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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico A


omelia di don Giuseppe
nella VI domenica dopo
il martirio di San Giovanni
5 ottobre 2014

 

Giobbe 1,13-21;
2Timoteo 2,6-15;
Luca 17,7-10

La breve parabola dell'Evangelo di oggi è, ad una prima lettura, davvero sgradevole. Sorprende che proprio Luca che ci ha narrato la misericordia di Dio con pagine stupende e con immagini indimenticabili di premurosa tenerezza-il padre del figlio prodigo, il pastore preoccupato per una sola pecora smarrita--ora descriva Dio come un padrone e noi come servi inutili. Proprio Luca in un'altra parabola analoga a quella odierna racconta di Dio come di un padrone, sì, ma che arrivando nel cuore della notte e trovando desti i suoi servi li farà sedere a tavola e lui, il padrone, servirà ai servi la cena (12,35ss.). Esattamente il contrario del padrone descritto nel testo odierno che si comporta secondo le regole del tempo: il servo non ha diritti e il padrone non ha doveri verso il servo.

Confesso che mi inquieta l'espressione che dovremmo fare nostra: "Siamo servi inutili". Ma davvero l'uomo sta davanti a Dio come un servo inutile, buono a nulla? I conti non tornano: perché allora Dio avrebbe affidato all'uomo la coltivazione e la custodia della terra (Gen 2,15) mettendo nelle mani di un buono a nulla la grande e stupenda realtà del mondo creato? E' ben vero che proprio nei confronti della creazione ci stiamo comportando in modi irresponsabili e devastanti. Eppure Dio si è fidato e continua a fidarsi dell'uomo. Anzi all'uomo ha affidato addirittura la custodia del suo fratello, chiedendo conto non solo a Caino ma a ciascuno di noi della sorte del suo fratello. "Dov'è tuo fratello?" (Gen4,9). Questa domanda accompagna fin dalle origini la vicenda umana: siamo costituiti custodi l'uno dell'altro e non dovremmo mai rispondere come Caino: "Sono forse io il custode di mio fratello?". Sì, ognuno di noi è costituito custode della terra e del suo simile, del suo fratello. Ma allora non siamo 'servi inutili'.

La relazione che Dio ha con l'uomo è relazione che ne esalta la libertà e la responsabilità, anzi Gesù stesso affermerà che non siamo servi ma amici (Gv 15,15). Perché questo aggettivo: inutili, cioè 'buoni a nulla'?
È possibile tradurre 'inutile' senza utile, ovvero senza guadagno. Significa che facciamo il nostro dovere non per utile, per guadagno, per ricavarne meriti da vantare. Allora servo 'inutile' è quel servo che compie lietamente il suo dovere nella consapevolezza che anche questo adempimento è dono, è grazia, non è merito nostro da vantare davanti a Dio.

L'intera nostra esistenza è preceduta, accompagnata e seguita dalla benevolenza di Dio, dalla sua grazia e quanto di buono le nostre mani possono compiere è come il fiorire, nella nostra libertà, della sua grazia. Servi 'inutili' cioè salvati per grazia e non per le opere di cui siamo capaci. Questa evangelica inutilità non vuol dire irrilevanza del nostro agire, vuol dire riconoscere con Maria, anche Lei piccola serva del Signore, che "il Signore ha compiuto in me cose grandi". Il servo 'inutile' è quello che compie fino in fondo il lavoro affidatogli-non è quindi un buono a nulla-ma è consapevole che in lui tutto è grazia. Il servo 'inutile' inizia ogni giorno la sua operosa fatica affidandosi alla parola del Signore: "Ti basta la mia grazia" (2Cor 12,9).

 

 

 

 



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