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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico A


omelia di don Giuseppe
nella VIII domenica dopo Pentecoste
3 agosto 2014

 

1 Samuele 3,1-20;
Efesini 3,1-12;
Matteo 4,18-22

Il nostro Dio è un Dio che chiama. Chiama Abramo perché lasci la sua terra e si metta in cammino, chiama Mosè mentre pascola il gregge, chiama Geremia prima ancora che esca dal grembo di sua madre, chiama Giona vincendo la sua resistenza, chiama Amos mentre segue l'armento….chiama Maria di Nazareth turbata e perplessa all'annuncio di Gabriele…
Il nostro Dio chiama e due testi della liturgia odierna sono racconti di chiamata: Samuele e i primi quattro apostoli. Fin dalla prima pagina della Scrittura sacra Dio chiama: con la sua parola chiama all'esistenza le cose che non sono, chiama le stelle per nome ed esse rispondono. Ma soprattutto chiama uomini e donne perché ascoltino e accolgano la sua parola. Se Dio è voce che chiama, allora l'uomo e la donna sono orecchio che ascolta. La prima caratteristica dell'esperienza religiosa è quindi voce che suscita l'ascolto. Anche la relazione tra il pastore e il suo gregge è nel segno di una voce che chiama per nome e desta l'ascolto.
Di fronte a Dio non siamo esseri inerti o passivi, siamo una libertà chiamata all'ascolto. Può accadere che la chiamata resti senza risposta, cada nel vuoto. E' accaduto anche a Gesù: chiamare e non esser ascoltato (Mc 10,17ss.). L'evangelista non tace la tristezza che accompagna nel giovane il rifiuto, non conosciamo invece la reazione di Gesù di fronte al fallimento della sua chiamata.
Il termine vocazione è, nell'uso corrente, riservato ad alcune persone che sarebbero raggiunte da un appello singolare, originale, in vista di uno stile di vita del tutto particolare. Diciamo che hanno la vocazione uomini e donne dedicate alla vita sacerdotale o religiosa. Non parliamo di vocazione per la scelta coniugale e familiare. Dobbiamo, invece, ricuperare l'ampiezza di questo termine: per ogni essere umano è la chiamata, la vocazione, perché nessuno è nel mondo per caso o per sbaglio. Solo riscoprendo l'esistenza, ogni esistenza, come vocazione possiamo vincere quella terribile parole di Shakespeare nel Machbeth: "La vita umana? Una storia piena di fragore e di furia raccontata da un idiota e che non vuol dire niente". L'insensatezza che talvolta corrode i nostri giorni può esser vinta e trovare senso riscoprendo la vita come vocazione, ovvero come disegno, progetto. E questo vale per ogni uomo e donna che scopra nella trama talora intricata dei suoi giorni un senso, appunto una vocazione. Per questo è davvero grave la condizione attuale di tanti, troppi giovani alle prese con un futuro incerto e precario.
Difficile riconoscere un senso alla propria esistenza quando mancano le condizioni indispensabili perché si possa costruire, con un lavoro dignitoso, il proprio futuro. Ci sono nella pagina evangelica odierna due piccoli dettagli significativi. Il primo: la vocazione non ha un luogo altro, diverso rispetto ai luoghi del vivere quotidiano. La parola del Signore raggiunge Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni sulla riva del lago, intenti alle operazioni del dopo pesca. Lo scenario della vocazione non è necessariamente il Tempio o il silenzio della preghiera. Le mani dei quattro chiamati puzzavano di pesce ed erano alle prese con le reti. La Voce ci raggiunge là dove viviamo, dove lavoriamo, nella nostra quotidianità. E il secondo dettaglio: la risposta è immediata, senza indugi: così come sono, i quattro pescatori vanno dietro al Maestro.

 

 

 

 



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