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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico A


omelia di don Giuseppe
nella V domenica dopo l'Epifania
9 febbraio 2014

 

Is 66, 18b-22
Rm 4, 13-27
Gv 4, 46-54

CREDERE ALLA FORZA DELLA PAROLA

Ritorniamo a Cana per un'altra Epifania, un'altra manifestazione del Signore Gesù, meglio manifestazione della potenza della sua parola: credere in questa parola è vivere.
Ma anzitutto notiamo quasi una resistenza da parte di Gesù a compiere la guarigione che gli viene domandata: "Se non vedete segni e prodigi voi non credete". Sembra proprio che Gesù non voglia legare la fede nella sua persona a gesti di potenza.
Ma perché?
Ricordate, quando la folla che aveva mangiato pane in abbondanza lo cerca per farlo re e così garantirsi un benessere a poco prezzo, Gesù fugge. È l'unica volta che fugge. Non vuole esser acclamato come un operatore di prodigi, non vuol esser cercato per i vantaggi che potrebbe distribuire. Chiama a seguirlo uomini e donne disposti a fidarsi perdutamente di lui, della sua parola, pronti a servire e dare la propria vita, come Lui.
Così a questo funzionario del re Erode che lo supplica per il suo figlio in fin di vita, Gesù oppone un rifiuto. Solo l'insistenza del padre, disperato, ottiene la parola che restituisce speranza.
E siamo qui al nucleo centrale della scena evangelica.
Fidandosi della parola di Gesù quel funzionario ritorna sui suoi passi. Anche lui come Abramo: di lui, della sua fede ci parla la seconda lettura. Fidandosi esclusivamente della parola di Dio, Abramo si era messo in cammino: "Per fede Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava" (Eb 11,8). E una seconda volta Abramo si affida incondizionatamente alla parola di Dio pronto a sacrificare il suo unico figlio: "Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere dai morti: per questo lo riebbe" (Eb 11,17s.). Questo funzionario che probabilmente non appartiene al popolo di Abramo ma ne ha la fede, si mette sulla via del ritorno a casa. Con i servi che gli vanno incontro per annunciargli che il figlio era sfebbrato, questo funzionario vuole accertarsi della reale efficacia della parola di Gesù. La febbre aveva cominciato a lasciare il fanciullo proprio nel momento in cui Gesù aveva pronunciato la parola di speranza: Tuo figlio vive!
Allora la guarigione è davvero opera della parola del Signore e non semplicemente di un felice decorso della malattia. Credendo alla parola di Gesù il funzionario regio si è incamminato verso casa e in quello stesso momento, a distanza, la parola di Gesù ha operato la guarigione. Proprio in quel momento.
Davvero la parola del Signore è più che parola, è forza, è dinamismo, è energia. Come nel primo giorno del mondo quando Dio disse e la luce fu e con la luce l'intero cosmo.
Noi diffidiamo delle parole, siamo persuasi che il dire e il fare siano separati da una distanza incolmabile. Eppure ci sono parole solide e affidabili come solida roccia sulla quale è bello costruire la casa della propria esistenza.
Le parole che uomini e donne si scambiano nella fedeltà finché la morte non li separi sono ben più che parole, alito che il vento disperde, gusci vuoti, quelle parole cambiano la vita, costruiscono un legame destinato a durare.
Nel nostro linguaggio è rimasta traccia di questa forza della parola. Diciamo: "Ti do la mia parola", "sono uomo di parola" e così dicendo mettiamo in gioco noi stessi. Gesù stesso si identifica con la sua parola: "Chi perderà la sua vita per causa mia e dell'evangelo... Chi si vergognerà di me e delle mie parole…" (Mc 8,35.38). Questa identificazione tra Gesù e le sue parole ci aiuta a capire un altro piccolo particolare del testo odierno. Il funzionario aveva chiesto a Gesù di scendere in casa sua e con la sua presenza portare la guarigione al figlio. Gesù non scende eppure con la sua parola raggiunge quel ragazzo malato.
L'assenza di Gesù è presenza della sua parola.
Non è forse questa la nostra condizione?
Gesù è fisicamente assente dalla nostra vita, non percorre le nostre strade, non abita il nostro quartiere, eppure ci è donata la sua presenza grazie alla sua parola.
La prima parte della celebrazione, liturgia della Parola che stiamo concludendo, ci dona la presenza del Signore, così come la seconda parte ci dona questa stessa presenza nel pane spezzato e nel calice del vino. Tavola della parola e tavola del pane. Due segni semplici, modesti, di un'unica reale presenza.

 

 

 

 



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