parrocchia - celebrazioni - omelie - cattedra - oratorio - gruppi - come albero - preti - blog - link

 

 

La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico C


omelia di don Giuseppe
nella ottava domenica
dopo Pentecoste
14 luglio 2013

 

1Sam 8, 1-22
1Tm 2, 1-8
Mt 22, 15-22

CESARE E DIO

L'evangelo di questa domenica contiene quella che è forse l'unica parola 'politica' che troviamo nei Vangeli. Dio infatti si rivolge all'uomo, alla donna prima che all'insieme delle persone, alla società, al popolo.
L'evangelo è anzitutto parola per la persona, per la sua coscienza.
Il tranello teso a Gesù con la domanda se sia lecito pagare le tasse all'Imperatore provoca una risposta solo apparentemente semplice, ovvia: la distinzione tra Cesare e Dio, tra la politica e la fede, tra lo Stato e la Chiesa. Date a Cesare quello che è di Cesare: con questa affermazione Gesù riconosce lo spazio legittimo della politica.
Nella comunità cristiana delle origini serpeggiava, probabilmente, una sorta di anarchia di natura religiosa. Il primato di Dio, la sua sovranità induceva in qualche caso una minore considerazione per l'autorità politica. E' significativo il richiamo, ripetuto, nelle lettere di Paolo, al rispetto per l'autorità costituita, anzi la preghiera per i governanti come leggiamo nella seconda lettura di oggi. Dare a Cesare quel che è di Cesare, e Cesare è l'imperatore romano che occupava con il suo esercito la terra di Gesù, vuol dire riconoscere la legittima autonomia della politica e contrastare la tentazione da parte delle religioni, delle chiese, di invadere lo spazio della politica. Questa invasione ha un nome: teocrazia.
Non sono mancate in passato e anche oggi non mancano forme di teocrazia, forme di organizzazione della convivenza civile, guidate, controllate dall'autorità religiosa. Il Papa-Re che ha governato per secoli una parte del nostro paese-gli Stati pontifici-è stato per noi l'ultima espressione di una teocrazia.
Ma anche oggi alcuni Paesi di cultura e fede islamica sono di fatto delle teocrazie dove l'ultima parola è dei capi religiosi e non degli uomini politici democraticamente eletti. Un esempio: l'Iran è una repubblica islamica, come se noi dicessimo che l'Italia è una repubblica cristiana. I nostri governanti giurano fedeltà alla Costituzione e non alla Bibbia. Si chiama laicità il rispetto della autonomia della politica.
Discorso difficile in questi tempi di largo discredito della politica ma discorso necessario.
Non si può convivere senza una buona politica.
Papa Francesco, lunedì scorso nell'isola di Pantelleria, ci ha ricordato il pericolo di una globalizzazione dell'indifferenza, il venir meno della ricerca del bene comune e della solidarietà.
Dare a Cesare quel che è di Cesare vuol dire che tocca a Cesare, cioè alla politica affrontare anche il problema drammatico di questi disperati che cercano nei nostri Paesi quel minimo di pane e di pace che non hanno nei loro Paesi assediati dalla miseria e dalle guerre.
Sono gravemente riprovevoli non pochi comportamenti di uomini politici e di quella che chiamiamo 'la casta', ma resta fermo l'imperativo: date a Cesare quel che è di Cesare, si deve riconoscere la legittimità, anzi l'alto valore morale dell'impegno politico che è forma eminente della carità.
La scorsa settimana sempre papa Francesco ha riconosciuto le virtù evangeliche proprio di un laico che è stato anche un uomo politico, il professor Giuseppe Lazzati. Speriamo di poterlo presto annoverare tra i beati, tra quanti hanno vissuto con coerenza l'evangelo. E questo è possibile anche in politica.
Ma dopo aver affermato il valore della politica Gesù ne riconosce il limite, affermando: date a Dio quel che è di Dio. Come dire: la politica non è tutto, non deve invadere l'intera esistenza delle persone e non è il valore supremo: decisivo è lo spazio della coscienza dove l'uomo compie le sue scelte.
Il secolo appena trascorso ha conosciuto stagioni terribili di dittatura, di statalismo, di pretesa della politica d'esser tutto.
Dare a Dio quel che è di Dio significa riconoscerne il primato: dobbiamo obbedire anzitutto a Dio e alla sua legge che agli uomini e alle loro leggi. Detto con altre parole: solo davanti a Dio mi metterò in ginocchio, davanti agli altri uomini, anche ai politici più illustri, resterò rispettosamente in piedi.

 

 

 

 



torna alla homepage