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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico B


omelia di don Giuseppe
nella 5ª Domenica di Pasqua
6 maggio 2012

 

At 7,2-8.11-12a.17.20-22.30-34.36-42a.44-48a.51-54
1Cor 2, 6-12
Gv 17, 1b-11

ENTARE NELLA PREGHIERA DI GESÙ

L'evangelo che abbiamo appena ascoltato ci riporta la prima parte dell'ultimo colloquio di Gesù con il Padre. Più volte gli Evangelisti riferiscono i lunghi colloqui di Gesù con il Padre. Durante la notte o all'alba ritirandosi in luoghi solitari Gesù si rivolgeva al Padre, ma solo Giovanni, appunto nella pagina che oggi leggiamo, ha raccolto alcune delle parole con le quali Gesù si è rivolto al Padre.
È l'ultima sera della sua vita terrena, nella sala dove ha celebrato con i discepoli la Cena pasquale, Gesù alza gli occhi al cielo e si rivolge al Padre, quasi dimenticando i discepoli seduti con Lui alla stessa tavola.
E la prima parola, ripetuta più volte, è accorata invocazione al Padre perché glorifichi il Figlio. Ma che cosa è questa gloria che Gesù domanda per l'ora che sta per vivere? Sta per entrare nella terribile esperienza della sua passione e morte, quella stessa sera il suo volto sarà sfigurato dall'angoscia e rigato da un sudore di sangue, chiederà inutilmente ai discepoli di stargli accanto, vegliando con lui… eppure questo cammino di sofferenza fino alla croce viene paradossalmente indicato come cammino di gloria. Colui che è disceso fin nel baratro della nostra morte sarà glorificato: vuol dire che la sua condivisione estrema della nostra condizione mortale non è disfatta, non è oscuro precipizio verso il nulla: è glorificazione.
La croce sulla quale sarà innalzato non è più quel supplizio sconvolgente ma glorificazione. Gesù lo aveva detto: "Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me".

La Pasqua che abbiamo celebrato e che ogni domenica celebriamo, è gloria di colui che ci ha amati e ha dato se stesso per noi.
Leggere la croce, quella di Gesù e ogni nostra piccola o grande croce come gloria non è maldestro tentativo di cancellare o sublimare la sofferenza, non è un modo, come scriveva Karl Marx, per abbellire di fiori le nostre catene: è forza per non cedere alla disperazione, per non fuggire ma resistere e condividere: passano infatti dalla morte alla vita solo coloro che per amore condividono. Davanti alla sofferenza e alla morte Gesù non chiede d'esserne liberato: domanda che nell'oscuro abisso del dolore risplenda la gloria, vinca il coraggio dell'amore.
La preghiera di Gesù al Padre non dimentica i discepoli, quelli che gli stanno accanto e tutti gli altri, innumerevoli che crederanno in lui, anche noi. Quell'ultima sera Gesù ha pregato anche per ognuno di noi e la sua è una grande preghiera di intercessione. È la preghiera di chi si mette tra Dio e gli uomini chiedendo una cosa sola per noi tutti: esser custoditi, essere al sicuro nelle mani del Padre. Di null'altro abbiamo bisogno: esser custoditi dall'amore affidabile di colui che non vuole che niente e nessuno vada perduto.

Vi confesso che quando ho letto questa pagina per preparare i pensieri che vi ho appena rivolto, mi son sentito perduto davanti ad un testo tanto arduo. Poi, a poco a poco, leggendo e rileggendo le parole di Gesù, mi sembrava di entrare nella sua preghiera e farla mia. Anch'io ho pregato così: Ti chiedo, Padre, che l'esperienza quotidiana della croce, della sofferenza che pesa sulle spalle di tanti non sia disperazione ma gloria: luminosa manifestazione dell'amore che com-patisce, che condivide. Ascolta Padre la mia preghiera di intercessione: che nessuno vada perduto ma tutti siano custoditi nel tuo amore. Amen.

 

 

 

 



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