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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico C


omelia di don Giuseppe
nella VI domenica
dopo il Martirio di S. Giovanni
6 ottobre 2013

 

1Re 17, 6-16
Eb 13, 1-8
Mt 10, 40-42

ACCOGLIERE

E' facile trovare il filo rosso che congiunge i tre testi di questa domenica: accoglienza, ospitalità è la parola chiave.
La prima lettura celebra l'ospitalità offerta dalla vedova di Sarepta al profeta Elia. Una ospitalità che non intaccherà le modeste risorse di quella povera donna, anzi garantirà olio e farina a quella casa ospitale.
Nella pagina di Paolo incontriamo il più bell'elogio dell'ospitalità: "Alcuni, praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli".
E infine nel breve testo evangelico ben sei volte ritorna il verbo accogliere. Accogliere un discepolo del Signore sarà accogliere il Signore stesso, anzi accogliere il Padre che ha mandato il suo Figlio.
Messaggio antico quello dell'accoglienza del forestiero.
Leggiamo nel libro del Levitico, tra i testi più antichi della Scrittura sacra: "Se uno straniero abita con voi nella vostra terra non molestatelo. Ma sia tra voi come uno dei vostri e tu amalo come te stesso, perchè anche voi siete stati stranieri nella terra d'Egitto" (19,33-34).
Certo, oggi questo appello all'accoglienza non è molto gradito.
Vorrei che ci lasciassimo guidare dall'Evangelo e su di esso verificare la nostra mentalità e il nostro comportamento.
Ma perchè accogliere? La prima ragione dell'accoglienza nei confronti di ogni essere umano è il suo essere creato a immagine e somiglianza di Dio Creatore. La suprema dignità di ogni essere umano è nel suo essere l'unica vivente immagine di Dio. Per questo nessun potere può disporre dell'uomo, nessun uomo può disporre dell'altro uomo, perchè nessuno può disporre di Dio. Accogliere l'uomo vuol dire accogliere Dio stesso.

Facciamo un secondo passo: siamo chiamati ad accogliere ogni uomo perchè questo è stato l'agire di Gesù, accogliente soprattutto nei confronti dei 'diversi', dei 'lontani' degli 'emarginati'.
Emblematico il rapporto di Gesù con i Samaritani. Proprio in questa comunità 'bastarda' e infedele agli occhi degli Ebrei del tempo Gesù sceglie i modelli esemplari di veri discepoli. Basterà ricordare che quando Gesù vorrà darci un esempio di autentico amore sceglierà proprio un Samaritano, il buon Samaritano. C'è in questa scelta da parte di Gesù un chiaro intento polemico: presentare come vero discepolo appunto uno straniero, un diverso, un escluso, vuol dire colpire alla radice il pregiudizio che non riconosce a ogni uomo uguale dignità.
Dovrebbero bastare questi rapidi cenni ricavati dalla nostra fede per sconfiggere troppi atteggiamenti di ostilità, diffidenza, chiusura che impediscono l'accoglienza.
Non dimentichiamo le forti parole di papa Francesco a Lampedusa: "Abbiamo fatto l'abitudine alla sofferenza degli altri. Non ci riguarda, non ci interessa, non è cosa nostra...La mondializzazione dell'indifferenza fa di noi degli 'innominabili', responsabili senza nome e senza volto…Vorrei chiedervi: chi tra noi ha pianto per queste persone che erano sui barconi? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualche cosa per far vivere le loro famiglie? La nostra società ha dimenticato l'esperienza dei pianti, del 'soffrire con..': la mondializzazione dell'indifferenza!".
Se vogliamo essere discepoli dell'Evangelo di Gesù non possiamo non vivere l'accoglienza e l'ospitalità.
E' certo compito delle forze politiche affrontare la sfida rappresentata da una società multirazziale, la sfida di moltitudini che inesorabilmente cercano lavoro e speranza nei nostri Paesi lasciando le loro terre devastate dalla fame e dalle guerre. Ma non dimentichiamo che questi stranieri possono essere una risorsa e non una minaccia. Le doverose esigenze di sicurezza non devono alimentare chiusure ed esclusioni. Una opinione pubblica che non abbia del tutto dimenticato le sue radici cristiane non potrà accettare logiche di chiusura ed esclusione.
E' triste constatare come duemila anni di cristianesimo sembrano non aver intaccato paure e diffidenze nei confronti dell'altro.
Lasciamoci tutti giudicare dall'Evangelo.

 

 

 

 



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