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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico B


omelia di don Giuseppe
nella Solennità di Cristo Re
domenica 8 novembre
2009

 
Is 49, 1-7;
Fil 2, 5-11;
Lc 23, 36-43

Confesso che questo titolo regale attribuito a Gesù mi pone qualche problema. Del resto Gesù stesso ha rifiutato questo titolo. Leggiamo in Gv 6,15: «Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò sulla montagna tutto solo». Rifiuta quindi la regalità offertagli dalla folla. La rifiuta anche quando è Pilato a dire: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù risponde distinguendo nettamente la sua regalità: «Il mio regno non è di questo mondo» (Gv 18,33ss.). E parlando dei capi delle nazioni, dei re e dei grandi Gesù ha avuto parole sferzanti: «I re delle nazioni le governano e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori. Per voi però non sia così, ma chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve» (Lc 12,25ss.).

E proprio l’evangelo di questa domenica ci presenta un’immagine paradossale di Cristo re inchiodato sulla croce. Il patibolo sarebbe, allora, il suo trono regale? Viene dichiarato re, ma non ha potere, è l’immagine dell’impotenza, dell’antipotere. È quindi, quello di re, un titolo che può essergli attribuito ma secondo un’accezione assolutamente singolare. Forse proprio questa difficoltà ad attribuire a Cristo il titolo regale spiega perché la festa di Cristo Re sia tardiva nel calendario della Chiesa: è stata infatti introdotta solo nel 1925 per iniziativa del papa Pio XI in una stagione storica segnata in Europa dall’alta marea dei totalitarismi. Nelle intenzioni del papa questa festa doveva esprimere il dominio di Gesù sull’universo, e in particolare nella società e in tal modo relativizzare ogni altro potere. Doveva soprattutto combattere il laicismo ossia l’atteggiamento che pretendeva e pretende di estromettere dalla vita sociale ogni riferimento alla signoria di Cristo. Il papa Pio XI istituendo questa festa arriva a dire: «I capi di Stato sia per via personale che a nome del loro popolo non dovrebbero dunque rifiutare di rendere pubblici omaggi di rispetto e sottomissione alla sovranità di Cristo». Noi oggi ai politici non chiediamo tanto: basterebbe una condotta morale più seria e un impegno davvero laico e preoccupato del bene comune. Lasciamo i pubblici omaggi o gli atti di sottomissione alla fede cristiana. Rischiano d’esser comportamenti opportunisti.

Nata in un contesto polemico e quasi come segno rivendicativo della presenza pubblica, sociale della Chiesa, la festa di Cristo Re ha trovato con la riforma della liturgia la sua opportuna collocazione al termine dell’anno liturgico, a conclusione di quell’itinerario verso il mistero di Cristo che è appunto l’anno liturgico. La Chiesa ha infatti un suo calendario che si conclude proprio questa domenica nel segno di Cristo Re, Cristo senso, vertice, fine del tempo e della storia. Ma Cristo crocifisso. E come può il crocifisso essere il Salvatore, il senso della storia? E infatti la folla, i capi, i soldati e uno dei due condannati insultano Gesù: ha salvato gli altri e non può salvare se stesso, se fosse davvero il Messia dovrebbe schiodarsi e mettersi in salvo. Costoro mettono in dubbio la sua pretesa messianica… Se sei il figlio di Dio devi usare la tua potenza e salvarti… Essi hanno un’idea di Dio onnipotente, un Dio faraonico estraneo alla sofferenza umana e alla morte. Se Dio deve intervenire nella storia deve farlo con grande potenza e forza. Gesù invece ci rivela un volto di Dio che condivide, prende parte alla nostra condizione. Gesù ha scelto una via diversa. Paolo nella seconda lettura afferma che la via scelta da Gesù non è quella di manifestazioni di forza bensì quella del farsi servo, svuotandosi di sé nel dono incondizionato. Un grande cristiano contemporaneo, il pastore Bonhoeffer, impiccato in un campo di sterminio nazista, così pregava: «Signore Gesù, tu fosti povero, misero, prigioniero e abbandonato come me. Tu conosci tutta l’infelicità degli uomini, tu rimani accanto a me quando nessun uomo mi rimane accanto, tu non mi dimentichi, mi cerchi, tu vuoi che io ti riconosca e mi volga a te. Signore, odo il tuo richiamo e lo seguo, aiutami».

