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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico C


omelia di don Giuseppe
nellasettima domenica
dopo Pentecoste
7 luglio 2013

 

Gs 24, 1-2a.15b-27
Ts 1, 2-10
Gv 6, 59-69

EUCARISTIA LINGUAGGIO DURO

L'evangelo di questa domenica ci riferisce la reazione della gente e di molti discepoli alle parole dette da Gesù nella sinagoga di Cafarnao.
Ma che cosa aveva detto Gesù di tanto urtante da provocare il rifiuto dei suoi ascoltatori?
Parole dure aveva pronunciato, così dure da determinare una vera e propria reazione di rigetto fino ad abbandonare Gesù: "Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui". Siamo di fronte ad una vera e propria crisi di fiducia nei confronti del Maestro. Attorno a Gesù si fa il vuoto.
Ma che cosa aveva detto ?
Aveva promesso di dare Se stesso, la sua carne e il suo sangue come nutrimento e bevanda. E infatti gli ascoltatori si chiedono: "Ma come può costui darci la sua carne da mangiare?"
Di fronte ad una reazione tanto netta di rifiuto ci si potrebbe aspettare da parte di Gesù una rettifica, una sorta di correzione di tiro, il tentativo di attenuare il realismo anche per noi sconvolgente, delle sue parole. Insomma, Gesù avrebbe potuto aggiungere: Sì, vi ho detto che bisogna mangiare la mia carne e bere il mio sangue, ma queste parole che vi urtano, sono solo un modo di dire, una espressione paradossale per dire che vi lascio un segno della mia presenza: ogni volta che ripeterete queste parole e questo gesto vi ricorderete dei me, sarà come avermi ancora in mezzo a voi.
E invece Gesù non fa nessuno sforzo per addolcire il realismo urtante delle sue parole, non rende più accettabile, più comprensibile la sua promessa. Anzi arriva al punto di porre ai discepoli quella che potremmo chiamare la questione di fiducia: Volete andarvene anche voi?
Gesù è pronto a restare solo ma non è disposto a negoziare le dure parole con le quali ha promesso di dare se stesso come cibo e bevanda. Si è suoi discepoli solo se si accetta il realismo delle sue parole, quel duro realismo che gli ascoltatori e tra essi molti dei discepoli, rifiutano.
Forse vi chiederete perché insista tanto sulla reazione della gente e di molti discepoli: questi ascoltatori hanno capito perfettamente il senso delle parole di Gesù: dare se stesso, carne e sangue, come cibo e bevanda. E appunto non accettano questo realismo che urta la loro e forse anche la nostra sensibilità.
La gente ha capito bene e volta le spalle a Gesù che non fa nulla per trattenerli, non dà una interpretazione più tranquilla, anzi sembra invitare i discepoli ad andarsene se non sono pronti ad accogliere le sue dure parole, la sua sconvolgente promessa.
Sarà Pietro, voce degli altri discepoli, a dire ancora una volta l'incondizionata adesione al Maestro e alle sue parole.

Forse anche noi, di fronte alla verità del corpo e del sangue del Signore nei poveri segni del pane e del vino, forse anche noi esitiamo e siamo tentati di pensare che appunto si tratti solo di un modo di dire ma che in verità quel pane è pane, niente altro che pane che ricorda Gesù, allude alla sua vita data per noi, così come il pane è dato, spezzato per noi.
Un bellissimo testo, un saluto, all'Eucaristia, musicato mirabilmente da Mozart dice: "Ti saluto vero corpo nato dalla Vergine Maria, corpo che ha veramente sofferto, corpo immolato sulla croce…".
Aggiungiamo che anche Lutero, il padre della Riforma, affermava la sua fede nell'Eucaristia, con queste precise parole: "Io credo fermamente non solo che il corpo di Cristo è nel pane, ma che il pane è corpo di Cristo". E' giusto ricordare la fede di Lutero nell'Eucaristia anche se oggi non è questa la posizione delle Chiese riformate.
Mi chiedo, infine, perché gli ascoltatori di Gesù, la gente di Cafarnao e molti discepoli non hanno accettato le parole di Gesù, anzi gli hanno voltato le spalle?
Provo a rispondere così: Essi avevano una nozione di Dio così elevata, pensavano Dio totalmente altro rispetto all'uomo che era per loro inaccettabile la promessa di Gesù di legare la sua presenza ad una povera materia umana. Un Dio così alto e altro dall'uomo non poteva avere un sapore di pane, un sapore di umanità. E invece l'uomo Gesù è la fragile, stupefacente presenza di Dio. E' sul suo volto d'uomo che ormai dobbiamo riconoscere quel Dio che nessuno ha mai potuto vedere in faccia. Nella povertà di questa materia, pane e vino, continua la stupenda, ma riconosciamolo, sconvolgente presenza di Dio dentro la nostra umanità. Linguaggio duro per le pretese della nostra intelligenza, eppure, ripetiamo con Pietro, parola di vita eterna.

 

 

 

 



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