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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico C


omelia di don Giuseppe
nella domenica dell'Ascensione
domenica 16 maggio
2010

 
At 1,6-13a;
Ef 4,7-13;
Lc 24,36b-53.

Forse è facile sorridere ascoltando il racconto davvero sobrio dell’Ascensione di Gesù al cielo… come un palloncino sfuggito alla mano di un bambino e che si perde tra le nuvole. Le conoscenze che abbiamo della natura e dello spazio ci impediscono di ritenere il cielo come la dimora di Dio. Ricordo quando il cosmonauta sovietico Gagarin fece ritorno dal primo viaggio nello spazio dichiarò di non aver incontrato Dio nei cieli che sarebbero assolutamente vuoti.

Lasciamoci istruire da questo simbolo dell’ascensione. Quell’uomo che ha vissuto fino in fondo la nostra condizione umana, quell’uomo che ha lavorato con mani di uomo, amato con un cuore d’uomo, quell’uomo che ha sofferto ed è stato messo a morte è ora l’innalzato, quell’uomo è portato in alto, alla destra del Padre perché tutti riconoscano in lui il vertice dell’intera umanità. Questa immagine spaziale, salire al cielo, andare in alto, è solo la traccia visibile di un mistero che ci supera: l’esaltazione del Signore Gesù. L’Ascensione è come il compimento, la verità della vita di Gesù, della sua passione e morte in croce. E infatti l’evangelista Giovanni per indicare la crocifissione usa il verbo “elevare, innalzare”. Gesù stesso annuncia così la sua imminente morte sulla croce: «Quando sarò innalzato-elevato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32). L’elevazione da terra sul patibolo della croce è innalzamento, glorificazione. Il patibolo anzi è cantato dalla Chiesa «albero bello e splendente». E sempre alludendo alla sua morte Gesù aveva detto: «Se il chicco di grano caduto in terra non muore rimane solo, se muore nel solco porta molto frutto» (Gv 12,24). L’Ascensione esprime visibilmente questa certezza: solo chi dà la sua vita, solo chi la perde per gli altri la ritroverà in pienezza; solo chi si abbassa nell’umile servizio ai fratelli, questi solo sarà esaltato, solo chi discende condividendo la condizione umana nella sua sofferenza e nel morire, questi sarà l’innalzato. Quante volte Gesù ha descritto la sua esperienza umana come un discendere. Anche noi lo affermiamo nel Credo: «Discese dal cielo…». Chi discende, nella logica del condividere, chi non teme di mettersi accanto a chi è più in basso e sceglie per sé la condizione di colui che serve, questi è l’innalzato. Paolo ha mirabilmente espresso questo movimento di discesa e di ascesa: «Cristo svuotò se stesso assumendo una condizione di servo… umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio lo esaltò… perché ogni lingua proclami che Gesù è il Signore» (Fil 2,5ss.).

L’Ascensione è la risposta al discendere di Gesù, il suo abbassarsi è vera esaltazione. Al più oscuro discendere risponde la più luminosa ascensione. Lungi dall’essere una sorta di mirabolante messinscena che strappa un grido di meraviglia e ci lascia a bocca aperta, l’Ascensione di Gesù lo mostra a noi come l’innalzato perché si è abbassato. Tutti noi cerchiamo di salire nella scala sociale, nella considerazione della gente, cerchiamo in modi diversi di realizzare la nostra ascensione. L’evangelo di oggi risponde con le parole di Maria: «L’anima mia magnifica il Signore che rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili, i piccoli, rimanda i ricchi a mani vuote e ricolma di beni gli affamati». Discendere per ascendere. Ma questo mistero dell’Ascensione di Gesù, il suo esser portato in alto, verso il cielo, il suo ritorno al Padre racchiude un messaggio per noi non facile. Ripetutamente Paolo ci invita a volgerci verso il cielo: «Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo. Pensate alle cose di lassù» (Col 3,1). E ancora più chiaramente: «La nostra patria è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù» (Fil 3,20).

Il cielo, non la terra è l’ultimo approdo della vita di Gesù e quindi il nostro definitivo approdo. Eppure noi amiamo appassionatamente la terra, la abitiamo mettendo in essa giorno dopo giorno radici sempre più profonde e tenaci. Ma non è questa la nostra casa definitiva. Questa certezza è per molti sorgente di tristezza e anche di disperazione. Possiamo coltivare e custodire la terra sapendo che non è la nostra ultima, definitiva dimora? Ai credenti è stato mosso il rimprovero d’avere occhi così rivolti al cielo da non saper guardare con dedizione la terra. Ma noi sappiamo che il Regno di Dio è già misteriosamente presente nel tempo e che di questo Regno siamo già qui e ora artefici, costruttori. Per questo l’attesa di cieli nuovi e terre nuove non deve indebolire l’impegno generoso perché la novità del Regno cominci a prendere forma nei solchi della terra.


Preghiera dei fedeli

Ascolta, Signore la nostra preghiera.

Per quanti piegati dalle avversità dalla vita e dalla cattiveria umana non osano più sperare …

Per ogni uomo e donna: ne sia riconosciuta la dignità e possa camminare a testa alta …

Per tutti noi: viviamo i nostri giorni con generosa passione per la terra elevando lo sguardo a te che sei nei cieli …

Per i nostri ragazzi e ragazze che ricevono la Prima Comunione e la Cresima …

Per Carlo Verganti e Giuseppe Chieppa: ricevano il premio di una lunga e laboriosa esistenza …

 

 

 

 



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