio piuttosto che rinnegare l’unico Signore, Gesù. Questo termine è quindi sentito dalle prime generazioni cristiane come qualificante la loro fede.

Questa pagina del cieco nato ci riguarda. È come una parabola della nostra condizione. Il cieco ci rappresenta. Forse non ci farà piacere vederci descritti come ciechi, come gente sprofondata nelle tenebre. Se volessimo tradurre questo simbolo potremmo parlare di disorientamento interiore, cioè quello stato d’animo per cui non si sa dove andare. Esser nelle tenebre vuol dire andare senza un punto di riferimento. L’uomo contemporaneo è invece persuaso di vedere e vedere bene dentro di sé e nel mondo. Abbiamo una sempre più vasta e penetrante conoscenza del mondo che ci circonda e anche di quel mondo interiore che ci costituisce. Nasce qui la presunzione dell’autosufficienza, la pretesa di bastare a se stessi, di non avere bisogno di altra luce. E invece dobbiamo riconoscere la nostra condizione di non vedenti. Il racconto evangelico ha una conclusione che nella liturgia è stata malamente tagliata e che vede protagonisti i Farisei che ripetutamente affermano di vedere bene, di conoscere. Di loro Gesù dice: «Siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane». Dobbiamo invece riconoscere la nostra condizione di non vedenti, dobbiamo aprirci a una luce capace di diradare le nostre oscurità. L’Evangelo odierno ci dice: se non riconosci Gesù come il tuo Signore, come luce per il tuo cammino, ti trovi nelle tenebre. La luce ritorna solo quando ti apri a Lui, quando lo riconosci come il Signore.


Preghiera dei fedeli

La tua parola è luce ai nostri passi.

Per quanti cercano con cuore sincero …

Per quanti vivono nell'oscurità della sofferenza …

Per quanti non vedono un futuro affidabile per i propri figli …

Per quanti costruiscono relazioni di pace e di accoglienza …

Per quanti piangono la morte di Gianni Bacchiega, Giulio Casanova e Piera Panizza Valsecchi …

 

 

 

 



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