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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico C


omelia di don Giuseppe
nella IV domenica di Quaresima
domenica
10 marzo 2013

 

Es 17, 1-11;
1Ts 5, 1-11;
Gv 9, 1-38b.

IL NATO CIECO

Questa lunga e vivace pagina, la guarigione del cieco, dedica appena due delle 41 righe alla descrizione dell'apertura di quegli occhi chiusi fin dalla nascita. Sembra che all'evangelista non interessi tanto il gesto miracoloso di guarigione quanto piuttosto l'apertura nel cieco guarito di un nuovo e più penetrante sguardo, una nuova capacità di vedere: vedere in quell'uomo che si chiama Gesù il Signore, il Salvatore. La vicenda dell'apertura degli occhi del cieco è la storia del venire alla luce della fede.

L'intero evangelo di Giovanni è percorso da questa antinomia tra tenebre e luce, tra incredulità e fede. Fin dalla prima pagina: "La luce brilla nelle tenebre ma le tenebre non l'hanno accolta. A coloro che l'hanno accolta è stato donato di diventare figli di Dio". È questo eterno conflitto tra luce e tenebre, tra fede e incredulità che l'Evangelo ci racconta. Ma prima di rileggere il segno miracoloso ricordiamo bene la risposta che Gesù dà ai discepoli che, forti di un pregiudizio duro a morire,vedono nella malattia, nella cecità, la conseguenza di una colpa. Gesù liquida questo pregiudizio. La malattia è situazione in cui si deve manifestare la gloria di Dio, il suo amore per noi. Ancora una volta è Gesù che prende l'iniziativa della guarigione compiendo un gesto strano - il fango sugli occhi - che evoca il gesto del Creatore che con il fango creò il primo uomo. Il gesto di Gesù non è solo guarigione ma nuova creazione: divenire credente. E infatti una volta aperti gli occhi comincia per lui un altro cammino verso il mistero di quell'uomo che gli ha aperto gli occhi. Chi è quest'uomo? E noi assistiamo ad un cammino progressivo analogo a quello compiuto dalla donna samaritana che abbiamo meditato due domeniche fà. Si parte infatti dalla semplice costatazione che si tratta di un uomo che chiamano Gesù. Poi lo si riconosce profeta, più avanti si ammette che se costui non fosse da Dio, non avesse cioè una particolare relazione con Dio, non avrebbe potuto far nulla. In seguito è detto l'Inviato, il Messia, il Figlio dell'uomo per giungere al punto culminante quando il cieco guarito si getta ai piedi di Gesù e lo riconosce Signore. Ora finalmente gli occhi vedono davvero cioè riconoscono che quell'uomo chiamato Gesù è il Signore.

Mi sembra particolarmente importante notare come nel cammino verso la fede che è riconoscimento del volto di Gesù, ruolo decisivo abbiano proprio le contestazioni di quanti mettono in discussione la stessa guarigione o squalificano il Guaritore, Gesù, perché sarebbe un peccatore che non rispetta la legge del riposo del sabato. Le contestazioni, le obiezioni mosse al cieco guarito invece di demolire la sua fede la rendono sempre più chiara e sicura. Anche per noi le obiezioni, i dubbi, le contestazioni che possono scuotere la nostra fede dovrebbero invece diventare l'occasione per una fede sempre meglio pensata e vissuta.

Questa storia ci riguarda, è come una parabola della nostra condizione umana. Il cieco che non ha nome, ci rappresenta. Forse ci disturba l'essere assimilati ad un cieco. Siamo infatti persuasi di avere buoni occhi capaci di penetrare nella complessa struttura della realtà, conoscerla e modificarla. Le scienze non ci hanno forse aperto gli occhi? L'evangelo di oggi ci dice che il non riconoscere Gesù come nostro Signore, luce e quindi senso ultimo della nostra esistenza, fa sì che ci si trovi nell'oscurità. Questa è la nostra condizione. Non basta avere, come oggi abbiamo, una conoscenza sempre più vasta del mondo, è necessaria una luce che indichi la mèta, il traguardo, il senso del nostro vivere. Accanto al cieco che ha ritrovato la luce vi è un gruppo di persone che pur avendo buona vista sono detti da Gesù: ciechi. Sono tutti coloro che, persuasi di veder bene, pensano di non aver bisogno di alcuna luce. È la presunzione dell'uomo che ritenendo di bastare a se stesso, non guarda che a se stesso.

C'è un piccolo dettaglio nel testo. Quando ripetutamente il cieco guarito afferma che 'vede', adopera un verbo che più esattamente significa 'alzare gli occhi verso l'alto, verso qualcuno'.
Di questo sguardo abbiamo bisogno, lo sguardo della fede.

 

 

 

 



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