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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico A


omelia di don Giuseppe
nella IX domenica dopo Pentecoste
10 agosto 2014

 

2 Samuele 12, 1-13;
2Corinti 4, 5b-14;
Marco 2, 1-12.

Anche in questa domenica prima e terza lettura si richiamano a vicenda: due situazioni dominate dall'esperienza del peccato. Se venisse rivolta a noi la domanda di Gesù agli Scribi: E' più facile liberare un uomo dai suoi peccati o guarirlo dalla paralisi? Credo che senza esitazione saremmo per la prima soluzione. Facile perdonare i peccati….non è invece alla nostra portata restituire ad un paralitico la guarigione.
L'evangelo di questa domenica è invece un invito a scrutare la serietà e la profondità devastante del peccato. Operazione ardua per noi che abbiamo una nozione sempre più labile del peccato. Questo termine in effetti è diventato una esclamazione che dice disappunto, delusione, occasione perduta: 'Che peccato!...E' proprio un peccato…Peccato che tu non possa….'. Modi di dire che esprimono il disagio per una occasione mancata. Del resto è esperienza abituale nel sacramento della confessione la costatazione da parte del penitente della difficoltà a dare contenuto alla nozione di peccato. Quante volte il confessore è richiesto di aiutare a scovare nelle pieghe della propria vita eventuali peccati. Possiamo dire che il senso del peccato si è fatto incerto. Il declino della pratica del sacramento della confessione ha certamente una sua ragione proprio nella difficoltà di riconoscere al peccato una sua serietà. Guardiamo al protagonista della prima lettura: il re Davide, un uomo dalla doppia vita. Possiamo definirlo un gran peccatore e al tempo stesso uno stupendo cantore di Dio, un poeta dell'amore e della bellezza di Dio.
La Bibbia non ci ha nascosto il comportamento spregevole, abbietto di quest'uomo che non solo si invaghisce della donna di un suo soldato, ma pur di prendersela arriva a far morire il soldato. E' una pagina fosca. Eppure questo gran peccatore, certo spregevole per il suo comportamento, è stato capace di sprigionare dal suo cuore tra i canti più belli della fede: i Salmi. Uno di questi Salmi, che è chiamato Miserere dalla prima parola latina, è stato composto da Davide proprio dopo aver preso coscienza del suo peccato.
Charles de Foucauld pregava così: "Grazie, mio Dio, per averci dato questa divina preghiera del Miserere. Questo Miserere che è la nostra preghiera quotidiana...Esso parte dalla considerazione di noi stessi, e della vista dei nostri peccati e sale fino alla contemplazione di Dio". L'esperienza del peccato è possibile solo in un uomo libero, responsabile di sè. Ad un robot o ad un burattino non si possono imputare colpe. L'esame di coscienza è uno dei gesti più alti della vita perchè ci fa toccare con mano la nostra libertà. L'uomo peccatore è un uomo libero che non è 'programmato' in anticipo, non è rigidamente determinato dall'ambiente, dalle abitudini, dai conformismi. Poter dire 'mea culpa' vuol dire poter riconoscere la propria libertà. Il peccato ci rivela un volto di Dio 'alleato', 'amante', interessato a noi. Solo chi ha scoperto il volto di Dio carico di amore e si sottrae a questo amore può essere detto 'peccatore'.
Prima di confessare i nostri peccati dobbiamo sempre confessare, cioè riconoscere, quanto Dio ci ama. E' solo sullo sfondo di questo amore che si riconosce il nostro peccato. Ma il peccato non è l'ultima parola. San Paolo dice: "Dove abbondò il peccato, lì sovrabbondò la grazia" (Rom 5,20). Possiamo dire che Dio offre a tutti, sempre, la possibilità di fare ritorno...

 

 

 

 



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