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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico B


omelia di don Giuseppe
nella Domenica della Dedicazione
21 ottobre 2012

 

Is 26, 1-2.4.7-8
1Cor 3, 9-17
Gv 10, 22-30

DEDICAZIONE DEL DUOMO

Il venti ottobre 1577 san Carlo celebrava la Dedicazione del nostro Duomo, consacrava il magnifico edificio iniziato due secoli prima, ne faceva la dimora di Dio nel cuore della città e la casa del popolo di Dio raccolto attorno al suo Vescovo. Da allora la terza domenica di ottobre ricorda quel gesto e soprattutto il nostro essere Chiesa. Il termine chiesa non indica solo l'edificio ma anche e soprattutto la comunità che nell'edificio si raccoglie ed è la chiesa costruita da tutti noi, 'pietre vive', raccolti attorno al vescovo, successore degli Apostoli. Quando diciamo 'chiesa' il nostro pensiero corre a Roma, a san Pietro, al papa Benedetto. Quella sarebbe la Chiesa con le sue succursali, le sue filiali, in tutto il mondo, le diocesi o chiese locali guidate dai vescovi. Questo modo di pensare la Chiesa è proprio sbagliato. La chiesa come la Banca d'Italia che ha la sua sede centrale a Roma e le agenzie periferiche in tutte le province? No, secondo l'insegnamento del Concilio che non mi stancherò di evocare lungo il corso di quest'anno cinquantesimo dalla sua apertura, la chiesa avviene, cioè si realizza interamente e pienamente là dove un vescovo, successore degli apostoli, annuncia l'Evangelo e raccoglie una comunità attorno all'Eucaristia. Scrive il Concilio: "In ogni chiesa locale, per quanto piccola e dispersa è presente Cristo, per virtù del quale si raccoglie la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica" (L.G. 26).

Per noi che abitiamo questo territorio la chiesa è questa santa Chiesa ambrosiana, chiesa dei santi Ambrogio e Carlo, chiesa del cardinale Schuster, difensore della città dalla distruzione nazista, chiesa di Carlo Maria Martini testimone della Parola e uomo di dialogo, chiesa di Dionigi Tettamanzi pastore sollecito e amabile e oggi di Angelo Scola. Grazie a questi pastori noi riconosciamo che uno solo è il grande pastore delle pecore: il Signore Gesù.

L'evangelo di questa domenica disegna la relazione tra il pastore e le pecore, relazione che potrebbe sembrare passiva e gregaria appunto come di un gregge, attraverso alcuni significativi verbi. Le pecore ascoltano e seguono. Anzitutto ascoltano. L'ascolto è apertura e disponibilità verso l'altro, l'ascolto è relazione attiva e consapevole. La chiesa non è un gregge ma orecchie attente e capaci di ascolto. Seguono ma dopo aver ascoltato: la fede, la vita cristiana non è gesto conformista, dettato dall'abitudine ma è scelta consapevole che nasce dall'apertura dell'intelligenza e della volontà che ascoltano per seguire. Queste pecore sono intelligenti. A sua volta il pastore conosce e dà la vita alle pecore. Siamo conosciuti dal pastore; in un altro testo si dice che il pastore chiama per nome le sue pecore, ad una ad una: di nuovo non un gregge dove ogni individualità si cancella: siamo conosciuti. E sappiamo che questo verbo evoca una relazione intrisa di amore e dedizione, fino a dare la vita. E infine un ultimo verbo dice l'irrevocabile tenacia di questa appartenenza : nessuno strapperà le pecore dalla mano del pastore. Siamo nelle sue mani, siamo in buone mani.

Alla luce di questi verbi ripensiamo alla nostra appartenenza alla Chiesa, una appartenenza che per molti è problematica, difficile: si sta nella Chiesa solo perché conosciuti e amati perdutamente dal Pastore, l'unico grande Pastore che è Gesù. E ci si sta con l'apertura vigile, intelligente dell'ascolto e della sequela. Nonostante tutto è bello stare nella Chiesa.

 

 

 

 



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