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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico A


omelia di don Giuseppe
nella VII domenica dopo
il martirio di San Giovanni
12 ottobre 2014

 

IL SEME NEL CAMPO

Il gesto largo, generoso del Seminatore che sparge ovunque la semente mi ha riportato alla memoria alcune indimenticabili parole di Paolo VI. Domenica prossima a Roma papa Francesco lo proclamerà beato, cioè modello di vita evangelica per tutti. Quando ancora era nostro arcivescovo così invitava a guardare quel campo che è il mondo: "Dopo venti secoli di storia la Chiesa sembra sommersa dalla civiltà profana, assente dal mondo attuale. Ma oggi la Chiesa cerca il mondo, tenta di venire in contatto con questa società. E in che modo realizzare questo contatto? Essa apre il dialogo con il mondo…". Allora ci fu chi criticò aspramente l'apertura della Chiesa al mondo, si parlò di una Chiesa inginocchiata davanti al mondo. Paolo VI, ben consapevole di queste critiche nel discorso conclusivo del Concilio ribadì quale doveva essere lo stile della Chiesa: "Una simpatia immensa ha pervaso il Concilio. La scoperta dei bisogni umani ha assorbito l'attenzione del nostro sinodo. Invece di deprimenti diagnosi, incoraggianti rimedi, invece di funesti presagi messaggi di fiducia sono partiti dal concilio verso il mondo contemporaneo, i suoi valori sono stati non solo rispettati ma onorati, i suoi sforzi sostenuti, le sue aspirazioni purificate e benedette. Il Magistero della Chiesa è sceso a dialogo con lui…"."Noi guardiamo al mondo con immensa simpatia, e se anche il mondo si sente estraneo al cristianesimo, se anche il mondo non guarda a noi, noi continuiamo ad amare il mondo, perché noi cristiani non possiamo sentirci estranei al modo". Ritrovo questo stile in queste parole del nostro Arcivescovo, il cardinale Scola: "Il mondo ha una dimensione irriducibilmente positiva: è il frutto della grazia del suo amore. Nemmeno la pur grave ferita del peccato, il cui peso è davanti agli occhi di tutti e non va sottovalutato, riesce ad intaccare in maniera irreversibile tale bontà" (p.20s.). Lo stile del Seminatore evangelico è quello del Padre che fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi e dona la pioggia al campo dell'uomo buono così come a quello del malvagio. Nessun terreno, cioè nessuna situazione umana deve esser considerata estranea all'annuncio dell'Evangelo, cioè al gesto generoso che getta il buon seme. Sono pieno di stupore ogni volta che un seme portato dal vento riesce a metter radice in una fessura dell'asfalto delle nostre strade e magari far germogliare un piccolo, modesto fiore. Alle stelle alpine basta una fenditura nella roccia per metter radice e fiorire. Miracolo del vento che semina ovunque, forza del seme che ha in sé la capacità di fiorire anche nei luoghi più impervi. Ma la parabola non si ferma qui nello stupore per la misteriosa forza del seme. La parabola è anche preoccupata dei terreni più o meno favorevoli allo sviluppo del seme e si impegna a descrivere le situazioni che rendono più difficile se non impossibile tale sviluppo. Il seme ha bisogno d'esser accolto nella terra calda e umida, come in un grembo ospitale. Il seme ha bisogno di trovare un cuore accogliente, capace di ascolto. Possiamo dare alla parabola il titolo di Parabola del Seminatore e così mettere l'accento sull'iniziativa magnanima di Dio, il Seminatore, che a tutti, proprio a tutti, rivolge la sua Parola, in tutti semina il suo buon seme. Possiamo anche dare alla Parabola il titolo di parabola dei diversi terreni e così sottolineare il ruolo decisivo che il terreno svolge nella fioritura del seme. Dire dei diversi terreni è dire della nostra libertà, della nostra apertura all'ascolto, o dei molteplici ostacoli che compromettono tale ascolto. Ancora una volta l'iniziativa spontanea di Dio si misura con la nostra libertà. I doni di Dio non cadono dall'alto senza suscitare la risposta della nostra libertà che accoglie o rifiuta. Di fronte a Dio non siamo né burattini, né robot inerti, privi di libertà e quindi di capacità di scelta. Dio si rivolge a persone libere e consapevoli. Possiamo aggiungere che la parabola con la sua meticolosa indicazione dei diversi terreni e della loro maggiore o minore ricettività esprime una preoccupazione squisitamente educativa. I discepoli del Signore, la sua Chiesa hanno sì il compito primario di rivolgersi a tutti, proprio a tutti, nel gesto largo che dona il seme della Parola, l'Evangelo di Gesù. Prima di ogni appello morale, prima di ogni indicazione di comportamento deve risuonare grande, lieta la Buona Notizia, la stupenda certezza di un amore incondizionato per tutti, ma proprio per tutti. Questo il primo annuncio. Il secondo, successivo e quindi secondario è il complesso delle indicazioni educative, che segnalano i pericoli, mettono in guardia, avvertono degli ostacoli. Se un ragazzo si innamora della musica poi sarà pronto ad ogni fatica per imparare a suonare uno strumento; se si innamora delle vette poi accetterà la fatica delle lunghe faticose ascensioni. Se un equipaggio respira i grandi orizzonti del mare aperto poi sarà pronto alla fatica per aprire al vento le vele o metter mano ai remi. Che il Regno di Dio e cioè la passione per Gesù e il suo Evangelo prendano il nostro cuore: questo il seme che, accolto dalla nostra libertà, darà certamente frutto.

 

 

 

 



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