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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico B


omelia di don Giuseppe
nella Santa Notte di Natale
martedì
25 dicembre 2012

 
Is 2, 1-5;
Gal 4, 4-6;
Gv 1, 1-14

La pagina evangelica che abbiamo appena ascoltato sembra distante dal Natale che ci ha convocati qui nel cuore della notte: in questa pagina non ci sono Angeli che nella notte cantano la pace, né pastori a veglia del gregge. Non abbiamo udito il nome della giovane madre, Maria, né quello del padre Giuseppe, non c'è traccia di una mangiatoia dove è stato adagiato il neonato. Eppure sulla grande stella d'argento che a Betlemme indica il luogo del Natale, sono incise proprio le parole che abbiamo appena ascoltato: Qui il Verbo si è fatto carne da Maria. Possiamo dire che la pagina che abbiamo ascoltato costituisce l'austero presepe costruito dall'evangelista Giovanni. Un presepe costruito sulla insistente ripetizione di un termine, verbo, meglio parola. Parola che è in principio presso Dio, Parola che è Dio e che si fa carne, Parola che si fa presepio. La parola è per ogni essere umano il fragile mezzo dell'uscire da sé per andare incontro all'altro nel dialogo, nella comunicazione. Dire che Dio è Parola significa affermare il suo incontenibile desiderio di comunicare con noi. Dire che questa Parola si fa carne, vuol dire affermare che tale desiderio di comunicazione si fa, nel natale, definitiva, irrevocabile condivisione della nostra condizione umana. Papa Benedetto in occasione della sua visita a Milano, al Teatro alla Scala ha detto: "Non abbiamo bisogno di un discorso irreale di un Dio lontano e di una fratellanza non impegnativa. Siamo in cerca del Dio vicino. Cerchiamo una fraternità che, in mezzo alle sofferenze sostiene l'altro e così aiuta ad andare avanti…Dio che si è messo nelle nostre sofferenze e continua a farlo. Dio che soffre con noi e per noi e così ha reso gli uomini e le donne capaci di condividere la sofferenza dell'altro e di trasformarla in amore".

Il Papa congiunge la certezza del Dio vicino alla scoperta della fratellanza umana. La certezza di un Dio vicino non può non generare prossimità, apertura all'altro, dialogo. Io non conosco altro modo più decisivo per riconoscere il valore dell'umano, la sua dignità e proprio per questo Natale è festa unanime, perché il suo linguaggio è quello dell'umanità tanto amata da Dio da compromettersi in essa irrevocabilmente. Natale è come l'alta marea che tutti, in qualche modo, raggiunge. In questo giorno la gioia è per tutti, distribuita a piene mani, senza distinzioni. Proprio il mistero del natale mi aiuta a guardare con simpatia ad ogni ricerca di autentici valori umani. Natale è incarnazione di Dio, cioè irrevocabile scelta da parte di Dio di stare dentro la nostra condizione umana. Ecco la buona notizia, ecco l'Evangelo: il Figlio di Dio si è fatto uomo nel grembo di una donna, Maria. La dolce nenia natalizia che narra il discendere dalle stelle del Re del cielo per abitare il freddo e il gelo di questa nostra povera terra, esprime, con parole che sanno di infanzia, una certezza che la nostra intelligenza non comprende e che solo la fede ci dischiude. Quel Dio che gli uomini dalla notte dei tempi cercano nelle altezze, nell'infinita distanza dall'uomo, estraneo alla nostra povertà di creature incerte e fragili, quel Dio si è fatto così vicino da stare nelle braccia di una giovane donna. Ripetiamo le parole della fede cristiana: il Figlio di Dio si è fatto uomo nel grembo di Maria. Duemila anni di cristianesimo ci hanno abituati al congiungimento di Dio e dell'Uomo in questo bimbo avvolto in fasce e deposto nella mangiatoia. Il Concilio lo ha detto con una espressione efficace: "Con l'Incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo, ha agito con volontà di uomo, ha lavorato con mani di uomo, ha pensato con mente di uomo, ha amato con cuore di uomo". Dio si è unito ad ogni uomo: Dio e uomo non stanno su due rive inesorabilmente distanti. Anzi la carne dell'uomo è ormai la carne stessa di Dio.

Ma oso dire che Natale manifesta anche la fede di Dio nell'uomo. Quando Giovanni scrive: "Dio ha tanto amato il mondo fino a dare il suo Figlio" (3,16) non esprime forse l'affidarsi di Dio alla nostra umanità, stringendo a sé la nostra carne mortale? Per questo la nostra carne, la nostra umanità, è la carne, è l'umanità del figlio di Dio. Siano allora benedetti i gesti di quanti con amore e competenza si curvano sui nostri corpi per alleviare le sofferenze e guarire. Siano benedetti quanti lasciano i loro paesi e si mettono qui al servizio dei nostri anziani, dei nostri bambini, lavorando nelle nostre case, nei nostri cantieri: quanti ne abbiamo incontrati don Paolo ed io entrando nelle vostre case in queste settimane. Siano benedetti i gesti di tenerezza degli uomini e delle donne che si vogliono bene e anche attraverso i loro corpi comunicano amore. Siano benedette le iniziative politiche e i gesti di solidarietà nei confronti di quanti vivono un Natale precario per la perdita del lavoro e la difficoltà di trovarne. Siano benedetti i passi verso la pace e la convivenza tra Palestinesi e Israeliani e verso la democrazia in Egitto e in Siria.

Una donna , ebrea, profondamente innamorata di Gesù ma che non volle ricevere il battesimo per non sottrarsi alla sorte del suo popolo decimato dallo sterminio nazista, Simone Weil, ha scritto in una notte di natale: "Noi non possiamo fare nemmeno un passo verso il cielo, la direzione verticale ci è preclusa. Ma se contempliamo il cielo a lungo, Dio discende e ci rapisce".

 

 

 

 



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