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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico C


omelia di don Giuseppe
nella domenica
del Corpus Domini
2 giugno 2013

 

Gen 14, 18-20
1Cor 11,23-26
Lc 9, 11b-17

CORPUS DOMINI

La pagina evangelica della moltiplicazione dei pani ci viene proposta in questa domenica del Corpus Domini, festa del corpo e del sangue del Signore, certezza della sua presenza nei modesti segni del pane e del vino. Condividere il pane che è il corpo del Signore vuole dire anche condividere quel pane che manca a tanta parte dell'umanità. Ricevere sul palmo della mano questo cibo, nutrimento spirituale, vuol dire obbedire al comando del Signore: Date voi stessi da mangiare a questa gente. Il gesto della moltiplicazione dei pani è collocato nella cornice di una umanità che ascolta Gesù e porta a lui i propri malati. Prima che un gesto di potenza quello che Gesù sta per compiere è un gesto di intensa condivisione dei bisogni e delle sofferenze della gente.

Mi colpisce il comportamento di Gesù che vuole associare i suoi discepoli, noi, alla sua azione provvidente e misericordiosa. E' bello questo agire di Gesù che si serve di noi, che ci associa alla sua sollecitudine, valorizza il nostro pur modesto contributo, rispetta le nostre capacità. Dio vuole avere bisogno degli uomini perché di fronte a Lui non siamo né burattini né robot: siamo esseri liberi, coscienti e capaci. I cinque pani e i due pesci che i discepoli mettono a disposizione, la piccola provvista di qualcuno previdente, è il segno della nostra partecipazione alla compassione di Gesù per la moltitudine. Questo episodio, nella redazione del vangelo di Giovanni, ha una aggiunta assai significativa: l'apostolo Andrea mettendo a disposizione di Gesù i pochi pani e i pesci aggiunge: "Ma che cos'è questo per tanta gente?". Ha ragione Andrea: come sfamare la moltitudine con pochi pani e pochi pesci? Con parole simili quante volte anche noi confessiamo la nostra inadeguatezza, il nostro non essere all'altezza dei compiti che ci attendono.

Qualche volta sono i genitori che, pur con tutta la buona volontà, non ce la fanno ad educare bene i loro figli. Oppure confessiamo, sfiduciati e delusi: quanto è difficile essere onesti, coerenti, resistere all'alta marea del compromesso e della corruzione. E se poi ci apriamo ai problemi mondiali allora il senso di impotenza ci schiaccia: come sfamare le moltitudini che hanno fame e che giustamente cercano, arrivando con ogni mezzo nei nostri Paesi, di raccogliere almeno le briciole che cadono dalle nostre tavole sempre troppo opulente pur in questi anni di crisi? Come arginare i conflitti che devastano la terra? Davvero grande è la sproporzione tra le nostre risorse e i problemi che ci stanno davanti. Eppure è rivolta anche a noi la parola autorevole di Gesù ai discepoli: "Date voi stesi da mangiare". Ci invita a cavare dalla nostra bisaccia quel poco che abbiamo, ci invita a mettere a disposizione dei bisogni dell'umanità quel poco che siamo. E' poco eppure non è nulla; è disperatamente inadeguato eppure non è inutile.

Sta qui il miracolo: se mettiamo con fiducia questa nostra povertà nelle mani di Dio, se facciamo tutto quanto è a noi possibile consapevoli che è poco ma che è tutto quanto abbiamo nelle mani, se ci spendiamo fino all'ultima briciola, il Signore misteriosamente moltiplicherà la nostra povertà e ne farà pane abbondante per la moltitudine. Per me questo è l'Evangelo: mettere nelle mani di Dio la nostra esistenza, con le sue modeste risorse, consapevoli che il Signore saprà moltiplicare per il bene della moltitudine. Nessuno, allora, dica: sono inutile, non ci so fare, sono un fallito, buono a nulla. Se crediamo all'Evangelo la nostra vita sarà sempre il lieto miracolo di poco pane che sfama la moltitudine.

 

 

 

 



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