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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico B


omelia di don Giuseppe
nella VI domenica dopo il Martirio
di san Giovanni il Precursore
7 ottobre 2012

 

Is 45, 20-24a;
Ef 2, 5c-13;
Mt 20, 1-16.

GLI OPERAI NELLA VIGNA
E IL PADRONE MAGNANIMO

Possiamo leggere questa parabola nel contesto della difficile situazione occupazionale di questi giorni. Gesti clamorosi di protesta sulla cupola di san Pietro o sul campanile di san Marco o all'ILVA di Taranto. Quanti devono purtroppo ripetere, come nella parabola: Nessuno ci ha dato lavoro. Ugualmente attuale la protesta di quegli operai che hanno lavorato tutto il giorno e che si vedono pagati come quelli arrivati nella vigna a fine giornata. Danno voce a quel principio di equità che giustamente consideriamo fondamentale: a tante ore di lavoro deve corrispondere un salario proporzionato, a poche ore di lavoro un salario certamente inferiore. Questo padrone della vigna che dà a chi ha lavorato una sola ora lo stesso salario di chi si è spaccato la schiena per l'intera giornata, urta la nostra esigenza di giustizia. E l'affermazione di voler disporre del suo denaro a suo piacimento, accresce il nostro fastidio. Possiamo leggere in chiave sindacale la parabola: rivendica un principio di equità. Hanno ragione gli operai della vigna che vorrebbero equità tra lavoro e salario: io presto la mia opera per un certo numero di ore e tu mi paghi in proporzione.

Sappiamo che non sempre è stato così e anche oggi non è sempre e dappertutto così. Il lavoro non è stato e non è sempre adeguatamente retribuito e non mancano forme odiose di sfruttamento. Ogni tanto si scopre anche in questa nostra città uno scantinato dove lavorano, senza tutele e garanzie, anche bambine e ragazzini. E quanti extracomunitari trovano lavoro a condizione che sia lavoro nero, senza legalità e giustizia. Quindi la protesta degli operai nella vigna ha una sua legittimità. Ma la parabola, attraverso il comportamento del padrone, vuole proporci un' altra logica nel segno della gratuità, del dono, della magnanimità che non sostituisce ma integra la giustizia. Quanti gesti della nostra vita quotidiana e sono tra i più belli sono dettati da questa logica di gratuità. Per la gioia di donare, per il semplice desiderio di manifestare amore, gratitudine, benevolenza, senza obbligo alcuno, per rispondere allo slancio del cuore magnanimo, grande appunto. Quanti gesti sgorgano da questa gratuità, non sono frutto di calcolo, di tornaconto, di interesse, sono dettati solo dall'amore per la persona. Quante volte Gesù ci ha raccomandato questo stile: quando dai una cena non invitare quanti potranno a loro volta restituirti la cortesia invitandoti alla loro tavola; invita piuttosto quanti non potranno ripagarti invitandoti a casa loro. E ancora: se amate quelli che vi amano che merito avete?, se fate del bene a quelli che vi fanno del bene che merito ne avete? Agisci piuttosto secondo una logica di gratuità. Ecco, il padrone della vigna vuole dare, largamente, ben al di là del merito, cioè del lavoro compiuto.

È il messaggio di Paolo che due volte ripete: per grazia siamo salvati, non per le nostre buone opere. Lo stile di Dio è quello del padrone della vigna che non paga solo le ore lavorate, paga molto di più. Perché? Perché io sono buono. Semplice e sconvolgente risposta: Dio è buono, fa piovere sui buoni e sui cattivi, fa sorgere il sole sui giusti e sui malvagi. Non guarda ai nostri meriti, ma con un gesto di amore gratuito che facciamo fatica ad accogliere ci ricopre, quasi alta marea, della sua benevolenza. Il padrone della vigna non è un bizzarro signore che dispone capricciosamente del suo denaro: ha il volto di un Dio magnanimo. Questo aggettivo, magnanimo, mi incanta. Vorrei che l'evangelo ascoltato scardinasse il mio cuore meschino per renderlo capace di gesti magnanimi, grandi, disinteressati. Custodiamo con rigore la giustizia come vogliono gli operai della vigna, e chiediamo la grazia di saper compiere gesti gratuiti secondo lo stile del padrone della vigna, lo stile di Dio.

 

 

 

 



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