La via della croce è una via di donazione, non di conservazione di sé, dunque un progetto di solidarietà. Una vita per. La via della croce è la via della solidarietà ad oltranza anche con coloro che lo crocifiggono. E questa è la via della salvezza come è attestato dal dialogo con i due condannati a morte con lui. La vita terrena di Gesù si conclude con l’ultimo miracolo: la potenza di Dio è tutta nell’amore e nel perdono. Notiamo il diverso atteggiamento dei due condannati: l’uno chiuso nella sua disperata ribellione, l’altro invece riconosce le sue malefatte e riconosce che Gesù è il giusto ingiustamente condannato. Ma perché questo giusto è qui a morire come me? Lui è qui con me perché io possa essere con lui. E infatti spontanea sgorga l’invocazione: ‘Ricordati di me’. Immediata la risposta di Gesù: l’ultimo gesto è l’ammissione del ladro pentito nel Regno. Notiamo l’"oggi": il momento della morte è già il momento di una nuova vita. ‘Oggi’ non è semplice indicazione cronologica. Luca sottolinea spesso l’oggi della salvezza: «oggi vi è nato un Salvatore» (2,11); «oggi si è adempiuta questa scrittura» (4,21); «oggi abbiamo visto cose prodigiose» (5,26); «ecco, io scaccio demoni e compio guarigioni, oggi e domani e il terzo giorno avrò finito» (13,32); «oggi sarai con me in paradiso» (23,43). Questo oggi più che una indicazione temporale è l’ora decisiva, è il momento da non lasciar passare, l’occasione risolutiva.

L’ingresso nel Regno viene qui indicato con una parola rara nel Nuovo Testamento: ‘paradiso’, ovvero giardino di delizie. In questa morte c’è già la promessa della risurrezione. Questi due uomini esprimono due opposti atteggiamenti davanti alla Croce di Gesù. Il ladrone ostinato: ci rivela drammaticamente il peccato degli uomini, il nostro peccato. Gesù venne nella sua casa e i suoi non lo accolsero e ai suoi contemporanei Gesù rimprovererà: «Voi volete uccidermi perché la mia parola non penetra in voi». La croce è il segno della nostra durezza di cuore, della nostra chiusura all’amore di Dio. La croce insegna che il male c’è, che occorre riconoscerlo nelle sue molteplici forme. È il malfattore che non si ravvede. Il buon ladrone: ci rivela che dove abbonda il peccato, lì sovrabbonda il perdono (Rm 5,20): l’ultima parola non è di condanna e di disperazione ma di perdono e di vita. È il malfattore che si converte. Il racconto riguardante il malfattore pentito è costruito come un vero e proprio cammino penitenziale: l’avvicinamento a Gesù (lo difende dagli insulti dell’altro condannato); la confessione dei suoi peccati (riconosce d’aver sbagliato e meritare la morte); la domanda di perdono e salvezza (ricordati di me...); l’assoluzione della colpa e il perdono (oggi sarai con me...). Questo ultimo gesto di perdono ci rivela che il Crocifisso è il nostro salvatore. La pretesa dell’uomo d’essere il salvatore di se stesso è appunto smentita dall’esperienza drammatica del peccato e della croce. La scritta sulla croce – Cristo re – ci impedisce di affidarci ad altri uomini per la nostra salvezza: Gesù è l’unico inviato per la nostra salvezza. Non dobbiamo aspettarci nessun altro uomo veramente risolutivo della storia umana. Il Messia è già venuto ed è il Crocifisso. Ogni grandezza umana, in questa luce viene così ridimensionata. Nessun liberatore, nessuna eccezionale personalità potrà mai incantare un cuore davvero credente.


Preghiera dei fedeli

Signore, fa' di me uno strumento della tua pace

Dove c'è odio io porti l'amore R.

Dove c'è offesa io porti il perdono R.

Dove c'è discordia io porti l'unione R.

Dove c'è tristezza io porti la gioia R.

Ti affidiamo la nostra sorella Liliana Patellani che ha compiuto il suo cammino terreno. Ascoltaci, Signore.

 

 

 

 



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