parrocchia - celebrazioni - omelie - cattedra - oratorio - gruppi - come albero - preti - blog - link

 

 

La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico C


omelia di don Giuseppe
nella quarta domenica
dopo Pentecoste
16 giugno 2013

 

Gen 4, 1-16
Eb 11, 1-6
Mt 5, 21-24

L'ALTRO E' ME STESSO

L'Evangelo di questa domenica è costituito da due frammenti del grande Discorso della Montagna, quel discorso che si apre con le Beatitudini e traccia lo stile del discepolo di Gesù, chiamato a essere perfetto, misericordioso come perfetto e misericordioso è il Padre.
Ripetutamente il discorso è scandito dalla formula, che ritroviamo anche nella pagina odierna: "Avete inteso che fu detto agli Antichi…ma Io vi dico..." "È stato detto 'Non ucciderai', ma io vi dico: amate i vostri nemici…", in altre parole non considerate nessuno come nemico.
E se la legge antica si limitava a proibire l'omicidio, la nuova legge, quella che è la persona stessa di Gesù, proibisce anche solo pensieri e parole offensive verso l'altro.

Certo il linguaggio di Gesù è paradossale e può sembrare eccessivo esser chiamati in giudizio solo per aver pensato o detto parole ingiuriose.
Questo linguaggio di Gesù traduce con forza il comandamento: "Amerai il prossimo tuo come te stesso" (Mt 22,39). Un comandamento che possiamo rendere ancor meglio così: "Amerai il prossimo tuo perché è te stesso".

L'altro che appunto avvertiamo come 'altro' cioè diverso, estraneo e ostile, l'altro che proprio con la sua alterità-diversità inquieta la mia sicurezza, in verità non è altro ma me stesso. E lo è in forza della medesima umanità, in forza della comune appartenenza ad un unico Padre di tutti. Davvero l'altro non è 'altro', è me stesso. Anzi, riconoscerlo non come 'altro' ed estraneo ma come prossimo, al punto d'esser me stesso, è l'unica condizione per poter accedere a Dio e al suo altare.

Una parola questa perfettamente adatta alla nostra attuale situazione di persone che si stanno avvicinando a Dio, al suo altare, per portarvi le proprie offerte. Ebbene: solo se siamo in pace con gli altri, se siamo pronti a rimuovere ogni ostacolo sulla via della riconciliazione, lo sguardo di Dio si volgerà benigno ai nostri doni e a noi stessi.
Tra poco questa parola evangelica ci sarà ricordata e saremo invitati a scambiare un segno di pace e fraternità prima di presentare i nostri doni all'altare. Prezioso questo gesto che deve ricordarci come il vero culto a Dio gradito è quello di un cuore riconciliato e aperto all'accoglienza e all'amore fraterno.

E' questo un messaggio che viene da lontano: lo troviamo secoli prima di Cristo nei Profeti che in nome di Dio rigettano gli atti di culto che non sono accompagnati dalla ricerca della giustizia e dall'amore per la vedova e l'orfano, cioè per i più deboli e indifesi (Is 1,10ss.).
Troppe volte noi siamo preoccupati per la corretta esecuzioni degli atti di culto. Ne ho conferma nell'esercizio del sacramento della confessione quando la prima colpa che viene confessata è la mancata partecipazione alla messa o le distrazioni nella preghiera…Dovremmo piuttosto chiederci se guardiamo l'altro come altro, cioè estraneo e nemico o se tentiamo di riconoscere in lui un legame di comune appartenenza, una fraternità.

Quante volte nelle parole di Gesù il volto di Dio è raggiungibile solo attraverso il riconoscimento dell'altro: "Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me" (Mt 25,40). E ancora: "Chi non ama il proprio fratello che vede non può amare Dio che non vede…Chi ama Dio, ami anche il suo fratello" (1Gv 4,19). Opportunamente ci è proposta in questa domenica come prima lettura la terribile pagina di Abele e Caino e la parola di quest'ultimo, una parola che non dovrebbe mai risuonare sulle nostre labbra: "Sono forse io il custode di mio fratello?". Sì, ad ognuno di noi Dio affida la custodia del proprio fratello. Davvero ama il tuo prossimo, è te stesso..

 

 

 

 



torna alla homepage