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La Parola predicata

 

 

 


Anno liturgico A


omelia di don Giuseppe
nella quinta domenica di Quaresima
6 aprile
2014

 

Es 14, 15-31
Ef 2, 4-10
Gv 11, 1-53

CON GESU' DI FRONTE ALLA MORTE

In questa domenica detta di Lazzaro Gesù sta di fronte alla morte, la morte del suo amico Lazzaro.
La morte domina questa pagina: la malattia e la repentina fine di Lazzaro, il pianto delle sorelle, il cordoglio della gente, il fetore del cadavere e il turbamento e il pianto di Gesù. Anche Gesù, come ognuno di noi, è segnato dalla morte. Con Lazzaro e con le sorelle Marta e Maria Gesù in quegli anni aveva creato intensi legami di amicizia, la casa e la tavola di Betania era un po' casa sua e la morte dell'amico lo segna profondamente. Avviene in Lui quello che ognuno di noi sperimenta quando la morte come un ladro ci strappa la gioia di un volto, di una presenza.
Tutti noi abbiamo sperimentato il silenzio che scende in noi con la morte dell'altro, di una persona con la quale abbiamo costruito legami che proprio la morte spezza. Ci sono parole che non potranno più essere dette perché rivolte proprio a chi non è più, nomi che non possiamo chiamare, gesti che non possiamo più compiere.
Con la morte dell'altro la morte entra nella nostra vita.
Anche Gesù ha vissuto questa perdita, ha sentito in sé il vuoto creato dalla morte dell'amico. Il suo pianto manifesta questa sofferenza perché il legame con l'altro, con l'amico, è venuto meno e il dialogo con lui non è più possibile.
La sofferenza che segna la nostra esperienza della morte sta a dire che il legame che per anni, per una vita abbiamo costruito con l'altro, questo legame è ormai spezzato e che quindi qualcosa di me muore, qualcosa in me muore.
E' consolante leggere nel Vangelo che anche Gesù ha vissuto questa esperienza umanissima, l'esperienza di un legame, di una appartenenza, di una amicizia così intensa da soffrire e piangere per la morte dell'amico. Questo vangelo ci dice che il Figlio di Dio ha fatto sua la nostra esperienza umana del dolore, della sofferenza, della morte.
La sofferenza e la morte sono entrate in Dio stesso.
Quanto siamo lontani dall'idea antica secondo la quale la divinità è estranea al dolore, mentre l'uomo è condannato al pianto: "Liberi gli Dei da ogni cura al piano condannano il mortale". Il Vangelo, invece ci dice che con Gesù la sofferenza e la morte sono entrate in Dio, nella vita stessa della Trinità: uno della Trinità ha patito e sofferto.
L'evangelo di oggi ci invita a non rimuovere dalla nostra esistenza questa dura esperienza della morte.
E se vogliamo vivere la gioia della Pasqua non dobbiamo sottrarci alla sofferenza della morte.
Oggi, purtroppo, in molti modi si vuole allontanare questo evento della morte. Non abbiamo parole per dire questo evento, sappiamo solo elaborare pietose bugie per non affrontarlo. Non sappiamo preparare e prepararci a questo evento, così come abbiamo separato i luoghi del vivere dai luoghi del soffrire e del morire. Una sorta di cordone sanitario isola, allontana e sottrae alla vista le persone inesorabilmente avviate alla fine.
Impariamo con Gesù a stare di fronte alla morte, accettiamo d'essere segnati da questa perdita, da questa assenza, non sottraiamoci alla sofferenza che ci procura. È il segno di un legame di appartenenza che giorno dopo giorno abbiamo costruito con l'altro, come Gesù con Lazzaro. Un legame che la morte non cancella ma trasforma.
E di fronte alla morte Gesù ci rivolge una domanda: Credi tu? Ma che vuol dire credere, cioè affidarsi a Dio quando si è di fronte alla morte? E' come tendere le braccia e al di là delle esitazioni e delle paure afferrare la mano di Dio che è irrevocabilmente tesa verso di noi. Come il gesto di chi tiene, accarezza, stringe la mano dell'altro che soffre e muore.
Davvero felici coloro che hanno potuto scoprire il miracolo di pace e serenità che può compiere una mano amica che tiene la nostra mano in un momento difficile, quando ogni parola è inutile.
E se già la mano dell'uomo può operare un tale prodigio in forza della sua tenerezza, che cosa non farà per noi la mano di Dio se sappiamo afferrarla?
Credere nell'ora della morte è questo affidamento, come Gesù morente: Padre, nelle tue mani affido la mia vita. Parola ardua. Ci sia dato di chiudere ogni nostra giornata e, un giorno, la nostra esistenza, con questa parola.

 

 

 

 

 



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