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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico B


omelia di don Giuseppe
nella VII domenica dopo il Martirio
di san Giovanni il Precursore
14 ottobre 2012

 

Is 43, 10-21;
1Cor 3. 6-13;
Mt 13, 24-43.

BUON GRANO E ZIZZANIA

Se leggiamo la pagina evangelica con un occhio attento alle vicende di questi giorni possiamo amaramente concludere che la zizzania ha invaso questa nostra città. Abbiamo sempre pensato che certi fenomeni malavitosi fossero zizzania che cresceva solo in Sicilia, nel napoletano, in Puglia, in Calabria: adesso scopriamo che invece hanno messo radici in questa nostra terra e arrivano a condizionare la scelta di chi deve, governando, procurare il bene comune.

L'evangelo di questa domenica non ci offre una lettura 'rosa' della vicenda umana. In essa agisce il Nemico che devasta la storia umana e prima ancora la coscienza dell'uomo. Ma la parabola racchiude un altro confortante messaggio: quello della pazienza di Dio che dà all'uomo il tempo della conversione. Certo la giustizia umana deve agire risolutamente nel tentativo di sradicare la zizzania dal corpo sociale, ma la giustizia divina ha tempi diversi. Ai servi troppo zelanti non è consentito sradicare la zizzania, non è permesso farsi giudici separando il bene dal male: il giudizio appartiene solo a Dio che lo eserciterà a suo tempo. Fino a quell'ultimo giorno, nella storia umana così come nel cuore di ognuno di noi, buon grano e zizzania convivono, la pazienza di Dio dà ad ognuno il tempo per far crescere il buon grano pur nella presenza del male, della zizzania. Anche nella comunità dei discepoli, nella sua santa Chiesa, grano e zizzania crescono insieme: la chiesa che giustamente chiamiamo santa, non è una comunità di puri, è come il campo della parabola: nei suoi solchi fiorisce il bene ma purtroppo mette radice anche il male. Riconoscerlo è il primo passo per vincerlo.

Il Concilio che proprio in questi giorni abbiamo ricordato a cinquant'anni dal suo inizio, ci ricorda che "la chiesa comprende nel suo seno i peccatori, santa e insieme sempre bisognosa di purificazione, mai tralascia la penitenza e il suo rinnovamento" (Lumen Gentium 8).

Tra i gesti davvero memorabili del pontificato di Giovanni Paolo II bisogna ricordare la pubblica, solenne confessione delle colpe dei figli della Chiesa che il Papa volle la prima domenica di Quaresima dell'anno 2000: "Alla fine di questo millennio, disse allora il papa, si deve fare un esame di coscienza: dove stiamo, dove Cristo ci ha portati, dove abbiamo deviato dal Vangelo". Alla luce di questo gesto del Papa comprendiamo la gloria e la debolezza della Chiesa. Riconosciamo la sua debolezza, l'infestante presenza della zizzania ma anche e soprattutto la forza del buon seme.

Preziose le due piccole parabole del minuscolo seme che dà vita ad un grande albero ospitale per gli uccelli del cielo e del pugno di lievito che, nascosto nella farina, la fa fermentare tutta perché sia buon pane. Piccolo il seme, poco il lievito eppure … Si direbbe eccentrico questo agire di Dio che sceglie ciò che è piccolo e debole per confondere quello che è forte, affinchè nessuna creatura possa vantarsi dinanzi a Dio (1Cor 1,27-29), perché si riconosca che è Lui il Signore della storia.
La logica delle parabole del piccolo seme e del pugno di lievito è la logica dei piccoli numeri: come il resto di Israele, come i pochi discepoli di Gesù, così anche noi di fronte al vasto e complesso mondo: se avremo in noi la forza del seme e del lievito non avremo timore a stare dentro le sfide del nostro tempo. La zizzania non avrà l'ultima parola.

 

 

 

 



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