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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico A


omelia di don Giuseppe
nella II domenica dopo
il martirio di San Giovanni
7 settembre 2014

 

Isaia 60, 16-b-22;
1 Corinti 15,17-28;
Giovanni 5, 19-24

Quando Pascal, il grande filosofo, scienziato e mistico francese del XVII secolo morì, trovarono cucita nella giubba una piccola pergamena sulla quale aveva tentato di raccontare il ricordo della notte del 23 novembre 1654 in cui, dopo mesi di incertezza e aridità,aveva sentito nuovamente l'appello della grazia e aveva esclamato: "Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe, non Dio dei filosofi e dei dotti, Dio di Gesù Cristo". Di Dio noi possiamo parlare appunto alla maniera dei filosofi e dei dotti, grazie alla nostra ragione la quale, partendo dalle cose create, è in grado di giungere fino al Creatore. I filosofi in molti modi hanno tentato di parlare di Dio: causa prima dell'universo; motore immobile che tutto muove; grande architetto o orologiaio che tutto mantiene nell'ordine. C'è una affermazione di Napoleone che presenta questa idea di Dio: "Io non nutro alcun interesse per l'Incarnazione, ma vi esorto vescovi, preti e funzionari a insegnare Dio signore e sovrano, reggitore del mondo, al quale dovete obbedienza sotto pena di inferno eterno". E' una caricatura di Dio ridotto a garante e tutore dell'ordine. Ma se vogliamo conoscere Dio dobbiamo volgerci a Gesù. E l'evangelo di questa domenica ci aiuta a scoprire che il volto di Dio è quello di Gesù. Nella prima parte dell'evangelo di oggi ben sette volte si parla del Figlio, infine nelle ultime righe Gesù dice chiaramente che è Lui il Figlio. Non dimentichiamo che gli ascoltatori di Gesù, nutriti nell'ebraismo, avevano di Dio una nozione altissima: di Lui non si poteva fare immagine alcuna, non si poteva nemmeno pronunciare il suo nome. Certo questo Dio altissimo si era ripetutamente rivolto all'uomo attraverso i suoi inviati, attraverso i suoi amici: da Abramo a Mosè, attraverso tutti i profeti…ma questo Dio era senza volto. Senza volto anche il Dio dei nostri fratelli dell'Islam. Non a caso nelle sinagoghe così come nelle moschee non è raffigurato alcun volto, nessuna immagine, nessuna icona. Così queste due grandi tradizioni religiose custodiscono con assoluto rigore la distanza tra Dio e l'uomo. L'Evangelo è invece la buona notizia che questa distanza è vinta perché il Figlio fa quello che fa il Padre, il Figlio è l'amato dal Padre, nel Figlio il Padre si manifesta: il Figlio dà la vita così come il Padre, onorare il Figlio è onorare il Padre che lo ha mandato. Tutto questo dice Gesù di Nazareth. Eppure di lui la gente diceva: 'Certo è il figlio, ma il figlio del falegname, conosciamo bene tutta la sua famiglia, gente come noi'. Duemila anni di cristianesimo forse ci rendono incapaci di meraviglia, di stupore. Sì, proprio Gesù afferma che di fronte a Lui, alla sua persona c'è posto anzitutto per stupore e meraviglia. Prima ancora della fede i nostri occhi devono restare nell'incanto di questa inaudita scoperta. Se guardando a Gesù, rileggendo le sue parole, invocandolo nella preghiera non c'è in noi stupore forse vuol dire che ancora non abbiamo conosciuto Gesù. Stupore e meraviglia perché quel Dio distante e lontano, senza nome e senza volto, ha il volto di un uomo. Questo e nient'altro è l'esser cristiani cioè di Cristo, di quest'uomo che è il Figlio. Penso ai Genitori che cercano sul volto dei figli i tratti del loro volto, il colore degli occhi e dei capelli, le fattezze. Mi somiglia, è mio figlio, dicono i genitori con orgoglio. Nell'Evangelo di questa domenica, pagina difficile ad una prima lettura, è come se Gesù dicesse: Gli occhi di Dio sono i miei occhi, chi vede me, il mio volto, vede il volto del Padre. Questi è il Dio di Gesù Cristo, non una astrazione filosofica ma un volto. E dinanzi a questo volto, come dinanzi ad ogni volto, restiamo nello stupore. E dopo lo stupore verrà la fede …

 

 

 

 



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